Morelli: “Meritocrazia e rispetto delle regole, queste le grandi differenze”

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NEW YORK – “Fondamentale è il rispetto delle regole, la sensazione che nessuno possa superarti se non ne ha i meriti. Non ci sono, poi, domande di carattere personale né pregiudizi. Si è giudicati solo per i propri meriti. Quindi, se hai qualche handicap, qualche impedimento fisico non sei discriminato e quindi hai maggiori possibilità di andare avanti senza problemi.”. Insomma, quella che il professore Massimo Morelli descrive è una società che privilegia la meritocrazia; che valorizza la preparazione accademica e professionale più che l’astuzia e la furbizia. Ed è questa, in sintesi, stando al docente, la differenza tra la società americana, anglosassone, e quella italiana, decisamente latina.

Fino a ieri professore della prestigiosa “Columbia University” di New York, docente ma soprattutto ricercatore e studioso attento dei fenomeni economici, Massimo Morelli da qualche settimana è tornato in Italia per proseguire la sua vita accademica come professore ordinario e ricercatore della nota Università Bocconi di Milano. Le sue sono, quindi, impressioni ricavate dopo oltre venti anni di vita trascorsi negli “States”, prima come studente poi come professionista, sempre nei “campus” universitari.

– Quando nel 1992 decisi di recarmi negli Stati Uniti a studiare – ci dice per illustrare meglio la differenza tra la società americana e quella del Bel Paese – l’Italia era ancora molto omofobica. In America non è così. Ho colleghi apertamente omosessuali. Il rispetto delle regole, la meritocrazia, la libertà di essere quello che si vuole senza alcuna limitazione… ecco questo è ciò che fa la differenza. Fortunatamente, in Italia tante cose sono cambiate. Ho trovato una Milano più vicina a New York.

– Quali sono state le tue soddisfazioni professionali? Ti senti a tuo agio in Italia, dopo aver lavorato per tanti anni nelle migliori università americane?

– Nel momento in cui diventa possibile tornare in Italia con una posizione lavorativa adeguata al proprio merito e alla propria preparazione – commenta -, allora la soddisfazione è grande. C’è molto da fare in Italia. L’illusione di portare avanti un progetto è tanta.

Sostiene che in Italia “la prima fase di preparazione post-laurea è molto difficile” e, per i giovani con ambizioni le frustrazioni sono tante.

– In Italia – commenta – la formazione universitaria è molto buona. Quindi non è necessario lasciare il Paese prima della laurea. Lo è dopo. Fare un’esperienza all’estero, fare i primi passi per l’acquisizione di una preparazione e di un curriculum, fare ricerca aiuta. Poi, magari, se si vuole, si può pensare di tornare, di reinserirsi.

– Cosa ti ha lasciato l’esperienza, la parentesi americana?

– Il desiderio di trasmettere in Italia alcuni aspetti della società americana che ritengo assai positivi – ci dice.

E spiega:

– Ad esempio, la meritocrazia, il rispetto per la diversità.

Una breve pausa. Forse, prima di proseguire, spulcia tra le pagine ingiallite della sua memoria.

– Un ricordo che sempre porterò con me è quello del periodo vissuto nei “suburbs”, in periferia – confessa con un tono di voce che tradisce un pizzico di nostalgia; chissà, ora che abbiamo riportato a galla ricordi della sua vita c’è forse anche un desiderio di tornare indietro negli anni -. Non a New York – precisa – ma nell’Ohio. Era il classico quartiere americano di periferia, con le sue casette col giardino, con i figli che giocano in strada. Mi manca quella sensazione di libertà, di sicurezza, di tranquillità. A New York non è così. Far crescere una famiglia a New York è difficile.

Oltre vent’anni lontano dal proprio Paese sono tanti. Decidere di lasciare tutto alle proprie spalle, dagli affetti più cari alle proprie abitudini, non è facile. Ma forse è ancor più difficile ripercorrere il cammino a ritroso, una volta raggiunto lo “status sociale” che ti da la certezza di un futuro tranquillo lavorando in quello per cui ci si è preparati con impegno per anni. Anche se poi, ad attenderci in Patria vi è una posizione altrettanto prestigiosa in un istituto di grande reputazione.
Nel caso di Morelli, quella di professore ordinario dell’Università Bocconi di Milano.

– Tanti professionisti e giovani universitari italiani sognano con un futuro negli Stati uniti. Lei, in cambio, decide di lasciare la “Columbus University” di New York per tornare in Italia. Perché questa decisione di andare controcorrente, anche se è poi per occupare un posto di ricercatore alla Bocconi?

– Diciamo pure che la decisione è stata motivata anche da altre circostanze di carattere personale – spiega -. Ritengo, comunque, che in Italia ci sia tanto da fare e la Bocconi mi offre interessanti possibilità di ricerca. Non sono quelle che avevo alla “Columbia”, è vero, ma sono stimolanti. E non ci sono poi grossi limiti. I limiti, semmai, vi sono se sei impiegato nei livelli inferiori. Ad esempio, quale professore associato. In questo caso, la differenza nella remunerazione è sostanziale. Se riesci a tornare in Italia come professore ordinario e ci sono le risorse per la ricerca… La Bocconi mi ha offerto la possibilità di riportare la famiglia nel paese dove affondano le nostre radici. Mia moglie è italiana e mio figlio, quindicenne, ha iniziato il Liceo Scientifico a Milano. Negli Stati Uniti avrebbe frequentato la High-School. L’opportunità offertami dalla Bocconi rappresentava uno snodo. Non tornare in Italia all’inizio del liceo del figlio sarebbe stato l’equivalente a dire: “Ok, restiamo in America tutta la vita”.

– Insomma, uno spartiacque…

– In un certo senso sì.

– Cosa ti ha motivato, vent’anni fa, a lasciare l’Italia?

Non risponde immediatamente. Poi, con voce pacata, serena, racconta:

– Nel mio caso è stata la sequenza di una serie di eventi. Per motivi di salute, persi la vista quando avevo 13 anni. Ho frequentato il liceo in Toscana. Poi mi sono iscritto alla Bocconi di Milano. Frequentavo il terzo anno quando decisi di approfittare di un interscambio che offriva l’università; una specie di Erasmus tra atenei privati. Ciò mi permise di studiare per sei mesi alla “Ann Arbor University” di Michigan. Allora era mia intenzione studiare “Business” e non “Economics” come ricercatore.

Racconta che un professore della “Ann Arbor” gli commentò che all’Universirtà di Harvard a Boston un giovane studente spagnolo “non vedente” stava frequentando il dottorato in economia politica. Per cui, mi disse, “potresti chiedergli come ha fatto”.

– Non chiesi nulla – commenta -. Ma la cosa in realtà m’incuriosì. Cominciai a interessarmi nell’attività di ricercatore. A informarmi… Mi resi conto che era un campo in cui il “non vedente” poteva avere qualche svantaggio iniziale ma, successivamente, solo vantaggi. Non c’era bisogno di una grossa mobilità. La ricerca, pensavo, si può portare avanti da una scrivania. Erano tutti ragionamenti che facevo tra me.

Conclusa l’Università e ottenuto il diploma, Morelli fa domanda alle università americane. Ed è ammesso ad Harvard.

– Pensai tra me: è un segnale positivo – prosegue nel suo racconto -. Posso farcela. Appena arrivato ad Harvard, chiesi se era possibile ottenere lo stesso trattamento che aveva ricevuto lo studente spagnolo di cui mi parlò all’epoca il professore della “Ann Arbor”. Mi dissero che non c’era alcun problema. Mi diedero 5 mila dollari l’anno per pagare un “Readers”, studenti che mi leggessero i testi. Non era un granché. Ma il fatto di dovermi arrangiare da solo fu un grosso stimolo. Con quei soldi pagavo studenti a ore. Il resto, con la borsa di studio che mi era stata assegnata dalla Banca di San Paolo di Torino.
Confessa che, una volta concluso il dottorato, non si pose il problema di tornare in Italia, in Europa o di restare negli Stati Uniti.

– Si va dove c’è la migliore offerta per fare ricerca – ci spiega -. E la ricevetti dalla “Iowa State University”. Così da Boston mi trasferii nello Iowa, nella regione centrale degli Stati Uniti.

Nel frattempo Morelli si sposa con una giovane italiana e inizia la vita famigliare.

– Dopo un’esperienza lavorativa nella “State University” nell’Ohio mi trasferisco in New Jersey e poi finalmente, nel 2007, alla “Columbus University” – ci dice -. A questo punto, pensavamo di stabilirci definitivamente a New York. Tant’è così che comprammo un appartamentino in Sardegna per trascorrervi le vacanze. Sette anni a New York e poi, come ho detto all’inizio, la decisione di tornare in Italia; decisione motivata dalla possibilità di fare ricerca alla Bocconi e di poter far frequentare il liceo in Italia a mio figlio. Reputo che la formazione liceale italiana sia superiore a quella che offre la high-school negli Stati Uniti.

Per concludere, afferma:

– Il livello delle scuole italiane, la qualità di vita e della cultura in generale è superiore. E poi ci sono il latino, il greco, tutto quel che ci appartiene. Mio figlio è americano. Qualora un domani volesse tornare negli Stati Uniti, potrà farlo senza alcun problema.

Una decisione sempre difficile

Non lo era ieri, non lo è oggi. Probabilmente non lo sarà neanche domani. E’ vero. Le tecnologie, l’evoluzione dei mezzi di trasporto hanno accorciato le distanze e mandato in frantumi le frontiere. Si solca l’oceano in poche ore. Andare a visitare un amico o un parente all’altro capo del mondo o all’altro lato dell’oceano non rappresenta più un’avventura. Ma decidere di recarsi all’estero, anche solo per seguire una formazione accademica, non è una decisione facile. Forse oggi, grazie anche alla facilità che offre la “rete”, non è più un salto nel vuoto. Sicuramente si è più informati. Quindi, più coscienti. Ma ciò non rende la decisione meno difficile e complessa.

– Chi decide di recarsi all’estero – ci dice Massimo Morelli – non deve porsi limiti geografici. Sicuramente il mio consiglio è di porre l’accento sulla qualità dei luoghi dal punto di vista del proprio lavoro, dei propri studi, dei propri interessi accademici. Limiti geografici all’inizio – prosegue – non ce ne devono essere. Considerazioni dal punto di vista geografico possono farsi dopo, quando si è riusciti a raggiungere l’obiettivo di una preparazione accademica o la posizione lavorativa. Allora si può decidere dove andare, se tornare in Italia o in Europa, se cambiare città…
Morelli non ha dubbi. E lo afferma senza mezzi termini:

– Chi ha 20, 25 anni e si pone limiti per colpa o, se si vuole, per merito della fidanzata, della famiglia… ne paga poi lo scotto. Il costo di tale decisione è sempre molto alto.

(Ma. Baf./Voce)

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