Minoranza Pd, con i voti di Verdini la legislatura a rischio

verdini

ROMA. – Non si provi a scavalcare la minoranza Pd con i voti dei senatori verdiniani: se la riforma costituzionale passasse grazie agli ex di FI, ci sarebbe un cambio di maggioranza che richiederebbe una “verifica” di governo e che “farebbe correre dei rischi alla legislatura”. Alla vigilia della possibile nascita del nuovo gruppo di ex azzurri al Senato, è Vannino Chiti a rinnovare, per la minoranza Pd, il forte allarme per i nuovi equilibri che ne deriverebbero.

Un allarme immotivato, però, secondo il governo. Perché, spiega il ministro Maria Elena Boschi, Verdini e FI hanno già votato le riforme, se tornassero a farlo non ci sarebbe “nessuna novità”. “Forza Italia ha già votato le riforme, le ha scritte insieme a noi. Se ora una parte di FI – io mi auguro tutta – votasse il ddl in Senato non sarebbe una novità rispetto a quanto avvenuto in passato”, dice il ministro delle Riforme, al termine di una giornata trascorsa in commissioni Affari costituzionali.

Discorso chiuso, dunque, per il governo. Non hanno fondamento, spiegano, le accuse di chi – ieri Vannino Chiti – afferma che i senatori “trasformisti” pronti ad entrare nel gruppo di Verdini segnerebbero “un prima e un dopo nel Pd”. Dalla minoranza però sottolineano che anche nella maggioranza dem l’avvicinamento dei “verdinian-cosentiniani” susciterebbe qualche mal di pancia.

La battaglia sulle riforme, che entrerà nel vivo a settembre, è – assicurano – tutta di merito e punta a ottenere quei “contrappesi” rispetto alla legge elettorale che lo stesso Renzi aveva promesso. Serve un Senato elettivo e con più competenze, afferma Chiti, perché non si crei un “premierato forte”, dando al governo più poteri che al Parlamento. Di modifiche, sottolinea il capogruppo Luigi Zanda, intervenuto nel dibattito in commissione, si può discutere. Ma la richiesta alla minoranza dem e all’opposizione è “non evocare la democrazia se non quando è realmente in gioco”.

“Il rischio” è “politicizzare” la riforma del Senato, avverte Zanda citando “autorevoli commentatori che nelle ultime settimane hanno ipotizzato che sarebbe stata scelta come terreno di scontro per far cadere il governo o almeno per indebolirlo”. Intanto in commissione vengono auditi diversi costituzionalisti, che si esprimono sulla possibilità di modificare l’articolo 2 per introdurre l’elettività del Senato.

Sul punto si dovrà esprimere a settembre il presidente Pietro Grasso ma secondo alcuni costituzionalisti, tra cui Stelio Mangiameli e Vincenzo Tondi della Mura, l’articolo 2 è modificabile anche se già approvato senza modifiche alla Camera. A supporto di questa tesi i giuristi citano tra gli altri un precedente simile, del 1993: allora in discussione era la riforma dell’articolo 68 della Costituzione e presidente della giunta per il regolamento della Camera era Giorgio Napolitano, che “si pronunciò a favore dell’ammissibilità di emendamenti interamente soppressivi delle parti già modificate dall’altro ramo del Parlamento”.

(di Serenella Mattera/ANSA)

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