Elezioni parlamentari in Venezuela, il governo gioca d’attacco

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Invariata, identica. La smania di potere non è scemata. E’ la stessa che mosse i protagonisti del “golpe” del 1992 a insorgere contro il governo democratico del presidente Carlos Andrès Pèrez; che ha ispirato l’arrembaggio alle istituzioni democratiche e che oggi caratterizza le decisioni polemiche del presidente Nicolàs Maduro. Alcuni personaggi assai noti sono usciti dalla scena, tra mille polemiche; altri sono entrati in punta di piedi, senza dare nell’occhio; ma ad avere ben salde le redini del potere sono sempre loro, coloro che cospirarono accanto all’estinto “Comandante” Chàvez e che lo seguirono nel fallito tentativo di “putsch”. Tolta l’uniforme, indossati gli abiti civili. Ma, nella sostanza, sempre protagonisti.

La tentazione è difficile da evitare. E così, come accade ancor oggi in quasi tutti i paesi dell’America Latina, ci s’inoltra in un territorio oscuro in cui è difficile riconoscere la flebile frontiera tra democrazia e vocazione autoritaria.

In democrazia, la forma è contenuto. La vocazione autoritaria dell’estinto presidente Chàvez, prima, e del presidente Maduro, poi, si può evincere dal linguaggio. Il presidente della Repubblica non dovrebbe ordinare alle istituzioni democratiche. Ma suggerire. I romani dicevano: “la moglie del Cesare non solo deve sembrare onesta ma deve anche esserlo”. I capi di Stato non solo devono rispettare le istituzioni, ma anche difenderne l’autonomia.

Il rispetto dell’indipendenza delle istituzioni è fondamentale in una democrazia. E’ evidente che chi le assoggetta e le asservisce non ha più bisogno di imporre la propria autorità con l’uso della violenza. Una volta conquistato il potere attraverso i meccanismi democratici e cavalcato l’onda della protesta, il governo del presidente Chàvez, approfittando della cecità degli avversari saliti sull’Aventino, ha proceduto intelligentemente ad occupare tutte le istituzioni. Così, ha tagliato le unghie all’Opposizione e privato di ogni argomento gli organismi internazionali. E’ in questo contesto che si deve leggere l’ondata di interdizioni dai pubblici uffici che travolge oggi i candidati dell’Opposizione, quelli più polemici ma anche con maggiori “chance” di successo alle parlamentari.

Provvedimenti a catena, per futili motivi. Prima, Daniel Ceballos; poi, Maria Corina Machado ed Enzo Scarano; quindi, Pablo Pèrez. Siamo solo all’inizio. Mancano ancora cinque mesi al 6 dicembre. La decisione di neutralizzare i candidati più emblematici dell’Opposizione è un messaggio assai chiaro al Paese: il Governo, nelle prossime elezioni parlamentari, è deciso a dar battaglia. E lo farà con tutti i mezzi a sua disposizione.

Segnali preoccupanti. Il governo che in questa campagna elettorale si gioca la maggioranza relativa in Parlamento, sa che mai prima d’oggi l’Opposizione è stata così vicino alla vittoria. Un trionfo che potrebbe avere un “effetto dominò” nelle presidenziali. In altre parole, sparigliare le carte in tavola, condannare all’opposizione “chavismo”, “madurismo” e “psuvismo” e portare a Miraflores un candidato della Mud.

La popolarità del capo dello Stato non è mai stata così bassa. E la tendenza potrebbe accelerarsi nei prossimi mesi. I candidati del Psuv, poi, stentano a prender quota. Complice, la sensazione, tra i simpatizzanti del partito di governo, che dalle primarie non siano emersi i migliori candidati, ma siano stati premiati quelli più vicini al “potere”. Il “gap”, poi, tra opposizione e governo è in aumento. Oggi i sondaggi delle agenzie demoscopiche lo stimano attorno al 15 o 20 per cento. Ma, se l’Opposizione riesce a non farsi male da sola, potrebbe crescere ulteriormente. Il cammino per il Psuv e per il Governo, quindi, è tutto in salita.

Per il momento, il “potere” ha affidato le prime battute alla Corte dei Conti, che ha interdetto quattro candidati dai pubblici uffici, e al Consiglio Nazionale Elettorale, che immediatamente dopo le primarie della Mud e una volta che questa proclamava i suoi candidati, ha annunciato la “quota rosa”. Una decisione che era nell’aria e alla quale la Mud si sarebbe potuta anticipare se non fosse stata distratta dalle beghe interne e obbligata a far da paciere tra le tante anime che la compongono.

Mentre incalza il dibattito politico e il presidente Maduro cerca di orientare l’attenzione verso la polemica con Guyana, per quel fazzoletto di terra grande appena 150 chilometri quadrati ma ricco di petrolio e materie prime, il governatore dello Stato Miranda, Henrique Capriles Radonski, presenta un suo programma economico; programma economico in cui l’aumento del 50 per cento di tutti gli stipendi rappresenta l’offerta principale. L’obiettivo della proposta, pare ovvio, è quello di restituire ai venezuelani il potere d’acquisto eroso dall’inflazione cavalcante.

Questa, stando alle stime conservatrici del Fondo Monetario Internazionale, dovrebbe superare alla fine dell’anno il 100 per cento. Ma, se si da retta alle proiezioni rese note da istituti di ricerca, banche e analisti, potrebbe essere vicina al 200 per cento. Queste, purtroppo, pare siano le stime più attendibili.

Il premio Nobel di economia, Paul Krugman, in un suo recente articolo e rifacendosi all’offerta salariale della candidata democratica Hillary Clinton, smentisce le teorie conservatrici contrarie ad aumenti dei salari. E spiega che, stando a teorie recenti, l’incremento nei salari oltre ai benefici pratici descritti da Keynes ne abbia altri di carattere psicologico non meno importanti. Ad esempio, contribuisce a creare un clima di ottimismo tra gli operai, mantiene il morale alto ed evita l’andirivieni della mano d’opera da una fabbrica all’altra.

Insomma, i cammini da seguire sono due: il modello Walmart (pagare il meno possibile e quindi risparmiare sugli stipendi nonostante gli effetti negativi sul morale dei dipendenti, il clima di sconforto e il viavai degli operai da un lavoro all’altro) o il modello Costco che è giusto il contrario.

Purtroppo, il dibatto in Venezuela è un altro. Il problema non è quello dei salari bassi, che vanno comunque ricondotti a livelli accettabili per restituire loro il potere d’acquisto eroso dalla spirale inflazionaria, ma l’intera economia, oramai fuori d’ogni controllo.

Strategie economiche globali. La proposta deve essere un modello di sviluppo che non disprezzi le conquiste avvenute negli ultimi 15 anni ma che corregga gli squilibri e riduca gli eccessivi controlli, senza rinunciare a quello che uno Stato moderno deve comunque esercitare. In altre parole, trovare il giusto equilibrio tra pubblico e privato. E’ questa la sfida sulla quale si ritroveranno Governo e Opposizione dopo le elezioni parlamentari.

(Mauro Bafile/Voce)

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