Tripoli condanna a morte il figlio prediletto di Gheddafi

Gaddafi?s son warns of conspiracy as protests continue

IL CAIRO. – Condannato a morte per fucilazione. E’ la sentenza emessa da una Corte di Tripoli nei confronti di Saif al Islam Gheddafi, secondogenito e figlio prediletto del Colonnello. L’accusa è di crimini di guerra e di aver represso le proteste durante la rivoluzione del 2011. Insieme al delfino del dittatore, considerato l’erede politico del padre, sono stati condannati alla pena capitale otto persone, ex fedelissimi del rais, tra cui il capo dell’intelligence Abdullah Senussi, il responsabile dei servizi segreti Abuzed Omar Dorda e l’ex premier Baghdadi al Mahmoudi.

Tutti possono, in teoria, presentare appello entro 60 giorni. Tobruk, il cui governo è riconosciuto a livello internazionale, tuttavia respinge la sentenza, secondo quanto ha reso noto il ministro della Giustizia, Al Mabruk Qarira, che considera il tribunale di Tripoli “illegittimo” perché si trova in una città che non è sotto il controllo dello Stato. Immediata la replica di Tripoli che, invece, ha definito il processo equo.

In dichiarazioni ad un giornale libico, Al Sedik al Sour, responsabile dell’ufficio del procuratore generale, ha ribattuto che “la sentenza è il frutto di inchieste iniziate nel novembre del 2011 e agli imputati sono stati garantiti tutti i diritti”. “L’assenza di alcuni di loro – ha aggiunto – non significa che il tribunale sia illegittimo, perché il codice penale può emettere sentenze in contumacia”.

Saif al Islam (La spada dell’Islam) è stato infatti condannato in contumacia, in quanto è detenuto nel carcere di Zintan – 180 km a sud-ovest di Tripoli – e la milizia che lo tiene in custodia, vicina a Tobruk, rifiuta di consegnarlo. Proprio da questa città era partito nell’agosto del 2011 l’attacco dei ribelli contro Tripoli. Una offensiva che aveva costretto Gheddafi e i suoi alla fuga.

Dal carattere sfrontato, abile oratore, il secondogenito del Colonnello fu arrestato il 19 novembre 2011 mentre cercava di fuggire in Niger, un mese dopo la morte del padre. Dalla sua cattura i media internazionali, ma in primis gli stessi libici, hanno seguito con grande interesse il processo. Saif infatti potrebbe essere a conoscenza di numerosi retroscena della dittatura, sebbene non abbia mai avuto un ruolo ufficiale nel governo. Una delle ultime volte che era comparso in tribunale a fine aprile 2014, tramite video conferenza dalla prigione – una procedura definita una farsa da varie ong -, dopo avere ascoltato i capi di accusa e alla domanda se voleva nominare un legale aveva affermato: “Il mio avvocato è Allah”.

Numerose organizzazioni per i diritti umani hanno lanciato vari appelli alle autorità libiche a consegnarlo alla Corte dell’Aja, che nel giugno del 2011 aveva emesso un mandato di arresto accusandolo di aver compiuto crimini contro l’umanità. Ma la Libia ha sempre sostenuto di potergli garantire un procedimento equo. Nel corso del processo Saif è stato accusato tra l’altro di reclutare mercenari, pianificare attacchi contro i civili, formare gruppi armati, omicidio e stupro.

Del clan Gheddafi, Saif e Saadi sono dietro le sbarre, mentre altri tre figli, Mutassim, Saif el Arab e Khamis, sono morti nel 2011. Aisha, Hannibal e Mohamed hanno invece trovato rifugio all’estero insieme a Safiya, seconda moglie del colonnello. Sconcerto per la sentenza è stato espresso da Onu, Amnesty e da Cuno Tarfusser, giudice della Corte penale internazionale dell’Aja, che da sempre si batte contro la pena di morte che considera una “barbarie”.

In campo anche Thorbjor Jagland, segretario generale del Consiglio d’Europa, secondo il quale “la decisione su questo caso doveva essere presa dal Tribunale internazionale dell’Aja con un equo processo”.

(di Giuseppe Maria Laudani/ANSA)