Lo scenario incandescente che aspetta Renzi al ritorno dall’Africa

Renzi a studenti di Nairobi, siate leader e non follower

ROMA. – La crisi greca non è ancora risolta, come dimostrano le obiezioni del Fondo monetario alla sostenibilità del debito di Atene e la minaccia di dimissioni di Tsipras di fronte alla spaccatura di Syriza. E’ uno scenario incandescente quello che aspetta Matteo Renzi di ritorno dalla missione in Africa. Il premier ripete che la Grecia va comunque salvata e che il vero problema è quale Unione si vuole costruire: un modo per porre nell’agenda del Pse la vera strategia dei prossimi mesi, il passaggio dalla politica dell’austerity a quella dello sviluppo.

Renzi si aggancia in qualche modo anche alla perplessità dell’Fmi che parla esplicitamente di necessità di una ristrutturazione del debito ellenico, fieramente avversata dalla Germania: in prospettiva sembra profilarsi un braccio di ferro dei socialisti italo-francesi con Berlino perché è chiaro che la maratona notturna di Bruxelles, che ha portato all’intesa con il governo Tsipras, è stata solo il primo capitolo di una lunga storia (che partirà con un prestito ponte).

Un ostacolo non da poco per il Rottamatore che vede i sondaggi peggiorare. L’arresto della crescita dell’indice di povertà, certificato dall’Istat, rappresenta a suo avviso un punto di svolta, anche se resta molto da fare. ”Se manterremo il ritmo delle riforme, otterremo ritmi di crescita ancora più significativi”, assicura il capo del governo. Ma sarà necessario anche denaro fresco per una legge di stabilità espansiva, un risultato decisivo da presentare ai cittadini. Per ottenerlo potrebbe essere necessario sforare i parametri del debito con l’assenso dei Paesi del Nord.

Il che è tutt’altro che scontato. Ecco perché Renzi punta tutto sul rispetto della tabella di marcia che prevede l’approvazione della riforma del Senato, della P.A., del fisco e del terzo settore per convincere i partner europei che l’Italia può ormai essere considerata un ”punto di riferimento” credibile per la ripresa. Una battaglia difficile da vincere innanzitutto in casa del Pd dove la sinistra è molto critica (ma decisiva per la tenuta della maggioranza a palazzo Madama).

Il ”documento dei 25”, che rappresenta un po’ la base contrattuale dei dissidenti, chiede il ritorno al Senato elettivo. In sede di discussione a palazzo Madama Giorgio Napolitano ha messo in guardia contro il rischio di ”disfare la tela” fin qui costruita faticosamente dal governo. A suo avviso il bicameralismo paritario in passato ”ha generato mostri” e sarebbe un errore gravissimo introdurre modifiche che sfocerebbero in un insabbiamento. In sostanza l’ex capo dello Stato è sceso in campo a difesa del testo uscito dalla prima lettura delle Camere, anche a costo di attirarsi l’accusa di essere il vero architetto della riforma (Calderoli).

Il centrista Quagliariello ipotizza come base di mediazione l’elezione dei futuri senatori in un listino collegato nelle regionali, ma esclude che possa essere messo in discussione l’ impianto complessivo. Tuttavia la decisione di fare slittare il voto finale all’autunno è la dimostrazione della difficoltà della trattativa. Sulla quale grave l’ombra del soccorso dei ”responsabili” verdiniani o addirittura di Forza Italia se Renzi dovesse accettare di reintrodurre nell’Italicum il premio alla coalizione anziché alla lista (il che sembra difficile).

Matteo Salvini, intuendo queste contraddizioni, è salito al Quirinale per un colloquio giudicato ”interessante”: il presidente della Repubblica dice che bisogna dialogare, ha riferito il leader della Lega. A suo avviso ”Renzi non può andare avanti da solo sulle riforme senza ascoltare le opposizioni, altrimenti salta tutto”. Il Carroccio non sembra preoccupato dalle manovre ”poltronare” di tosiani e verdiniani ma punta ad inserirsi nel dibattito di politica estera su Russia ed Ue e si dice disponibile a discutere con il Pd qualsiasi proposta di riforma della legge Fornero perché le pensioni restano uno dei suoi cavalli di battaglia.

Sembrano soprattutto azioni di disturbo, però è vero che al Senato l’equilibrio di maggioranza si regge su un pugno di voti: e se il Pd dovesse subire altre scissioni a sinistra (con “Possibile” di Civati che sta catalizzando non solo i transfughi dem ma anche gli ex grillini), il ruolo di Verdini e di altri centristi diventerebbe decisivo. Con risultati imprevedibili.

(di Pierfrancesco Frerè /ANSA)

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