Renzi tra due fuochi, la crisi della Grecia e l’opposizione interna

Pubblicato il 08 luglio 2015 da redazione

 Italian PM Matteo Renzi

ROMA. – Gli applausi strappati da Alexis Tsipras al Parlamento europeo dimostrano più di qualsiasi analisi le profonde divisioni che percorrono la Ue. Il premier greco sembra essere riuscito nel compito di portare nel cuore dell’Europa la sua richiesta di ”cambiare verso” alla politica comunitaria, spiazzando in fondo tutta l’area socialista. Per di più con l’appoggio indiretto degli Stati Uniti il cui Segretario del Tesoro Jack Lew condivide la richiesta di un taglio del debito ellenico, giudicato attualmente insostenibile.

Il negoziato naturalmente è in corso e tutto dipenderà dal piano di riforma fiscale e di taglio delle pensioni baby che Tsipras ha annunciato a Strasburgo. Ma le timide aperture che giungono anche da Paesi che i sacrifici in questi anni li hanno fatti, come la Spagna, sono il segnale che la Grexit può essere scongiurata all’interno di una trattativa che dovrà salvare a tutti la faccia. A cominciare dalla Germania.

Insomma per ora la tattica dilatoria del leader ateniese, il cui piano era di presentarsi a Bruxelles senza un piano (come ironizza la satira che circola in queste ore), ha prodotto un primo risultato politico: spostare il focus dall’insolvenza della Grecia agli aiuti finiti alle banche invece che ai cittadini e all’anomalia di un Paese che ”ha fatto da cavia all’austerity”.

S’intende che siamo pur sempre nei confini della propaganda e delle mosse di studio in vista della stretta finale che dovrà avvenire entro domenica prossima: ma l’opposizione italiana e la sinistra dem non si fanno sfuggire l’occasione di mettere sotto accusa Matteo Renzi che avrebbe peccato di subalternità nei confronti di Berlino e diviso il fronte del Pse potenzialmente antiausterity. In realtà la posizione di palazzo Chigi è molto delicata.

Il crollo delle Borse asiatiche ha aggiunto un elemento di preoccupazione in più al possibile default di Atene: anche l’Fmi sottolinea che un fallimento delle trattative avrebbe inevitabili ripercussioni sul nostro Paese, a partire dall’ indice della fiducia dei cittadini. Indice importante per il mercato finanziario (dunque per lo spread) ma anche per le riforme. L’esecutivo non può che attendere l’esito dei negoziati e un piano credibile di Atene (il che è tutt’altro che scontato), ma intanto cerca di blindare la sua maggioranza e di portarsi avanti con le riforme.

Sul primo punto, le dimissioni di Antonio Azzolini (Ncd) da presidente della commissione Bilancio del Senato (su cui pende la richiesta di arresto della magistratura per la vicenda della Divina Provvidenza di Bari) rappresentano il prezzo pagato dai centristi alla tenuta della maggioranza, già messa a dura prova dal caso del centro di accoglienza di Cara Mineo che lambisce il sottosegretario Castiglione, uno degli uomini più vicini ad Angelino Alfano. Dopo le dimissioni da ministro di Maurizio Lupi un altro tassello che mette a dura prova l’asse del ministro dell’Interno con il capo del governo.

Ma in questo momento la blindatura della coalizione passa davanti a tutto perché una crisi al buio avrebbe effetti devastanti. Ciò spiega anche l’ammorbidimento del premier sulla riforma del Senato, la cui approvazione definitiva slitta a settembre. La sinistra dem chiede di reintrodurre l’elettività della seconda Camera e senza i suoi voti difficilmente si potrebbe giungere al varo della riforma. Forza Italia sta provando ad inserirsi nella trattativa perché condivide il ritorno all’ elezione diretta (anche se probabilmente ciò avverrà con una sorta di ”listini” collegati all’interno delle elezioni regionali) e spera che si possa modificare anche l’Italicum reintroducendo il premio alla coalizione e non alla lista.

Dalle trincee azzurre giungono inviti a Renzi a non lasciar cadere l’ apertura, anche perché – è il sottinteso – ciò consentirebbe ai berlusconiani di riassorbire la dissidenza dei verdiniani e di garantirsi un posto al tavolo delle regole in vista del referendum annunciato per l’anno prossimo. Anche se la condanna del Cavaliere a Napoli per l’inchiesta sulla compravendita dei voti allunga nuove ombre sulla possibilità di dialogo.

Non è una rispolveratura del Patto del Nazareno, avverte Renato Brunetta, ma un modo per coinvolgere l’opposizione e isolare gli oltranzisti. Area che per il momento concentra il suo fuoco sulla richiesta di abbandonare l’euro: capofila 5 stelle e Lega. La richiesta dei due gruppi di discutere urgentemente il ddl che propone di istituirlo è stata bocciata da palazzo Madama: Sel accusa Grillo e Salvini di strumentalizzare il dramma greco a puri fini elettorali.

(di Pierfrancesco Frerè /ANSA).

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