Mangione: “Sarà un CGIE a trazione europea”

Pubblicato il 16 luglio 2015 da redazione

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NEW YORK. – “E’ una follia. Sembra che in Italia vogliano cancellarci dalla faccia della terra. Una delle cose che più mi hanno addolorato di questo riassetto del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero è che paesi come il Venezuela, in questo momento, per dirla in maniera elegante, in situazione di debolezza; e il Sud Africa, nel quale la nostra comunità è in crisi, si siano ridotti ad avere un solo rappresentante. Come, d’altronde, anche in Australia. E’ allucinante, una vera follia”. Irriverente. Soprattutto, sincera. Chi conosce Silvana Mangione, Vicesegretario Generale del Cgie per i paesi anglofoni extra-europei, sa bene che è così; che è una donna combattiva, polemica, schietta. Insomma, che non ha peli sulla lingua.

– Come si è arrivati a questa situazione? – chiediamo.

– Se permetti – ci dice – faccio un passo indietro. Credo, e l’ho anche scritto, ci sia una strana interpretazione della nostra emigrazione secondo la quale il futuro delle nostre comunità appartiene alla “nuova emigrazione”. Ergo, bisogna privilegiare solo chi è cittadino italiano. Questa strana decisione è stata presa da alcuni personaggi, uno o due al massimo credo, all’interno del ministero degli Esteri.

Spiega che “la prima botta è arrivata” con una circolare ministeriale. E prosegue, assai critica:

– In controtendenza a quanto sancisce il regolamento di attuazione della legge istitutiva del Cgie, la circolare fissa la necessità che le associazioni che aspirano all’iscrizione all’albo consolare, dal quale poi si attingono le indicazioni per i cooptati al Comites e anche per i rappresentanti delle associazioni all’assemblea che elegge il Cgie, debbano avere almeno 25 iscritti, soci cittadini italiani. E di questi debbano dare i nomi.

Sostiene che le nazioni anglofone – leggasi Australia, Canada, Stati Uniti e Sud Africa – si sono opposte con veemenza. E spiega la ragione:

– Questi Paesi – commenta – hanno leggi molto severe in materia di rispetto della “privacy”. In particolare, sono assai rigide negli Stati Uniti. Comunque – aggiunge – non c’è stato verso. Non siamo riusciti a modificare questo requisito. In precedenza, era imprescindibile solamente essere attivi da un minimo di anni.

Quindi, paletti restrittivi ancora più rigidi che penalizzano la comunità organizzata e riducono drasticamente il numero delle associazioni che potrebbero aspirare, qualora lo desiderassero, a partecipare all’elezione dei loro rappresentanti nel Cgie. Limiti che non tengono conto delle realtà, tanto distinte l’una dall’altra, in cui operano le nostre associazioni.

Mangione, ora in tono più pacato, sottolinea che i requisiti stabiliti in precedenza erano più che accettabili. Per l’iscrizione all’albo consolare si chiedeva un minimo di anni di esistenza e uno statuto che assicurasse un regime democratico all’interno di ogni associazione. In altre parole, l’elezione periodica delle Giunte Direttive.

– L’applicazione del nuovo regolamento, in particolare nei paesi anglofoni e non mi permetto di parlare di altre realtà che conosco meno – prosegue -, ha ottenuto l’effetto di ridurre drammaticamente il numero delle associazioni con diritto all’iscrizione all’albo consolare. Siamo passati da quasi 10mila in tutto il mondo a poco più di mille.

Più che delusione, indignazione. E non la nasconde. Mangione spiega che con i nuovi requisiti anche associazioni regolarmente iscritte presso le Regioni, il che non è cosa da poco visto i parametri rigidissimi che queste esigono e i controlli che esercitano, non sono riuscite a iscriversi all’albo consolare. Contenendo la propria irritazione, lascia che siano i numeri a parlare.

– Solo negli Stati Uniti – ci dice – avevamo un migliaio di associazioni registrate. Ora ne abbiamo solo 67…, 67 in tutto il Paese. Un altro esempio, in tutta la circoscrizione consolare di New York, che comprende gli Stati di New York, del New Jersey e del Connecticut, ora ne sono registrate solo 17. Eppure, questa circoscrizione consolare è vasta quanto l’Italia. E solo nell’area di Manhattan ve ne saranno una settantina. Ho voluto dare dei numeri perché questi rendono l’idea meglio di qualunque parola.

Mangione prosegue con la sua cronistoria. E commenta che il secondo passo è stato quello di suggerire la riduzione del numero dei Comites.

– Noi ci siamo subito opposti – assicura -. Abbiamo immediatamente detto no. I Comites non si toccano. Ci era stato chiesto di esprimere il nostro parere in un paio di giorni. La Legge istitutiva del Cgie indica che qualora non fosse possibile riunire l’assemblea, il Comitato di Presidenza ha l’autorità per assumersi ogni responsabilità e dare il giudizio richiesto. E’ quello che abbiamo fatto. Abbiamo detto che i Comites erano fuori d’ogni discussione.

L’intervistata, quindi, ci dice che due o tre giorni prima delle festività pasquali, al Cgie fu chiesto di esprimersi con urgenza sulla riduzione del numero dei consiglieri del Comites.

– Come è stata motivata la necessità di ridurre il numero dei consiglieri?

– Ragioni di risparmio – afferma immediatamente -. Si sarebbero risparmiati circa 200 mila euro; 200 mila euro con i quali, capisci bene, – sottolinea con amara ironia – si sarebbe risanata l’economia italiana e pagato il debito. Allucinante! Così si distrugge la democrazia. Per risparmiare una manciata di euro, che si possono recuperare altrove, distruggi un’istituzione…

Dopo un lungo respiro, prosegue:

– Ci è stato detto che era necessario ridurre il numero dei consiglieri. E su questo – assicura – si è stati tutti d’accordo. Dopotutto, nel momento in cui tutti gli enti collettivi fanno dei sacrifici e riducono il numero di persone che ne fanno parte, era giusto che anche il Cgie facesse la sua parte. Ci è sembrato giusto tagliare di un terzo sia il numero degli eletti all’estero che i nominati in Italia. Siamo stati anche d’accordo nel decurtare la diaria e i rimborsi.

A dir la verità, come spiega la Mangioni, la decisione non è stata indolore ed è stata presa non senza un lungo e animato dibattito.

– Dovevamo dare una nostra opinione nelle 48 ore successive – sostiene -. Si sono alternate telefonate furiose, battibecchi, alterchi. Poi, però, abbiamo accettato. Ma, al momento di dare il nostro giudizio, abbiamo precisato che il taglio di un terzo doveva essere lineale. E abbiamo anche detto che al momento di prendere qualunque decisione bisognava tenere nella dovuta considerazione alcuni paletti che consideravamo importanti: il numero degli italiani, quello degli oriundi e l’estensione territoriale. Non solo l’iscrizione all’Aire.

Sostiene che si era anche chiesto che nei paesi in cui ci fosse un solo consigliere, questo non fosse depennato. E fa l’esempio del Messico e dell’America centrale, realtà che ci toccano molto da vicino.

– E’ inconcepibile, non si può accettare che né il Messico né l’America Centrale oggi abbiano un loro rappresentante nel Cgie – ci dice critica -. Il decreto Legge, infilato in un maxi-decreto al quale è stata posta la fiducia – prosegue – è passato senza dibattito. Non si è tenuto conto delle nostre richieste. Così, un paese piccolissimo, del quale non faccio il nome, che non appartiene al G20, che non fa parte del G7 e neanche è membro dell’Unione Europea, ha oggi più consiglieri degli Stati Uniti, che è una potenza mondiale, del Brasile che è un importante membro dei Bric’s o del Venezuela, che nonostante la crisi è pur sempre tra i maggiori produttori di petrolio. Siamo di fronte ad una vera e propria aberrazione.

– Siamo rimasti tutti sorpresi. Nel caso poi dell’America Latina, gli squilibri sono evidenti.

– Si, assolutamente – ammette -. Veniamo ai numeri. L’Europa aveva 26 consiglieri. Ora con il taglio deciso ne avrà 24. Il numero si riduce di appena due membri, neanche l’1 per cento. L’America Latina, invece – prosegue -, passa da 21 a 14. Subisce una decurtazione importante. E poi, dei 14 consiglieri 7 spettano all’Argentina. Per quel che riguarda, i paesi anglofoni extra europei – aggiunge – si passa da 16 a soli 5 consiglieri. Un taglio del 69 per cento.

Sottolinea che i paesi europei, tranne la Svizzera, non hanno vincoli di frontiera o obblighi di permessi di soggiorno. Insomma, sono tutti cittadini europei che vivono in un paese diverso da quello in cui sono nati.

– Questo – precisa – è un Cgie a trazione europea. E’ un Cgie per gli italiani che vivono in Europa. Il resto del mondo non avrà alcun peso.

– Forse un’azione corale potrà cambiare le disposizioni del Cgie.

Ricorda che, assieme al collega Augusto Sorriso, ha consegnato, in nome dei paesi anglofoni, una lettera al ministro Gentilone, che reputa una persona di grande sensibilità ed equilibrio; una lunga lettera in cui si espongono, punto per punto, i tanti dubbi emersi dalla nuova ridistribuzione dei consiglieri del Cgie. Nella lettera, tra l’altro, si proponeva di tornare a un Cgie con 65 membri.

– Abbiamo avuto un lungo colloquio con il capo della Segreteria particolare del ministro, anch’egli una persona squisita che, tra l’altro, è stato responsabile del settore Affari Internazionali per anni e che ha vissuto all’estero. Una persona senz’altro competente. Il ministro ci ha detto che era informato della situazione e il capo della Segreteria che avrebbe fatto tutto il possibile. Il martedì della settimana seguente il ministro ha firmato il decreto con la tabella legata solamente all’Aire. A questo punto – afferma per concludere – mi faccio delle domande. E te lo dico perché dobbiamo cercare di dare delle risposte per poi iniziare l’azione che suggerivi. Perché dal 2008, dalla conferenza di Giovani, si cerca di sostituire il mondo dell’emigrazione con quello della nuova emigrazione? Chi è il genio che si è messo in testa questa cosa? Si sono resi conto che questa emigrazione, questa nuova emigrazione non è stanziale?

Emigrati ed emigrati

C’è emigrazione ed emigrazione. C’è vecchia emigrazione e nuova emigrazione. Non è un problema di semantica ma di significato profondo. E Mangioni ne è convinta. Spiega che i giovani valori che emigrano, nella maggior parte dei casi non lasciano il proprio paese per radicarsi definitivamente altrove. Ci racconta il caso di un giovane oncologo, uno dei tanti ricercatori italiani sparsi per il mondo.

– In questo momento – ci dice – è a New York. Probabilmente fra due o tre anni gli sarà offerta la possibilità di proseguire le sue ricerche in un laboratorio meglio dotato e con tecnologia di ultima generazione in un altro luogo. E allora cosa farà? Semplice, farà le valigie.

Non mette in dubbio che anche loro sono emigranti. Ma, sottolinea, “è una emigrazione diversa”.

– Non viene a radicarsi nel paese – prosegue -. E’ un’emigrazione che ad un certo punto potrebbe anche tornare in Italia.

– I paesi cambiano, ed anche le nostre collettività. Come si è trasformata quella italo-americana?

– Quando sono arrivata a Washington, negli anni ’70 – racconta -, i broccoli non si trovavano. Ricordo che avevo bisogno di capperi per cucinare la “puttanesca” e dopo una lunga ricerca trovai, in un mercatino gourmet, un’unica confezione nascosta dietro un barattolo di olive. Oggi i broccoli e i capperi li trovi ovunque. Sono due piccoli esempi, ma potrei farne 10mila. C’è poi la lingua italiana. Quante parole sono entrate nell’uso comune del vocabolario americano! Ad esempio, il pane si chiama normalmente “ciabatta” o “panini”. La nostra presenza è in ogni ambito della quotidianità.
Commenta, poi, che gli americani sono innamorati della cucina italiana, della dieta mediterranea.

– Insomma – conclude sorridendo – sono innamorati dei cibi raffinati, di quelli di nicchia. Sono persone che normalmente si recano in Italia perché identificano la dieta mediterranea con l’Italia… perché l’Italia è chic.

 

Cambiare, evolversi. Le società si trasformano. E, con esse, i fenomeni migratori. Ma, all’origine, vi è sempre il sogno di una vita migliore. Ieri, per chi aveva il coraggio di lasciare il proprio paese, era un salto nel vuoto. Erano pochi a conoscere il luogo nel quale avevano scelto di recarsi. Ancor meno chi ne conosceva la lingua. Viaggiare, poi, era un’avventura che poteva durare anche alcune settimane. Oggi è tutto assai diverso. La “rete” ci mette immediatamente in contatto con il mondo esterno, ci permette di indagare sulle possibilità di lavoro che i paesi offrono e, quindi, di conoscere la terra nella quale andremo a vivere. A volte, si hanno già contratti di lavoro e la lingua straniera non ci è estranea. Il viaggio, poi, dura appena qualche ora. Anche così, lasciare il proprio paese rappresenta una decisione sofferta, uno strappo che duole internamente. Per questo chiediamo a Silvana Mangione:

– Qual è stata, a suo avviso, l’evoluzione della nostra comunità di New York? Come sta cambiando con la “nuova emigrazione”?.

– Negli Stati Uniti – ci dice subito – abbiamo assistito a uno strano fenomeno. Gli Stati Uniti sono una terra di emigranti. La popolazione autoctona in realtà non esiste. Gli indiani sono stati confinati in quattro o cinque riserve. Tutto là. La comunità americana è unita dal rispetto alla bandiera, dall’amore verso l’inno nazionale. Il problema americano è quello dell’identità, dell’identità vera.

Sottolinea la profonda contraddizione americana: essere la democrazia più antica e, allo stesso tempo, una nazione assai giovane.

– Come nazione – ci dice – è nata alla fine del 1.700. Una storia, quindi, di appena due secoli. Le nuove generazioni, oggi, hanno bisogno di una loro identità.

– Parlare di identità, in un mondo in veloce trasformazione in cui la globalizzazione distrugge le frontiere, ha un sapore a vecchio a stantio… Ancor più se si pensa che oggi si inizia finalmente a parlare con insistenza di un’Europa unita anche politicamente, insomma di un grande Stato federato…

– No, no – precisa -. Non parlo di identità nel senso nazionalista della parola. Non mi riferisco assolutamente all’identità chiusa dentro i propri confini; nel proprio provincialismo. Ma, ubi consistam, a chi sono, a quale è la cultura che mi ha prodotto. L’esigenza di una identità, in questo senso, sta diventando sempre più forte. Non si tratta dell’identità che porta alle guerre ma dell’identità che fa scoprire il proprio “io”. L’identità dell’italiano di seconda e terza generazione che improvvisamente manifesta interesse nel riscoprire le proprie origini.

Commenta che in passato, chi emigrò a cavallo tra la prima e la seconda guerra mondiale, fu costretto a mimetizzarsi a causa delle circostanze. In effetti, durante la seconda guerra mondiale, l’italiano era il nemico da combattere. E negli Stati Uniti furono costruiti anche campi di “internamento” per italiani, così come ne furono costruiti per i giapponesi. Gli italiani perseguitati negli Stati Uniti non sono mai stati risarciti ma almeno, nel 2010, la legislatura della California ha approvato una risoluzione chiedendo scusa alle nostre comunità per i maltrattamenti subiti.

– Questa realtà – prosegue -, ha portato addirittura alla morte dell’italiano come lingua parlata, durante la seconda guerra mondiale. Allora l’italiano fu costretto a rinunciare alle proprie forme linguistiche, alla propria cultura, all’italianità.

– Ora però assistiamo ad un fenomeno inverso… C’è il riscatto delle origini, della nostra cultura.

– Esatto – ammette -. L’Italia è diventata chic; sinonimo di eleganza, raffinatezza, buon gusto. Non si soffre più per gli stereotipi del passato. Oddio, c’è sempre il rigurgito di certe stupidità. Ma sono eccezioni che bisogna sempre mettere in conto. La terza generazione – prosegue – si sta riavvicinando. Il riconoscimento viene da quelle persone che vogliono andare in Italia per fare “business”, che vogliono investire o che, semplicemente, desiderano sentirsi italiani. Oggi c’è il desiderio di imparare l’italiano e di conoscere la cultura italiana.

A questo punto è inevitabile affrontare l’argomento cittadinanza. E la necessità di offrire una possibilità di riacquisto anche a chi, per ignoranza o per timore, non lo ha fatto.

– Molti connazionali – spiega Mangione – sono diventati americani per ragioni di lavoro. Quando si aprì la parentesi per riottenere la cittadinanza italiana, per mancanza di informazione, per ignoranza o per timore di perdere quella americana, non ne fecero richiesta. Questa fascia di cittadini, che ancora esiste, è oggi furiosa e delusa perché la Madrepatria non permette a coloro che sono nati in Italia, che sono emigrati per necessità e hanno dovuto rinunciare alla cittadinanza per ragioni di lavoro, di riottenerla.

Dalla vecchia alla nuova generazione. Non sono pochi i giovani che, come accadde in passato, cercano al di là delle frontiere patrie uno sfogo alle loro ambizioni, al desiderio di un lavoro, di un futuro, di una vita migliore che l’Italia non offre.

– Come si integrano vecchia e nuova generazione a New York?

– In realtà, tutto dipende dalla loro stanzialità – afferma -. C’è chi sa già che tra tre o quattro anni tornerà in Italia e chi, invece, desidera restare perché ha iniziato un “business”, perché insegna in una prestigiosa università e ambisce diventare preside della Facoltà. C’è chi arriva con studi fatti e magari viene a fare un corso di post-grado ma poi resta a lavorare nelle Università.
Mangioni è molto critica verso la tendenza alla riforma della scuola in Italia. Sostiene:

– Ogni ministro dell’Educazione vuole riformare la scuola. Ma questa scuola che si vuole riformare è quella che sforna i cosiddetti “cervelli”; quei ragazzi che nelle università americane vengono accolti con il tappeto rosso. Quella italiana, con tutti i limiti che sappiamo – prosegue -, è una scuola che forma perché segue il metodo deduttivo e non quello induttivo. Le grandi scoperte americane portano un nome italiano. Fermi, mi pare, era italiano. Ed è stato fondamentale per lo sviluppo delle scienze.

Non gli piace lo stereotipo di “cervelli” in fuga. Preferisce parlare di “nuova generazione”.

– Tutti i connazionali che sono emigrati avevano un cervello – ci dice critica -. Altrimenti, come si spiega tutto quello che sono riusciti a costruire?

Per concludere, non manca l’accenno ad un altro stereotipo: l’emigrazione clandestina. Ci si riferisce usualmente, e a torto, quando si parla dei latinoamericani. Purtroppo, è comune anche tra gli italiani.

– C’è una fascia di italiani che arrivano negli Stati Uniti come turisti – ci dice -. Poi intravedono l’opportunità del “business”, di creare qualcosa di solido in questo paese. Ed allora restano. È l’emigrazione più suscettibile a un rapido legame con la vecchia emigrazione. Questa analisi che oggi stiamo facendo superficialmente per rispondere alle tue domande, andrebbe approfondita. Ma non dai meravigliosi studiosi che restano nel Paese per qualche settimana, al massimo qualche mese, credono di aver capito tutto e poi scrivono libroni ricchi di idiozie e luoghi comuni. Andrebbe fatta da persone che vivono qui e che realmente conoscono la nostra emigrazione.

(Mauro Bafile/Voce)

(Con la collaborazione di Flavia Romani)

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