Cresce l’asse per il Senato elettivo. Renzi ha i numeri?

Pubblicato il 07 agosto 2015 da redazione

Nel fermo immagine da Sky TG, il presidente del consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi, durante il suo intervento alla direzione nazionale dedicata ai problemi del Sud, Roma, 7 agosto 2015. ANSA / FRAME VIDEO DA SKY TG 24

ROMA. – Oltre cinquecentotredicimila. La misura dell’impresa che attenderà Matteo Renzi a settembre, la dà il numero ‘monstre’ degli emendamenti presentati in commissione al Senato al ddl costituzionale. Una valanga che rischia di seppellire le riforme e la legislatura. Anche perché nel nome dell’elezione diretta del nuovo Senato, si salda un inedito asse a Palazzo Madama. Sulla carta sarebbero – secondo fonti della minoranza dem – più della metà dei senatori, fino a 170: minoranza Pd e FI, Lega e Autonomie, Sel e M5S, fittiani, Gal ed ex grillini.

Ma il premier non sembra farsi impressionare. E nel salutare al termine della direzione Pd sul Sud i parlamentari prima delle vacanze, senza neanche alzare il tono della voce, manda un messaggio di sfida agli avversari: “La maggioranza non è mai mancata e mai mancherà”. Le votazioni del ddl costituzionale non inizieranno che a settembre. Ma prima che Palazzo Madama chiuda i battenti per il Ferragosto, la presentazione in commissione delle proposte di modifica è l’atto con cui i partiti prendono posizione.

C’è la valanga dei cinquecentomila emendamenti di Roberto Calderoli, che in Aula punta a “seppellire” la riforma con sei milioni di proposte. Ma a far più rumore è la cartellina dei 17 emendamenti dei 28 senatori della minoranza Pd, che non hanno intenzione di fare mezzo passo indietro rispetto alla richiesta del Senato elettivo, negata strenuamente dai renziani. Anche perché l’effetto è amplificato dal fatto che la stessa richiesta viene avanzata anche dall’altro grande interlocutore del Pd: Forza Italia. E fino a metà pomeriggio sembra ‘in asse’ anche il neonato gruppo dei verdiniani: Vincenzo D’Anna presenta tre emendamenti per l’elezione diretta, poi li ritira.

Ma tanto basta a Vannino Chiti e Miguel Gotor per esultare: “Ci sono i numeri per un’intesa sul Senato elettivo”. Questi sarebbero i numeri: 28 della minoranza Pd, 12 delle Autonomie 45 di FI, 36 M5S, 12 della Lega, circa 25 del Misto, inclusa Sel, 10 fittiani, almeno 8 di Gal. “A favore dell’elettività indiretta ci sono solo i senatori di Ncd (e, come è noto, non tutti) – fa notare il bersaniano – e un’ottantina di senatori del Pd molti dei quali cambierebbero volentieri posizione a fronte di un’apertura di Renzi”.

Ma di apertura al Senato elettivo per ora al Nazareno non si parla. “Siamo sempre disponibili a migliorare il testo – scandisce Lorenzo Guerini – ma sono possibili cambiamenti purché non riportino al punto zero il cammino della riforma”. Per intendersi, spiegano i renziani, è possibile discutere del ‘lodo Quagliariello’, con l’introduzione di listini dedicati ai senatori nel voto per le regionali. Di questo il Pd parlerà anche con Forza Italia (“Ma non è un patto del Nazareno”, dice Debora Serracchiani). Perché appurato che si prepara “un attacco senza precedenti – denuncia Andrea Marcucci – contro le riforme e il governo Renzi”, la partita vera deve ancora iniziare.

Ci sarà il dialogo con tutti i partiti. E poi a settembre se anche FI si compattasse con la minoranza Pd, la maggioranza – assicurano i renziani – riuscirà ad avere i numeri per bocciare gli emendamenti e approvare le riforme. Renzi lo dichiara in direzione Pd, davanti a una platea in cui siedono Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo, Roberto Speranza: nel prossimo anno si completerà un percorso di riforme dalla “potenza impressionante”.

L’obiettivo, ribadisce il premier, è farlo con l’unità del Pd. Così come unità viene chiesta al partito nella preparazione del “masterplan” che sarà presentato a settembre – prima della legge di stabilità – per il Sud. Per “rottamare”, con una serie di azioni concrete, il “piagnisteo” e passare all’azione. “Non sottovaluto”, dice Renzi guardando più in generale all’azione del governo, il dissenso espresso in questi mesi in Parlamento dalla minoranza.

Ma il sospetto è che si voglia “strumentalizzare” la discussione nel merito dei diversi temi, dal Sud alle riforme, “a fini correntizi interni”. “Questo è un errore”, scandisce il leader del Pd. Un errore, assicurano i suoi, a cui non ci si piegherà e che è destinato al fallimento. Anche perché, sono sicuri, alla prova dei fatti le fila della minoranza si assottiglieranno.

(Serenella Mattera/ANSA)

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