Minoranza Pd, Senato elettivo o niente. Renziani, no a veti

Panoramica dell'aula del Senato. Roma, 31 luglio 2015. ANSA / MAURIZIO BRAMBATTI
Panoramica dell'aula del Senato. Roma, 31 luglio 2015.    ANSA / MAURIZIO BRAMBATTI
Panoramica dell’aula del Senato. Roma, 31 luglio 2015. ANSA / MAURIZIO BRAMBATTI

ROMA.- Appena iniziate, sembrano già fallite le prime prove di dialogo nel Pd sulle riforme. “Non accettiamo veti: non ci chiedano modifiche tali da dover dire di no”, avverte la maggioranza Pd. “Chiediamo l’elezione diretta del Senato: non ci propongano inutili scorciatoie”, replica la minoranza Pd. Ed è già rispedita al mittente la proposta di mediazione che prevede l’elezione dei futuri senatori in un ‘listino’ alle elezioni regionali. La sinistra dem chiede di cambiare l’articolo 2 del ddl Boschi: pretesa irricevibile, per la maggioranza Pd, perché “vorrebbe dire ripartire da zero”. Con il rischio, avverte Debora Serracchiani, di fallire l’obiettivo riforme e “consegnare il Paese a Grillo e Salvini”.

Quasi a dare la misura della posta in gioco, Palazzo Madama non chiude i battenti quest’estate. Perché tutto possa essere pronto per le prime votazioni a settembre, oltre 150 dipendenti del Senato hanno dovuto rinunciare alle ferie. E’ impresa improba, infatti, esaminare e fascicolare i 513.499 emendamenti, raccolti in 100 tomi per complessive 80 tonnellate di peso. Opera in gran parte di Roberto Calderoli.

Ma al dunque, saranno in realtà una manciata di proposte di modifica a decidere il destino delle riforme e della stessa legislatura: quelle presentate non solo dalla minoranza Pd, ma anche da Pd, M5S, Lega e Sel per sostenere il Senato elettivo. Prima di partire per le ferie, Matteo Renzi vede a Palazzo Chigi prima Pier Ferdinando Casini, profondo conoscitore delle dinamiche del Senato, poi il ministro Maria Elena Boschi. “Si chiude un anno di grandi risultati parlamentari. Adesso qualche giorno di ferie e si riparte”, scrive al termine dell’incontro Boschi su Twitter.

A verbale per la riflessione ferragostana, i vertici del Pd lasciano “la più ampia disponibilità” al dialogo, ma anche un fermo no a “tornare indietro”. Il che vuol dire, in linea anche con l’opinione espressa dall’ex presidente Giorgio Napolitano, nessuna modifica all’articolo 2 del ddl costituzionale, che disciplina l’elezione del nuovo Senato. “E’ già stato votato in doppia lettura conforme anche alla Camera: è chiuso”, affermano i renziani. “Nessuno può pretendere di ricominciare daccapo”, dice dalla minoranza più ‘dialogante’ anche Cesare Damiano.

Gli spazi per una mediazione ci sono, affermano dal Nazareno: “Siamo assolutamente convinti che troveremo la disponibilità di tutti a un ragionamento comune”, dice la Serracchiani. E qualche parlamentare assicura che nelle prossime settimane si procederà a sondare uno per uno anche i senatori dell’opposizione più aperti al dialogo. Poi il vero confronto potrebbe partire a settembre con gli incontri tra partiti, a iniziare da Forza Italia. Non è escluso anche un faccia a faccia tra il premier e Berlusconi. Ma da Arcore resta per ora ferma la richiesta, speculare a quella della minoranza dem, di introdurre il Senato elettivo e di cambiare l’Italicum per inserire il premio alla coalizione e non più alla lista. Una richiesta esorbitante per i renziani, dal momento che l’Italicum ormai è stato approvato.

Ma è proprio la legge elettorale il vero convitato di pietra nel dibattito sulle riforme. Intanto, non raccoglie molti consensi la proposta del capogruppo Pd Luigi Zanda, ripresa da Ncd, di inserire una forma di elezione diretta del Senato con legge ordinaria nelle regionali, scrivendo “il principio” nell’articolo 10 e non nell’articolo 2 del testo. “Non è una proposta, è un ritorno di fiamma”, la boccia la senatrice della minoranza dem Doris Lo Moro, che invoca “una proposta vera”.

L’irrigidimento fa crescere nei renziani il sospetto che il vero obiettivo sia abbattere il governo e la legislatura. Ma una lettura del genere è “una mistificazione della realtà”, dice il senatore della minoranza Federico Fornaro. I ‘dissidenti’ Dem sono più di trenta, incluso un esponente del governo, assicura Lo Moro, che da capogruppo in commissione vuol continuare a cercare una mediazione. In tutto “sono 176 i senatori per il Senato elettivo: il governo non ha la maggioranza”, sostiene il Mattinale, la nota politica di FI alla Camera. Ma i renziani avvertono che i conti si faranno alla fine. E il governo, assicurano, per allora avrà i numeri.

(Di Serenella Mattera/ANSA)

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