San Felix, lo spettro del Caracazo. La fuga di cervelli dissangua il Venezuela

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Immediata. E’ stata una reazione spontanea. Sia in chi conosceva quei fatti perché vissuti in prima persona; sia in chi, invece, ne era a conoscenza attraverso i racconti dei nonni, dei genitori o, semplicemente, attraverso la lettura dei libri. I saccheggi avvenuti a San Felix, e resi noti immediatamente dal tam-tam della rete sociale ancor prima che dai flash delle agenzie di notizia o dei mass-media nazionali, hanno evocato lo spettro del “Caracazo”, i tragici avvenimenti che sconvolsero il paese, il 27 e il 28 febbraio del 1989.

Allora, la scintilla che incendiò la prateria fu Guarenas. In un batter d’occhio, la protesta per l’incremento dei prezzi del trasporto pubblico si trasformò, così come quella dei “pani” a Milano narrata dal Manzoni nei suoi “Promessi Sposi”, in rivolta. E coinvolse le maggiori città del Paese. Mal gestita dal Governo, la sommossa, che travolse una Polizia Metropolitana incapace di controllare una situazione per la quale non era preparata, rese necessario l’intervento dell’Esercito e della Guardia Nazionale. L’ordine fu ristabilito, ma a costo di un alto prezzo di vite umane. Le cifre ufficiali parlano di 300 morti; ma note Ong, dedicate alla difesa dei diritti umani, stimano le vittime in circa 3.000. Una vera carneficina.

Nel 1983, a causa della “crisi del debito estero” esplosa inizialmente in Messico, il Paese si ritrovò improvvisamente povero. L’allora presidente della Repubblica, il democristiano Luis Herrera Campìns, non fu capace di gestire la difficile congiuntura economica e non lo fu neanche il presidente della Repubblica che lo seguì, Jaime Lusinchi.

Nel 1989, Carlos Andrès Pèrez inizia il suo secondo periodo presidenziale accompagnato da una grande popolarità ma ereditando un Paese con seri squilibri macroeconomici. Non certo come quelli odierni, ma che gli esperti consideravano assai gravi e urgenti da risolvere. L’industria privata, che non era né minacciata costantemente di esproprio come lo è oggi, né accusata di essere all’origine di tutti i mali del Paese, nonostante le difficoltà, riusciva ancora a soddisfare le esigenze dei consumatori.

Nei supermarket e generi alimentari, piccoli e grandi, mancavano di volta in volta alcuni alimenti o articoli di prima necessità come i pannoloni per i neonati, ma gli alimenti che si trovavano non erano razionati. E per acquistare pasta, carne o pollo, solo per citarne alcuni, non era necessario né mostrare il documento d’identità né fare ore di fila sotto i raggi del rovente sole tropicale. Le Riserve Internazionali si stimavano in oltre sette miliardi di dollari; il debito superava i 26 miliardi; Recadi, fonte di corruzione, manteneva il tasso di cambio a 14,50 bolìvares per dollaro e l’inflazione, artificialmente contenuta dagli eccessivi controlli dei prezzi, non superava il 30 per cento.

Il “Paquetazo”, come fu immediatamente battezzato l’insieme di provvedimenti orientati a restituire gli equilibri macroeconomici all’economia del Paese, conteneva un mix di elementi di politica keynesiana e del più intransigente liberalismo economico. In altre parole, si eliminarono i controlli sui prezzi (eccezion fatta per un ridotto numero di articoli di prima necessità) e sul tasso di cambio, si decretò il graduale incremento della benzina e di alcuni servizi, s’iniziò una politica di progressiva riduzione dei dazi e imposte alle importazioni e si approvarono alcune timide politiche di sussidio diretto alle famiglie in condizione di povertà.

La strategia economica, disegnata da un eccellente “team” di tecnocrati laureati nelle migliori università americane, non aveva l’intenzione di abbandonare lo statalismo ma di ridurlo e renderlo più flessibile. L’obiettivo era porre in ordine i conti pubblici per permettere allo Stato di assumere nuovamente la funzione keynesiana di promotore dello sviluppo.

Sembrava fosse stata raggiunta la “quadratura del cerchio”. Ovvero, attraverso la svalutazione del bolìvar favorire l’esportazione dei prodotti nazionali, una meta ambita per un governo che si proponeva di ridurre la dipendenza dal petrolio; e aumentare il costo delle importazioni annullando così l’effetto del calo progressivo dei dazi.

La reazione iniziale al “paquetazo” fu di diffidenza. E il governo non cercò né di sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso una campagna propagandistica né di coinvolgere nel progetto il maggior numero di movimenti e partiti politici. Fu così che si giunse al 27 febbraio del 1989. L’insurrezione del 1992, poi, trovò il governo orfano di ogni sostegno, avendo perso non solo gli alleati naturali ma anche il supporto dello stesso partito Acciòn Democràtica. Il resto è storia recente.

Da ieri, il Psuv e la “Mesa de la Unidad Democràtica” hanno iniziato l’iscrizione nel Consiglio Nazionale Elettorale dei propri candidati a un posto in Parlamento. Le attese sono tante. E la posta in palio per governo e Opposizione è assai alta. Il Psuv lotta, in queste parlamentari, per mantenere la maggioranza e così poter continuare indisturbato al potere fino alle prossime elezioni del presidente della Repubblica.

D’altro canto, la Mud si gioca il suo futuro. Se i sondaggi riflettono la realtà, e non c’è ragione oggi per dubitarne, non è mai stata così vicina alla vittoria. Conquistare la maggioranza parlamentare permetterebbe alla coalizione dell’opposizione di incidere sulle decisioni fondamentali per il Paese. La sua attività legislativa, inoltre, potrebbe essere orientata a restituire l’indipendenza ai poteri pubblici e ad analizzare attentamente i contratti e accordi internazionali firmati negli ultimi dieci anni dagli enti pubblici.

Il governo, nel caso di un trionfo della Mud, si troverebbe improvvisamente zoppo. Continuerà a governare ma la maggior parte delle sue decisioni sarà soggetta al controllo parlamentare. Il confronto tra potere esecutivo e legislativo, quindi, sarà permanente. Governo e Mud, qualora quest’ultima ottenesse la maggioranza parlamentare, sarebbero obbligati a giocare una delicata partita nello scacchiere nazionale e internazionale.

Mentre si spera che Psuv e Mud, indistintamente da chi ottenga la maggioranza nelle prossime parlamentari, non si abbandonino a ripicche o rivalse, cresce il numero dei giovani che cerca all’estero un avvenire migliore. Alla desertificazione industriale, che caratterizza gli ultimi quindici anni, fa ora seguito quella dei “talenti”.

Non vi sono cifre ufficiali sul numero dei giovani che ogni anno abbandona il Paese. Se il governo e gli enti pubblici ne hanno, le custodiscono gelosamente senza renderle note così come fanno per il tasso d’inflazione o per le statistiche delle vittime della violenza. Stando però a Ong, enti privati o ricercatori quasi 2 milioni di venezuelani hanno abbandonato il Venezuela. La stragrande maggioranza possiede almeno un titolo universitario. Ciò rappresenta per il Paese una irreparabile perdita di capitale umano.

Stando a recenti indagini, il 90 per cento dei “nuovi” emigranti sarebbe laureato e quasi il 50 per cento in possesso di un “master”. La “fuga di talenti” dal Venezuela, oggi, è considerata un fenomeno di massa provocato dalle scarse opportunità di crescita professionale che offre il Paese e dall’incremento della criminalità.

Quest’ultima, nei giorni scorsi, ha fatto altre due vittime in seno alla nostra Collettività. Infatti, è stato freddato con un colpo alle spalle, mentre cercava di fuggire dai malviventi, il pediatra Domenico Antonio Villani Fredda ed è stato ritrovato il corpo senza vita del commerciante Vincenzo Del Melo ch’era stato sequestrato lo scorso 13 luglio.

Il fenomeno della “fuga di talenti” è uno degli elementi di cui dovranno tener conto Mud e Psuv, ma anche il governo. Sono d’obbligo una riflessione e lo studio di strumenti di politica economica e sociale capaci di frenare questa emorragia di “cervelli”.

(Mauro Bafile/Voce)

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