Governo: giù le tasse sulle imprese, ma la Sanità rischia nuovi tagli

Pubblicato il 28 luglio 2015 da redazione

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ROMA.- Prende forma il maxi-piano taglia tasse annunciato poco più di una settimana fa dal premier Matteo Renzi, e si arricchisce di un nuovo dettaglio: il promesso nuovo passo in favore delle imprese, che arriverà nel 2017, sarà declinato con una forte riduzione dell’imposizione sul profitto che, a riforma attuata, punterà al trofeo del più basso d’Europa. “Con la riduzione del costo per le imprese dal combinato Ires e Irap – ha spiegato il premier – vogliamo portare il costo della tassazione sul profitto al 24%, l’obiettivo che ci poniamo è un punto sotto la Spagna”.

La boccata d’ossigeno per le imprese italiane sarebbe notevole, visto che ad oggi la tassazione sulle società (27,5%) combinata al prelievo regionale sulle attività produttive (3,9% l’aliquota base) arriva al 31,4%. Abbassarle fino al 24% ci porterebbe per l’appunto sotto Germania, Francia e Madrid che “è al 25%”. Nell’arco di cinque anni, ha sottolineato ancora il premier, l’intervento complessivo di riduzione fiscale si aggira sui 50 miliardi, contando quelli già fatti (10 miliardi per il bonus degli 80 euro, e circa 5 di sgravio sull’Irap da cui è stata eliminata la componente lavoro).

L’anno prossimo, ha ribadito, sarà la volta delle tasse sulla prima casa (intervento da circa 5 miliardi, contando anche imbullonati e Imu agricola) e, a chiudere nel 2018, la revisione degli scaglioni Irpef.

A pagare il conto potrebbe però essere di nuovo, anche nel 2016, il servizio sanitario nazionale, dopo che la sanità anche quest’anno ha dato il suo contributo da 2,3 miliardi certificato con l’ok al decreto enti locali dopo l’intesa raggiunta all’inizio di luglio con le Regioni sulle misure per conseguire questi risparmi. Per il 2015 si è trattato di un ‘mancato aumento’ del Fondo sanitario, che potrebbe ripetersi anche il prossimo anno quando il finanziamento del sistema dovrebbe salire a 113 miliardi dai circa 110 attuali.

Una delle ipotesi, temuta peraltro dai diretti interessati, è che 2 dei 3 miliardi di previsto aumento per il prossimo anno non arrivino, riducendo così la spesa per lo Stato che potrebbe essere dirottata a coprire altri interventi, come appunto l’eliminazione della Tasi prima casa. Certo una mano a trovare le coperture potrebbe darla anche una ripresa più sostenuta del previsto (si ragiona, seppure con “cautela” come spiegano ambienti di governo, se rivedere al rialzo le stime per il 2016 già con la nota di aggiornamento del Def a settembre) e un contestuale andamento positivo delle Entrate.

Segnali positivi, anche se i dati ufficiali saranno diffusi solo a inizio agosto, arrivano al Tesoro dagli studi di settore sia dall’Irap. Così come si spera, nonostante l’empasse dei dirigenti, in una buona performance della lotta all’evasione. Le risorse aggiuntive rispetto allo scorso anno e alle stime dovranno confluire nel fondo taglia-tasse ideato nel 2013 ma finanziato finora con poche centinaia di milioni e che invece dal 2017 (come prevede uno dei decreti attuativi della delega fiscale in attesa dei pareri in Parlamento) dovrebbe essere alimentato anche dalla caccia a chi non versa i contributi, dalla revisione delle tax expenditur (che quest’anno potrebbero essere sforbiciate di circa 1-1,3 miliardi) e dai maggiori incassi del fisco legati alla tax compliance.

Ma non di sole tasse (in meno) sarà composta la manovra per il 2016, che ha molti altri capitoli potenziali da finanziare. Tra questi il più oneroso, e quindi al momento in bilico, è quella maggiore flessibilità in uscita rispetto alla riforma Fornero delle pensioni allo studio del governo già da diversi mesi e che potrebbe passare in secondo piano rispetto ad altri interventi da finanziare, dal rinnovo dei contratti della P.a., alla sterilizzazione di oltre 16 miliardi di clausole di salvaguardia, cui si aggiungono, sempre dopo decisioni della Consulta, la rivalutazione delle pensioni anche per il prossimo anno, la copertura dello stop alla robin tax e di quello Ue al reverse charge.

E c’è sempre anche il sostegno ai contratti a tempo indeterminato che, nelle intenzioni del governo, devono continuare ad essere più convenienti dei contratti instabili.

(di Silvia Gasparetto/ANSA)

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