Il Parlamento non è il passacarte dei giudici ma nemmeno del Governo

Pubblicato il 03 agosto 2015 da redazione

Il ministro per le Riforme Costituzionali Maria Elena Boschi

Il ministro per le Riforme Costituzionali Maria Elena Boschi

ROMA. – E’ ormai un dialogo tra sordi quello che oppone i renziani alla minoranza dem. Dalle riforme alla misure per la crescita, c’è un modo antitetico di vedere le cose: con il risultato, denuncia Maria Elena Boschi, che a trarne vantaggio saranno Grillo e Salvini. La battaglia infuria su un punto strettamente politico: la gestione del partito. Gli uomini del premier sospettano che il vero obiettivo dei dissidenti sia quello di disarcionarlo, mettendo in discussione la disciplina di gruppo con la guerriglia parlamentare e con la minaccia strisciante della scissione.

Ma Roberto Speranza, leader dell’ala bersaniana, lo nega recisamente e fa sapere che invece l’intenzione è quella di battersi all’interno del Pd discutendo nel merito dei singoli provvedimenti: perché il Parlamento non è il passacarte dei giudici ma nemmeno del governo.

Dal Giappone, dove è in visita di Stato, Renzi ha replicato implicitamente ricordando le riforme finora varate dal suo esecutivo che hanno consentito di affacciarsi alla ripresa: la riforma della burocrazia, il ddl sugli enti locali (con la ”razionalizzazione” della spesa sanitaria) e il rinnovo del Cda Rai sono solo gli ultimi tasselli della sua agenda. A Tokio il Rottamatore ha insistito sul tasto della fiducia e su un nuovo rapporto economico con il Giappone e con la stessa Ue con l’abbandono dell’austerità in favore dello sviluppo.

”Chi ama l’Italia, non ne parla male all’estero” è il suo slogan che spinge sulle piccole e medie imprese italiane e sulla nostra industria manifatturiera come motore della crescita. Eppure al suo rientro in Italia, il segretario-premier dovrà fare i conti con i malumori che serpeggiano sempre più insistenti nella base (vedi l’addio del presidente del Pd pugliese, Annarita Lemma, che parla di un partito che ha cambiato pelle).

La Direzione, convocata per il 7 agosto sui problemi del Mezzogiorno, sarà uno snodo importante per la sua strategia: Roberto Saviano, la cui denuncia lo ha indotto a convocarla, gli ricorda ruvidamente che non è un piagnisteo raccontare la tragedia del Sud Italia e Nichi Vendola lo appoggia sottolineando che il Sud sta morendo e non servono le battute per affrontare questo gigantesco problema.

Con ogni probabilità si discuterà di come sbloccare i fondi europei finora inutilizzati e il governatore della Puglia Michele Emiliano assicura al Rottamatore, dopo le critiche dei giorni scorsi, piena collaborazione nel sostegno ad uno sforzo per aumentare gli investimenti. Ma è chiaro che il vero problema sarà il clima generale e il confronto con la minoranza che gli ha chiesto chiarimenti sulle sue dichiarazioni: Massimo Mucchetti vuole sapere dal premier chi abbia mai parlato di un Vietnam parlamentare (altrimenti significherebbe che i suoi parlano a sproposito) e Paolo Corsini lo accusa di incitare al linciaggio dicendo che qualcuno vuole reintrodurre lo stipendio per i senatori: noi chiediamo solo, dice, che siano eletti dai cittadini e non nominati dalle segreterie di partito.

Al di là delle schermaglie, il problema di Renzi resta quello dei numeri al Senato: i dissidenti contano su venticinque voti che, se dovessero mancare, non potrebbero essere colmati dal manipolo dei verdiniani perché le riforme costituzionali esigono la maggioranza assoluta dell’assemblea di palazzo Madama (161 voti).

Dunque il nodo della questione è il negoziato sul modo di eleggere la seconda Camera (la sinistra del Pd non è convinta dal listino autonomo da creare nelle elezioni regionali) e, a seguire, l’eventuale revisione dell’Italicum con il ritorno al premio di coalizione. Nella trattativa potrebbe inserirsi Forza Italia, ma le sue proposte sono simili a quelle dei dissidenti dem e dunque si torna al punto di partenza.

Sullo sfondo si intuisce il negoziato per il nuovo Cda Rai che fa parte di questo puzzle che coinvolge governo, maggioranza e opposizione. I 5 stelle denunciano una situazione paradossale in cui, sostiene Luigi Di Maio, il Pd passa il tempo a parlare di sé e delle sue correnti, perdendo il contatto con la realtà.

Mentre il governo, denuncia Grillo, è un ”burattino della troika” eterodiretto per salvare la banche tedesche e francesi, più che mai esposte in una crisi greca lungi dall’essere risolta.

(di Pierfrancesco Frerè/Ansa)

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