La sinistra latinoamericana tifa Alexis il bolivariano

Pubblicato il 08 luglio 2015 da redazione

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BUENOS AIRES. – Da Fidel Castro a Nicolás Maduro e Daniel Ortega, la sinistra latinoamericana ha trovato un nuovo leader, questa volta molto lontano da casa: è il premier greco Alexis Tsipras, definito “compagno” da entrambi i fratelli Castro. A piacere ai rappresentanti dell’asse ‘bolivariano’ avviato anni fa dallo scomparso Hugo Chávez è stato tra l’altro il ‘no’ della maggioranza dei greci nel referendum di domenica. Quello stesso giorno la sinistra ‘latina’ ha parlato con le sue diverse voci.

Il sandinismo nicaraguense si è espresso tramite il presidente Daniel Ortega, il quale ha ricordato che i greci hanno ribadito “lo storico senso di democrazia, dignità e giustizia” evidenziato dal “pueblo” di Atene. Simili le dichiarazioni di Maduro, il quale ha tagliato corto puntando sul “Fondo monetario internazionale e il terrorismo finanziario”.

Non ha scherzato neanche Diosdado Cabello, presidente del parlamento, insieme a Maduro l’uomo forte di Caracas: quanto avviene in Grecia sarà “la scintilla nella prateria”, ha sottolineato, invitando “i dittatori della moneta a cercarsi un altro ‘business’ per fare soldi”. Anche il presidente boliviano Evo Morales se l’è presa con il Fmi, accusandolo di “ricattare” Atene.

Cuba segue da tempo il braccio di ferro Atene-Bruxelles. Il primo a parlare è stato Raúl Castro, che ha risaltato “il sostegno della maggioranza greca alla coraggiosa politica del governo”. Ma anche Fidel ha scritto a Tsipras: nei suoi “complimenti” ha intrecciato frasi sull’antica Atene, sulla resistenza dei greci e le truppe di Mussolini, senza dimenticare allusioni alla Russia e alla Cina.

L’Argentina poi non perde un passo della vicenda, anche perchè gli scossoni economici di questi mesi e lo scenario ‘Grexit’ hanno fatto riaffiorare quella che a Buenos Aires rimane una ferita aperta, e cioè il crollo del 2001, il default sovrano più grande nella storia del capitalismo moderno. Se si pensa alla Grecia la prima cosa che viene in mente a Buenos Aires sono le politiche di austerità a seguito della ristrutturazione dell’indebitamento, una montagna di soldi: 93 miliardi di dollari.

Il debito greco è però più alto di quello argentino all’epoca del crollo (circa il 174% del Pil a fronte del 53% di quello di Baires nel 2001). All’epoca l’Argentina fece d’altra parte una svalutazione selvaggia (la moneta locale perse il 75% rispetto al dollaro), fatto che fece crollare i salari reali, mentre la disoccupazione salì (a metà 2002) fino al 21%. Non mancarono episodi di saccheggio di supermercati e negozi.

Le similitudini – dal blocco delle banche ai controlli sui capitali – sono quindi parecchie. Ma anche le differenze. Una su tutte: l’Argentina era, ed è, un paese ricco di risorse naturali e vanta ingenti quantità di materie prime agricole da vendere. Nel 2001, dopo la svalutazione e il periodo ‘lacrime e sangue’, i prezzi delle materie prime agricole esplosero e la Cina, insieme ad altri paesi, cominciò a comprare soia e altri prodotti. Il vento cambiò e nel giro di due-tre anni il paese riuscì a trovare la strada della ‘recovery’.

(di Martino Rigacci/ANSA)

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