Renzi, il futuro dell’Europa preoccupa più della Grecia

Pubblicato il 07 luglio 2015 da redazione

Renzi al Cern, coraggio Italia, basta autoflagellarci

ROMA. – L’Europa si sta avvitando in una spirale di veti incrociati che la dice lunga sulla sua debolezza strutturale. L’appello della Casa Bianca per trovare una soluzione ”costruttiva” alla crisi greca, in altre parole per salvare Atene dal default, è la dimostrazione che il negoziato è giunto al limite di una rottura dalla conseguenze insondabili.

Romano Prodi parla esplicitamente di una ”follia” della leadership europea che sta mettendo in crisi la Ue per un Paese che esporta meno della provincia di Reggio Emilia e che rappresenta solo il due per cento del Pil dell’area euro. Non ha torto Matteo Renzi quando osserva che, a questo punto, il problema non è più l’emergenza ellenica ma il futuro stesso dell’Unione europea. Il referendum indetto da Alexis Tsipras ha fatto esplodere tutte le contraddizioni di un’entità economica alla quale manca l’anima politica.

Il premier sembra essersi riavvicinato alle posizioni di Francois Hollande, dopo le critiche giunte da sinistra sulla carenza di autonomia dimostrata dal Pse, ma è chiaro che ciò non è più sufficiente: il governo greco gioca tatticamente con spregiudicatezza sul fattore tempo, convinto che alla fine riuscirà a spuntare un programma di aiuti straordinari che in qualche modo rimetta in discussione le tanto sbandierate regole dell’eurozona.

La Germania finirà per piegare il capo? La cosa è molto dubbia. Angela Merkel ripete che mancano le basi per negoziare e aspetta di vedere nero su bianco le proposte di riforma del governo greco. L’ipotesi è che, se saranno credibili, un piano di salvataggio condiviso possa essere varato entro la settimana. Però è vero che ogni governo, non solo quello di Tsipras, deve rendere conto alla propria opinione pubblica e che nessuno, come dice Forza Italia, è disposto a pagare più tasse per salvare Atene e aprire il capitolo degli aiuti a catena.

Il Rottamatore si trova perciò in una posizione delicata: come ha confermato il Fmi, la crescita italiana è legata all’ attuazione del piano di riforme. A loro volta queste riforme dipendono dal contesto internazionale: è ormai chiaro che un default della Grecia avrebbe un costo pesante per il nostro Paese anche con il paracadute della Bce. Per Renzi è giunto il momento di assumere un ruolo più attivo all’interno dell’ eurogruppo, altrimenti la promessa di fare del ”laboratorio Italia” il motore del ”cambio di verso” resterà lettera morta.

Ma il panorama interno non è incoraggiante. La riforma della scuola avanza tra grandi proteste di piazza. E quella del Senato segna il passo e slitterà quasi certamente a settembre. Il motivo è che la sinistra dem, decisiva a palazzo Madama, chiede cambiamenti di peso (l’elettività prima di tutto). Il ministro Boschi ritiene possibile trovare un’intesa prima della pausa estiva. La novità è l’apertura di Forza Italia che si dice disponibile a scrivere le regole insieme discutendo di elettività e di ritorno nell’Italicum al premio di coalizione (Romani). Un modo per bruciare sul tempo i verdiniani che – avverte il capogruppo forzista – se si dovessero costituire in gruppo autonomo indebolirebbero il percorso di agreement.

Renzi per ora temporeggia ma fa sapere di voler mantenere il ritmo seguito finora. Le riforme, spiega, sono il suo core business ed è pronto ad ”usare il machete” per tagliare le cose che non funzionano. Linea decisionista che dovrà comunque fare i conti, come si è visto, su quanto sta accadendo in Europa. E con le opposizioni più radicali che, dai 5 stelle alla Lega, parlano ormai apertamente di abbandono dell’euro.

Beppe Grillo non si stanca di ricordare che questa soluzione per molti illustri economisti, da Krigman a Stiglitz, è l’unica strada: e se il ddl che chiede un referendum consultivo non passerà, avverte, ”il referendum lo faremo noi”. Rivolgendosi direttamente ai cittadini, sembra di capire, sull’onda di sondaggi che fanno del M5S il movimento in maggiore crescita. Un anticipo di quanto potrebbe accadere in altri Paesi Ue se si dovesse arrivare alla ”Grexit”.

(di Pierfrancesco Frerè /ANSA).

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