Papa: in Sud America tra gli “ultimi” per diritti e inclusione

Pubblicato il 13 luglio 2015 da redazione

Pope Francis in Paraguay

ASUNCION. – Con negli occhi la folla di giovani sul lungofiume Costanera, e la rivendicazione del “diritto sacro alla casa” fatta da Maria Garcia nella baraccopoli di Banado Norte, il Papa lascia il Paraguay al termine del viaggio in Ecuador, Bolivia e Paraguay, trionfale per accoglienza e numeri, e importante per lo sviluppo del pontificato. E questo benché papa Bergoglio sia entrato da una porta stretta: tre paesi non troppo grandi, non di “peso” nella politica mondiale.

Papa Francesco ha sopportato bene ritmi serratissimi e decine di appuntamenti, tra i quali la messa che ha celebrato in Ecuador nel Parco del Bicentenario, con il suo appello ai popoli a rinnovare il grido di libertà risuonato 200 anni fa contro le potenze coloniali, per un nuovo modello di società inclusiva, cui il Vangelo offre il proprio contributo.

C’è stata poi la partecipazione al secondo incontro mondiale dei movimenti popolari a Santa Cruz in Bolivia, una sorta di “Onu dei movimenti” alla quale papa Bergoglio ha spiegato il proprio manifesto aideologico, per una patria grande quanto il mondo, che forse tornerà a ribadire anche alla assemblea generale dell’Onu, in settembre.

Rispetto al cammino della chiesa in Sud America, un evento di rilievo è stata la messa celebrata a Caacupé in Paraguay, con il riorientamento della religiosità popolare mariana in chiave non solo devozionale ma di sostanza della fede. Quella teologia del popolo e fede pratica che papa Bergoglio chiede di vivere nel quotidiano, anche come “arma” contro i conflitti tra popoli e persone.

Papa Francesco ha instaurato un rapporto positivo con i presidenti, più caldo forse quello con Evo Morales in Bolivia, ma anche in Ecuador e in Paraguay ha voluto sostenere le istituzioni di queste democrazie relativamente giovani, in nazioni passate dal colonialismo alle dittature, impegnate nella lotta alla povertà, con ritmi di sviluppo confortanti e conquiste nel campo della sanità e della educazione, impensabili fino a qualche tempo fa. Ma non ha esitato a ascoltare le rivendicazioni delle persone comuni intervenute davanti a lui nei diversi appuntamenti pubblici.

In Bolivia si sono avuti echi di vecchie polemiche sulla teologia della liberazione. Arrivando nel Paese il Pontefice ha visitato il luogo in cui fu ritrovato il 21 marzo 1980 il cadavere torturato del gesuita artista e amico dei minatori e dei poveri Luis Espinal, massacrato dai paramilitari del dittatore Luis Garcia Meza. Ed è in onore di Espinal che Morales ha donato a Bergoglio una scultura che ha fatto scalpore, raffigurante la falce e martello in verticale, con un crocifisso sopra la testa del martello, e una onorificenza dedicata al gesuita che nel medaglione riproduce il crocifisso sulla falce e martello. Tanto è bastato a rinfocolare la polemica sulla presunta interpretazione ideologica e marxista del cristianesimo.

Papa Francesco – che già alla messa del bicentenario aveva chiesto di ravvivare la rivoluzione del vangelo, spiegando che il cristianesimo può dialogare anche con le utopie – se l’è cavata lasciando l’onorificenza ai piedi della Madonnna di Copacabana come omaggio al futuro del popolo boliviano. Dietro alla polemica sulla ‘falce-martello-crocifisso’ c’è indubbiamente l’inquietudine dei poteri mediatici e finanziari per il radicale cambiamento di modello di sviluppo che il Papa, dopo averlo teorizzato nell’enciclica Laudato sì, ha riaffermato nei 55 minuti di intervento davanti ai movimenti popolari. Ma ci sono anche spinte di settori ecclesiali che non gradiscono l’accentuazione della opzione preferenziale per i poveri che il Papa ha rilanciato in Sud America, che risale al Concilio e alla Populorum progressio di Paolo VI, alla cui ricezione tutta la Chiesa latinoamericana ha dato forte contributo.

Infine in Paraguay Bergoglio ha posto l’accento sul forte riconoscimento al coraggio delle donne e degli uomini normali, sconosciuti alla storia, che hanno sostenuto il Paese. Da notare il richiamo a lavorare per una “democrazia non formale”, e il riconoscimento del modello sociale delle antiche “reduciones” dei gesuiti, come auspicio per modelli sociali ed economici inclusivi, capaci di sradicare la “corruzione” e costruire una democrazia partecipata nella amalgama di popoli e culture e superare i conflitti con il dialogo.

Anche in Sud America papa Bergoglio non ha rinunciato alle tappe tra gli “ultimi” cui dà grande spazio in ogni viaggio del pontificato. Così è stato in Ecuador con la visita al centro anziani delle suore di Madre Teresa a Tumbaco, in Bolivia nell’incontro con i detenuti del carcere Palmasola e in Paraguay con la visita ai bimbi dei reparti di degenza rianimazione e oncologia dell’ospedale Niños e Acosta Nu di Asunción e alla Banado norte.

E’ presto per i bilanci, ma si può già dire che il viaggio ha assunto in pieno la sfida di annunciare il Vangelo nella concretezza e senza ideologie e ha lasciato un segno sia in società e istituzioni che nelle chiese dei tre paesi, ha confermato la credibilità del Papa come leader universale.

(giovanna.chirri@ansa.it)

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