Petrolio: mercato saturo, si valuta il ritorno dell’Iran

Pubblicato il 14 luglio 2015 da redazione

Petrolio-in-Iran

ROMA. – Si riapriranno i rubinetti, ma non sarà un’inondazione. Con queste caratteristiche, secondo gli analisti, avverrà il ritorno sul mercato del petrolio iraniano: i problemi da risolvere sono infatti ancora parecchi, a partire dai nuovi contratti su cui deve lavorare Teheran se vuole attirare le big del petrolio, Eni compresa, per non parlare di un mercato talmente saturo che per il momento non sente certamente il bisogno di altro greggio. Per questo le quotazioni del barile non hanno subito evidenti oscillazioni, mantenendosi intorno ai 52 dollari al barile.

L’accordo sul nucleare, spiegano all’agenzia Bloomberg gli analisti di Ing Bank “è il primo passo di un cammino molto arduo”, e anche secondo Bnp Paribas “un ritorno sostanziale del petrolio iraniano sul mercato ancora appare come una strada lunga e tortuosa”. Prova ne sia che, secondo i calcoli di Commerzbank l’Iran non potrà tornare sui mercati del greggio che a metà del 2016, con l’esportazione di circa 500mila barili al giorno (al di là dei 40 milioni di barili che avrebbe stoccati in superpetroliere), contro una produzione mondiale attuale che si aggira sui 95 milioni di barili.

Le sanzioni che colpiscono l’energia, tra l’altro, stando all’accordo non verranno rimosse prima del 2016 e comunque solo dopo che le ispezioni proveranno che Teheran sta rispettando gli impegni presi. Se anche la ripresa dovesse favorire un aumento della domanda e quindi il mercato fosse pronto ad accogliere il greggio iraniano (attualmente secondo alcune stime la sovrapproduzione è di 800mila barili al giorno), per tornare ad agire da protagonista sullo scenario mondiale Teheran avrà bisogno degli investimenti delle major internazionali, che invece hanno drasticamente tagliato gli impegni proprio per far fronte al crollo del prezzo del greggio.

Per attirare le big del petrolio, oltre tutto, l’Iran dovrà necessariamente rivedere lo schema contrattuale messo in piedi negli anni ’90 con la contestatissima formula del buy back. Si tratta di un sistema scelto sostanzialmente solo dall’Iran in tutto il panorama petrolifero mondiale per non assegnare concessioni esplorative alle big straniere. La formula prevede che le compagnie sostengano tutti i costi, anche quando questi salgono per cause indipendenti, e vengano poi ripagate con quote fisse di barili di produzione futura. Le quote sono, per l’appunto, fisse e non più negoziabili, quindi non si può rientrare dell’eventuale incremento dell’onere attraverso, per esempio, un aumento della produzione.

Da tempo Teheran lavora per modificare questo schema che allontana gli investitori stranieri: “A mio avviso – sottolineava l’ad dell’Eni Claudio Descalzi poche settimane fa – entro fine anno Teheran potrebbe proporre una nuova forma di contratti, più simile agli standard internazionali e meno penalizzante per gli operatori e le major petrolifere. Se Teheran fa questo passo, e credo che ne abbia l’interesse, potrebbe essere la svolta”.

Se la previsione verrà confermata, anche il gruppo italiano ha ribadito che potrebbe pensare di tornare a investire nel Paese in cui sbarcò nel lontano 1957.

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