Ma l’Italia è al sicuro in caso di un default di Atene?

Pubblicato il 06 luglio 2015 da redazione

RENZI-E-PADOAN

ROMA. – L’Unione europea rischia una paralisi progressiva a causa dei gravi errori di gestione politica. La vittoria del no in Grecia ne ha portato alla luce tutte le sue contraddizioni. Ancora una volta si parla di asse Berlino-Parigi con l’irritazione di Matteo Renzi per esserne stato tagliato fuori. Ed un problema in più per il nostro Paese nel mettere a fuoco quel ruolo che consentirebbe di ”cambiare verso” all’Europa.

Il lungo colloquio del premier con il ministro dell’Economia Padoan e con i capigruppo del Pd in Parlamento ha chiarito che l’Italia è tutt’altro che al sicuro in caso di un default di Atene (ritenuto probabile dalle agenzie internazionali). Stretto tra il rigorismo tedesco e il possibilismo del Pse, il capo del governo ha promesso che si batterà a Bruxelles, nel vertice straordinario dell’eurozona, per trovare una via d’uscita all’ emergenza con l’apertura di un ”cantiere della crescita” senza il quale ”l’Ue è finita”.

Un aggiustamento di tiro rispetto alla conferenza stampa congiunta tenuta con Angela Merkel alla vigilia del referendum ellenico, nella quale era stato difeso il fronte delle regole, ma molto generico. Il terreno è scivoloso per un semplice motivo: aprire al negoziato con il governo Tsipras (che presenterà a quanto sembra una nuova piattaforma negoziale) rischia di dimostrare che in realtà la prima a dover fare le riforme è proprio l’Europa, come sostengono tutte le opposizioni in Italia.

L’effetto Grecia ha messo il vento nelle vele di tutti i movimenti euroscettici e ”populisti” che nei rispettivi Paesi potrebbero ben presto riscuotere la ”cambiale greca” in termini di voti e consensi. Ciò espone il Rottamatore al fuoco dei suoi avversari, anche interni al Pd. Non a caso Bersani e D’Alema lo accusano di aver sbagliato tutto parlando di un ”derby tra euro e dracma” e di aver peccato di scarsa energia nel difendere le ragioni del socialismo nei confronti dei conservatori tedeschi: a loro avviso il successo di Tsipras è solo la punta dell’iceberg e bisogna dare tempo ad Atene di fare riforme per la crescita.

Senza sviluppo infatti i greci non potranno mai pagare i propri debiti. Il che significa che l’austerity è stata una cura fallimentare. Eppure non se ne vede ancora l’uscita, anche per l’Italia che è molto esposta con i suoi crediti nei confronti della Grecia. Ma per Renzi c’è anche una delicata partita interna. Il problema è quello di chiudere rapidamente, se possibile entro agosto, il pacchetto delle riforme, a partire da scuola, PA e Senato. I fedelissimi sono al lavoro per accelerarne l’esame, ma le preoccupazioni sono evidenti soprattutto a palazzo Madama dove la sinistra dem è decisa a ”sostenere con forza” il documento dei 25 che chiede di reintrodurre l’elettività della Camera alta.

La minoranza democratica è decisiva per un varo rapido: il soccorso azzurro dei verdiniani potrebbe infatti non essere sufficiente a garantire la maggioranza. Ma è chiaro che molto dipenderà dagli esiti del vertice Ue e dall’andamento dei mercati: a dispetto dei toni tranquillizzanti, infatti, il governo corre il pericolo di dover fare presto i conti con un buco di almeno 10 miliardi nei conti pubblici in caso di ”Grexit”.

Un’ipotesi che con ogni probabilità costerebbe più della ristrutturazione dei debito greco all’Unione. Con una precisazione: la Germania ha certamente la forza per sostenere entrambi gli scenari, l’Italia no a meno di preventivare una nuova manovra correttiva che creerebbe grandi tensioni sociali. E’ per questo motivo che Nichi Vendola ha chiesto al premier di ”riscattarsi” dall’appiattimento sulla Merkel e di proporre una conferenza europea sul debito. A suo giudizio Ppe e Pse sono i grandi sconfitti della consultazione greca e adesso bisogna trovare soluzioni strutturali come trasformare la Bce in garante di ultima istanza: una proposta avanzata già nel 2011 da Berlusconi e Tremonti e sempre avversata da Berlino.

Sel è però per la difesa dell’euro, i 5 stelle invece propongono di chiedere anche in Italia ai cittadini, con referendum consultivo, se restare o no nella moneta unica. Una proposta che non appassiona Forza Italia, secondo cui bisogna invece puntare sugli eurobond (altra proposta di Tremonti) e sull’unione politica. La Lega chiede di ripensare le basi stesse dell’unione monetaria, rinegoziando i trattati.

(di Pierfrancesco Frerè /ANSA)

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