Compravendita senatori, Berlusconi e Lavitola condannati a 3 anni di reclusione

Lavitola e Berlusconi

ROMA. – Silvio Berlusconi è stato condannato dal Tribunale di Napoli a tre anni di reclusione per corruzione nel processo per la compravendita dei senatori. Alla stessa pena è stato condannato anche Valter Lavitola.

“Non mi sono costituito parte civile perché ritengo che sia stata lesa la democrazia e non la mia persona”. Così l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi all’Ansa, rispondendo a una domanda sul mancato ingresso nel processo come parte offesa. “C’erano delle voci, ma, come dissi al giudice, non ne sapevo nulla. Se lo avessi saputo sarei ancora presidente del Consiglio”.

“La sentenza arriverà in tempo per i tg della sera”. Dagli ambienti vicini a Silvio Berlusconi, già in tarda mattinata, filtrava il fastidio per un processo temuto soprattutto per il suo impatto sull’immagine dell’ex capo del governo. La prescrizione, prevista in ottobre, annullerà, di fatto, gli effetti concreti della condanna a tre anni sancita dal Tribunale di Napoli. Ma è una condanna che al leader FI brucia comunque, toccando il ‘casus belli’ della caduta dell’unico esponente di sinistra che era riuscito a batterlo.

Una condanna che Berlusconi taccia come epilogo di un processo “solo politico”. Non a caso, già lunedì ad Arcore, si parlava di settimana complicata, segnata dalla sentenza del tribunale partenopeo e, venerdì, dalla presenza – da testimone – al processo ‘escort’ a Bari. Anche per questo l’ex premier sceglie di restare a Villa San Martino fino a mercoledì, decidendo quindi di attendere la sentenza sul caso De Gregorio a palazzo Grazioli, dove tiene un pranzo con i suoi più stretti collaboratori.

Un’attesa segnata da un mix di timore e sdegno, quella del leader di FI, non tanto per gli effetti giudiziari della condanna in primo grado (pressoché impossibile che i tre gradi di giudizio si esauriscano entro ottobre) ma per la sua valenza dal punto di vista della “percezione” sull’opinione pubblica. Anche per questo, la rabbia con la quale Berlusconi accoglie la sentenza è palpabile.

“E’ un processo politico, nato e portato avanti come tale”, è stato lo sfogo dell’ex capo del governo a Palazzo Grazioli prima di affidare la sua reazione ad una nota, in cui si fa esplicito riferimento alla “persecuzione giudiziaria scatenata contro di me per cercare di ledere la mia immagine”. Uno sfogo che filtrava già nella memoria consegnata alla Giunta delle autorizzazioni della Camera che oggi avrebbe dovuto ascoltarlo valutando l’istanza di insindacabilità con la quale l’ex premier chiedeva al Parlamento di dichiarare, ex art. 68, gli atti oggetto del processo coperti da immunità parlamentare.

Istanza che, un po’ a sorpresa, Berlusconi aveva tuttavia ritirato, certo dei voti contrari (e decisivi) di Pd e M5S e già critico sulle “ragioni politiche” di un processo reputato incostituzionale. Processo che, sommato all’inchiesta Ruby-ter e all’accoglimento del ricorso di Vincenzo De Luca sospeso ex legge Severino, avvelena ancor di più il clima a palazzo Grazioli, dove il leader FI trova tuttavia anche il tempo e la voglia di fare un punto politico con i suoi.

E l’attenzione è verso il caso greco e il rigore economico dell’ Ue: un dato che lo vede sulle barricate (non a caso Giovanni Toti si dice non contrario a un referendum anche in Italia) e su posizioni certamente più vicine a quelle della Lega che a quelle di Ncd. Sul fronte riforme, invece, Berlusconi prende tempo, sfruttando la frenata voluta dal governo sui tempi dell’approvazione al Senato e tenendo socchiusa, ma solo in cambio di un Senato elettivo e del premio di coalizione all’Italicum, la porta del dialogo con Matteo Renzi.

Non sorprendono più, invece, le voci dell’imminente uscita dei fittiani alla Camera. Un’uscita che al gruppo FI a Montecitorio costerà anche una perdita di danaro. Ma che secondo l’ex premier potrebbe essere perfino positiva: così, avrebbe osservato, le posizioni saranno finalmente più chiare.

(di Michele Esposito/ANSA)

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