Sisma L’Aquila: nuova bufera su ricostruzione, cinque arresti

SEI ANNI DAL SISMA: DELRIO, L'AQUILA CE LA FARA'

L’AQUILA.- “Potevo dire tante cose alla magistratura e non le ho dette, per questo ti chiedo un aiuto economico”. In questa intercettazione c’è l’elemento chiave della nuova bufera giudiziaria sulla ricostruzione post-terremoto dell’Aquila: secondo la procura distrettuale antimafia del capoluogo abruzzese, l’ex consigliere comunale di centrodestra Pierluigi Tancredi minaccia un imprenditore per avere un sostegno “non di 20mila, ma di 2-3mila euro per tirare a campare perché sennò scoppio”.

Tancredi finì ai domiciliari già nel gennaio 2014 per un’inchiesta analoga che portò alle dimissioni, poi ritirate, del sindaco Massimo Cialente e dell’allora vice sindaco, Roberto Riga. Ora Tancredi e l’imprenditore intercettato, insieme ad altri tre imprenditori impegnati nella ricostruzione, sono finiti ai domiciliari nell’ambito di un’inchiesta portata avanti dai Carabinieri sugli appalti relativi al mega affare, secondo alcune stime 500 milioni di euro di soldi pubblici, per la messa in sicurezza dei moltissimi edifici pericolanti a causa del sisma del 6 aprile 2009, affidati direttamente per le deroghe legate all’emergenza. Una sesta persona, un faccendiere, ha l’obbligo di dimora e di firma. Tredici gli altri indagati a piede libero, tra cui dipendenti del Comune dell’Aquila, accusati di abuso d’ufficio, e tecnici nei guai per truffa.

Tancredi, ex assessore della Giunta di centrodestra negli anni Duemila, ritenuto figura centrale, oltre che di estorsione deve rispondere di corruzione, che sarebbe stata commessa dopo il sisma quando, tra le polemiche, fu nominato da Cialente consigliere delegato alla ricostruzione. Un incarico che poi lasciò, abbandonando successivamente anche il Consiglio comunale: i fatti che prendono spunto dall’inchiesta dello scorso anno si riferiscono in particolare a tre interventi nella zona del centro storico del capoluogo, affidati nel 2010, svolti e pagati tra il 2011 e il 2012.

A tale proposito sono stati sequestrati circa 450 mila euro, somma equivalente al denaro pubblico versato nelle casse delle imprese alle quali, come ha spiegato il pubblico ministero titolare dell’inchiesta, Antonietta Picardi, venivano liquidate somme superiori ai lavori fatti. Ai 19 indagati vengono contestate a vario titolo anche le accuse in concorso tra loro di subappalto irregolare e dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti.

“Episodi di corruzione datati sono stati rivitalizzati dal comportamento degli indagati, uno dei quali ha chiesto di essere ulteriormente finanziato altrimenti avrebbe rivelato alla magistratura quello che non aveva detto. Noi abbiamo colto l’invito e siamo pronti ad aspettarlo”, ha spiegato il procuratore distrettuale antimafia Fausto Cardella, in una conferenza stampa.

Le indagini sono state svolte anche dal Capitano Ultimo, il colonnello dei carabinieri che arrestò Totò Riina, oggi vice comandante del Nucleo operativo ecologico (Noe).

(di Berardino Santilli/ANSA)

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