Venezuela: Mud, si fa spazio il seme della discordia?

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E’ il dramma dell’eterogenea coalizione dell’Opposizione. Accuse, proteste, denunce. Concluse le primarie e trascorsa qualche settimana dall’annuncio dei candidati alle prossime parlamentari, ecco farsi spazio il seme della discordia, pronto a sparigliare le carte in tavola.

Dubbi, incertezze, ambiguità. Ma l’effetto, nel fondo, è sempre lo stesso: il clima di sconforto e demoralizzazione. Le recenti denunce di “presunte” azioni “meschine” e di “bassa lega”, che avrebbero caratterizzato il “dopo-primarie” dell’Opposizione, scuotono la “Mesa de la Unidad Democràtica”, ripropongono querelle d’altri tempi e gettano perplessità sul futuro della sua unità.

Mentre la denuncia di Antonio Ecarri, presidente di Copei-Caracas, fa temere un “effetto domino”, che sarebbe catastrofico per l’Opposizione; le dichiarazioni di esponenti di Voluntad Popular, che si attribuiscono il trionfo sul Cne, a loro dire “obbligata a fissare una data delle elezioni” dallo sciopero della fame di Leopoldo Lòpez, e i ritardi nella decisione della scelta di un unico simbolo elettorale dell’Opposizione in queste parlamentari, contribuiscono ad alimentare dubbi e incertezze.

In particolare, ad accrescere le perplessità dell’elettorato della “Mud” è il dibattito attorno al simbolo con il quale presentare l’alternativa dell’Opposizione. Nonostante possa sembrare un tema di poca importanza, esso, nel fondo, illustra con chiarezza le difficoltà della Mud nel far convivere in uno stesso contenitore tante anime assai diverse per formazione ideologica, estrazione sociale ed obiettivi. Il messaggio della costellazione di partiti e movimenti politici che hanno già aderito all’iniziativa della Mud, e rinunciato al proprio simbolo e ai colori del proprio partito in nome di un progetto comune costruito con tanto sacrificio, non pare sia stato sufficientemente digerito da Voluntad Popular. Il timore è che, come accaduto lo scorso anno, il partito di esponenti di peso come Leopoldo Lòpez, con il suo radicalismo possa creare situazioni pericolose e un clima di tensione che non gioverebbe a nessuno.

L’Opposizione, rappresentata nella sua stragrande maggioranza dalla “Mesa de la Unidad Democràtica”, ha dalla sua tutti i sondaggi. Variano le percentuali, ma non l’orientamento. Ha purtroppo come avversario non solo il Psuv ma l’Opposizione stessa, tanto proclive a farsi danno. A nulla, a quanto pare, servono le lezioni della storia, dall’esperienza del plebiscito che segnò l’inizio della débâcle del perezjimenismo, nel 1957 a quella che determinò la sconfitta di Pinochet in Cile nel 1988.

Dal canto suo, il Psuv ha tutti i sondaggi contro, ma le redini del potere ben salde. Ha il dominio assoluto di tutti gli organismi dello Stato. E della stragrande maggioranza dei mass-media. L’abuso della propaganda politica attraverso la televisione e la radio statale è una realtà incontestabile. Lo è anche che la stampa non filo-governativa, quella che ancora rema controcorrente e resiste nonostante tutto, è oggi assediata, minacciata e discriminata. Si tollera ma oramai il suo potere di penetrazione, dovuto alla drastica riduzione di copie quotidiane imposte dalla mancanza di materia prima, è assai limitato.

Dal canto suo, il radicalismo che caratterizza l’arcipelago delle pagine web, le ha rese poco attendibili e anch’esse limitate al ristretto mondo della “rete”. Tutto ciò, per il Psuv, rappresenta un gran vantaggio in vista del prossimo appuntamento elettorale al quale, se non vi sono improvvisi capovolgimenti di fronte, arriverà col fiato grosso e in evidente svantaggio.

Difficoltà, ostacoli, scogli. Come la Mud anche il Psuv ha i suoi guai. I sondaggi, dicevamo, gli sono ostili. E la situazione economica e sociale del Paese non aiuta. La delinquenza non fa differenze e colpisce ricchi e poveri. Nel primo semestre dell’anno, le vittime della violenza – le cifre non sono ufficiali poiché gli organi di polizia hanno la proibizione di rendere note le statistiche in loro possesso – sono state 6.642. E cioè, 178 in più del primo semestre dello scorso anno. Solo nel mese di giugno, sono stati 425 i corpi esaminati dall’Istituto di Medicina Legale di Caracas. E la crisi economica morde con particolare violenza.

All’aumento del costo della vita si somma la mancanza dei prodotti di prima necessità. Dall’inizio dell’anno, la Banca Centrale conserva gelosamente nel suo scrigno gli indici d’inflazione, che per legge dovrebbe render noti ogni fine mese. Comunque, le proiezioni d’istituti privati, banche ed economisti indicano che alla fine dell’anno l’inflazione non sarà inferiore al 150 per cento e potrebbe raggiungere anche il 200 per cento.

La situazione del paese, quindi, non è delle più felici. L’ha ammesso anche il Governatore dello Stato Carabobo, Francisco Ameliach. La mancanza di prodotti negli scaffali dei supermarket è una realtà che non si può più negare senza correre il pericolo di cadere nel ridicolo. Lo è anche la presenza di enormi file di consumatori alle porte dei generi alimentari. Un fenomeno quest’ultimo che crea irritazione e malcontento; lo crea nei quartieri di classe media ma anche in quelli ben più poveri della periferia. L’insicurezza, l’inflazione, la mancanza di prodotti, le lunghe file di consumatori sono fenomeni bipartisan: non fanno sconto né differenze tra classi sociali.

Il governatore ha anche riconosciuto che l’apparato produttivo non è cresciuto, almeno non al ritmo del consumo. Ma, com’è ormai luogo comune, ha attribuito ogni responsabilità alla “guerra economica” d’industriali senza scrupoli.

Comunque sia, a pochi mesi dalle elezioni, il cammino del Psuv è tutto in salita. Ma l’organizzazione interna, nonostante le difficoltà, appare ancora assai coesa. Soprattutto dotata dei meccanismi di propaganda politica capaci di muovere la leva del nazionalismo, intrinseco nella natura latinoamericana.

In questo contesto, la storia pare ripetersi. Ieri è stato il presidente Obama, con una polemica dichiarazione, a dare ossigeno alla popolarità del presidente Maduro. Oggi lo sono Colombia, Guyana ed ExxonMobil. La popolarità del presidente Maduro, ma anche quella di importanti esponenti del Psuv, è ai minimi storici. Nulla di meglio, quindi, che un nemico esterno per dare loro un nuovo impulso. E se non esiste, allora, tanto vale inventarlo. La creazione di “Aree Operative di Difesa Integrale Marittima e Insulare”, attraverso un polemico decreto, ha provocato la reazione della Colombia, che ha immediatamente agito attraverso i tradizionali canali diplomatici. E, infatti, il decreto, nel delimitare le “aree operative”, sconfina in una amplia zona marittima sulla quale Venezuela e Colombia reclamano la propria sovranità.

La denuncia della presenza della holding petrolifera nordamericana ExxonMobil, che ha trovato ricche sacche petrolifere nella zona dell’Esequibo su cui Venezuela reclama la propria sovranità, è un altro argomento di scontro. Il delicato lavoro di cucitura che svolgono le commissioni “ad hoc”, sia per la querelle relativa al Lago di Maracaibo sia per quella attinente all’Esequibo, è stato messo in discussione e stravolto dalla condotta del governo del presidente Maduro.

E la diplomazia del microfono, una volta ancora per uso e consumo politico, è tornata a essere il “modus operandi” del capo dello Stato. Il reclamo della sovranità su vasti territori, giusto o ingiusto che esso sia, può risvegliare, se presentato da un’abile macchina propagandista – così come è stato fatto con le dichiarazioni del presidente Barack Obama -, i sentimenti nazionalisti.

Anche il trionfo del “No” in Grecia, grazie all’opportunismo del presidente Maduro, è stato trasformato in un argomento di propaganda politica. Non si sa ancora quali saranno i riflessi sull’Eurozona. Ancor meno, sull’economia latinoamericana. Tuttavia, il presidente Maduro non ha perso tempo nell’interpretare il voto greco come la rottura con il sistema tradizionale.

E, in questo, non ha poi tutti i torti. Celebrare il successo di Tsipras, come conseguenza della “rivoluzione chavista”, pare comunque esagerato. Il presidente Maduro è l’unico capo di Stato che ha commentato a caldo gli avvenimenti della Grecia. Delle parole del capo dello Stato si è fatto eco il presidente del Parlamento, Diosdado Cabello, che ha posto l’accento sui fatti della Grecia commentando che sarà “la scintilla che infiammerà la prateria”.

Nonostante non sia ancora iniziata ufficialmente, è evidente che la campagna elettorale sia già una realtà. E questo è solo l’inizio.

(Mauro Bafile/Voce)