Maggioranza Pd avverte, se si fermano le riforme si vota

Pubblicato il 10 agosto 2015 da redazione

pd

ROMA. – Cambiare la Costituzione o andare a casa. E’ questa la posta in gioco al tavolo delle riforme. “Lo sanno tutti”, sottolinea il vicepresidente del Pd Matteo Ricci. Ma fino ad oggi nessuno lo aveva detto in termini così ultimativi. “Non mandare avanti le riforme significa mettere termine a questa legislatura”, afferma Ricci. Mentre la maggioranza Pd, a una voce, cita i dati sul lavoro a riprova del fatto che la strada tracciata finora dal governo sia giusta. Ma l’argomento non sembra smuovere la minoranza Pd, né Forza Italia. Che continuano instancabili a battere sul tasto del Senato elettivo e respingono una mediazione “al ribasso”.

“L’Italia riparte, amici, con buona pace di chi si augurava il contrario. Tutto il resto è noia…”, scrive su Facebook a metà pomeriggio Matteo Renzi. Nel primo lunedì di vacanza, il premier incassa con soddisfazione i dati dell’Inps sul lavoro, che mostrano un aumento (ora sono 4 su 10) degli occupati con contratto stabile. Sono questi i numeri importanti per il futuro del Paese, sottolinea tutto lo stato maggiore del Pd: non quelli dei 513.450 emendamenti presentati in commissione al Senato per modificare il ddl Boschi. Una mole di proposte di modifica tale da impegnare una ‘task force’ a Palazzo Madama per tutto il mese, con una sola pausa di tre giorni a ferragosto, con una tabella di marcia di 57mila emendamenti esaminati al giorno. Prima che la seconda fase della mediazione entri nel vivo, è su questa immagine che il segretario e il Pd insistono, a sottolineare l’insensatezza della battaglia che si prepara al Senato. Perché segnano, afferma il responsabile Economia Filippo Taddei, “la differenza tra chi si impegna per aumentare il lavoro e chi perde tempo per bloccare il Parlamento”. “Le riforme, e non gli emendamenti, fanno bene all’Italia”, dichiara Andrea Marcucci.

E il bersaglio delle critiche è soprattutto il prolifico Roberto Calderoli (oltre 500 mila emendamenti). Ma anche alla minoranza Pd si rivolge la controffensiva renziana, dopo che è stata respinta la prima proposta di mediazione su un listino di senatori da votare tra i candidati alle regionali. Il sottosegretario Luciano Pizzetti rispolvera il programma dell’Ulivo, che prevedeva un Senato delle Regioni composto da consiglieri regionali, per ricordare che ci sono “vent’anni perduti e da recuperare”. Alla fine dei conti, scommette Pizzetti, “la coerenza paga, le furbizie no”. E Ricci, che definisce “vergognoso” l’ostruzionismo in commissione, dice alla minoranza Pd “che mica il popolo della sinistra vuole un Paese immobilizzato: è una battaglia assurda, e dopo tante chiacchiere si vedrà chi vuole cambiare davvero”.

Alla prova dei fatti, pronosticano i renziani, i numeri saranno dalla parte del governo. Così come ora dai dati del lavoro si vede, afferma Matteo Orfini, che “la sinistra non deve avere paura di governare”. In mezzo, però, c’è una battaglia che i senatori della minoranza dem ribadiscono di voler combattere fino in fondo. “I governi con la presenza del Pd mi premono e molto. Ma la Costituzione mi preme di più”, dichiara Vannino Chiti, che invita Renzi ad abbandonare “le tattiche” e aprire a un “compromesso dignitoso e condiviso”.

Fuori dal Pd, Forza Italia continua a ribadire che il patto del Nazareno è morto, ma c’è una disponibilità al dialogo. Con due paletti, però, al momento per Renzi inaccettabili: Senato elettivo e modifica all’Italicum con l’inserimento del premio alla coalizione. Anche su questo fronte, insomma, il confronto non sembra ancora portare frutti, come dimostra la richiesta di Renato Brunetta a Mattarella di convocare Renzi perché “il governo non ha i numeri”. E attaccano anche i 5 Stelle, con Danilo Toninelli: “Mentre va avanti la dinasty delle correnti Pd, fa sbellicarsi dalle risate sentire il premier dire che la ripresa passa da Italicum e modifica alla Costituzione”.

(Serenella Mattera/Ansa)

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