Renzi, ma è questa l’Europa che volevamo?

Eurozone summit

ROMA. – Ma è questa l’Europa che volevamo? L’interrogativo che, a partire da Matteo Renzi, rimbalza da destra a sinistra dimostra che il match di wrestling notturno andato in scena a Bruxelles ha visto solo sconfitti. Tra macerie e rancori. L’umiliazione imposta ad Alexis Tsipras in fondo scontenta tutti e non è nemmeno detto che si concluda con il salvataggio della Grecia: manca infatti il voto finale del Parlamento ellenico, con una maggioranza spaccata a metà e il percorso di un nuovo governo (assai probabile) tutto da costruire.

Renzi ha tenuto a sottolineare il ruolo di raccordo svolto dal governo italiano in uno scenario che a molti ha ricordato le trattative della pace di Versailles e che ha seriamente rischiato di concludersi con la famigerata ”Grexit”: questo è il motivo per il quale, secondo il premier, non sono giustificati i trionfalismi o i giudizi riduttivi.

La Germania ha vinto male, in sostanza, perché a questo punto si apre il problema di che cosa vuole essere l’Europa, come ha sempre ripetuto il Rottamatore: l’Unione ”ha perso i suoi ideali, si è dimostrata solo burocrazia” e adesso è venuto il momento di invertirne la logica politica, da quella dell’austerità a quella della crescita. Un compito che il Pd pensa debba spettare al Pse (Francesco Verducci), il cui ruolo è apparso condizionato dalla divisione tra socialisti francesi e socialdemocratici tedeschi. Come dice Romano Prodi ”l’accordo ha evitato il peggio ma non il male”: si è scongiurata l’uscita di Atene dall’euro, ma la Grecia è stata umiliata davanti al consesso internazionale e l’Ue ha peccato di assenza di leadership e di solidarietà.

Secondo l’ex ministro delle Finanze dell’Ulivo Vincenzo Visco (il quale evoca esplicitamente il trattato di Versailles che impose condizioni devastanti alla Germania alla fine della prima guerra mondiale) è venuto a galla un tasso impressionante di prevaricazione che pone le basi per la fine della moneta unica.

Pronostici catastrofisti? Può essere. Ma un dato è certo: tutte le forze politiche italiane sono rimaste sfavorevolmente impressionate dal modo in cui si è giunti all’accordo tra Berlino ed Atene (perché di questo si tratta) se persino i centristi di Scelta civica parlano di una punizione che allontana dall’Europa chi pensa che ognuno debba fare la sua parte.

Secondo Forza Italia c’è un rischio implosione legato non solo all’imponenza dei fondi messi in campo (86 miliardi) ma al fatto che l’austerità impedisce l’espansione economica e di conseguenza la creazione di nuove risorse per ripagare il debito. Non a caso da destra si comincia a ragionare che per sfuggire alla dinamica del rigorismo l’unica via è l’uscita dall’euro (Meloni) o addirittura dall’Ue (Salvini).

Da sinistra si invoca invece la revisione dei trattati europei (Sel) o il no del Parlamento greco all’accordo (Fassina) mentre lo stesso Pd, con Zanda, invita ad affrontare il problema dei debiti sovrani il cui peso di fatto innesca il circolo vizioso sacrifici-maggiori interessi-nuovi sacrifici.

L’M5S critica la ”strategia del terrore” dell’eurogruppo, parla di ”democrazia sospesa” in Europa e non assolve nemmeno il leader greco che alla fine avrebbe tradito l’esito del referendum e la sua popolazione.

Naturalmente il grosso della maggioranza ritiene più importante lo scampato pericolo di un default che avrebbe messo sotto pressione il nostro Paese, ma nessuno si nasconde che a questo punto si pone il problema di una maggiore integrazione politica che possa indirizzare l’Unione verso un percorso non solo finanziario-monetaristico. E controbilanciare il potere di Berlino perché un po’ in tutta Europa cresce l’onda degli euroscettici, sbrigativamente liquidati come populisti.

E’ uno dei maggiori problemi che ha Renzi: i sondaggi danno ormai i 5 stelle attorno al 26-27 per cento, mentre cresce anche la Lega. La spina nel fianco è soprattutto la sinistra dem che, come ha fatto sapere Roberto Speranza, teme la ”folle idea” di essere sostituita con i ”transfughi” della destra, cioè i verdiniani.

Le intenzioni di Verdini in realtà sembrano quelle di dare vita ad un gruppo autonomo di una dozzina di senatori, non certo di confluire nel Pd: ma è comunque un’arma potente nelle mani del Rottamatore per tenere a bada la dissidenza in vista delle cruciali votazioni delle riforme in Senato.

(di Pierfrancesco Frerè /ANSA).

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