Maria Palandra: “Gli inizi sono sempre difficili, l’importante è non scoraggiarsi”

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NEW YORK – Determinazione, volontà, caparbietà. Soprattutto, capacità di non farsi travolgere dalle avversità. E trovare, proprio in queste, lo stimolo per andare avanti. Ecco, questa è la chiave per capire il successo che ha accompagnato da sempre la professoressa Maria Palandra, docente e attuale preside, anzi, “school Rector” di “La Scuola d’Italia Guglielmo Marconi”; successo che si riflette nei numerosi riconoscimenti, piccoli e grandi, collezionati nel corso della sua carriera: dall’“Educator of the Year Award”, assegnato dall’“Italian American for Better Government Inc”, all’“Elmont Interschool Council of PTAs”, ricevuto dall’Associazione degli Insegnanti e Genitori, e al “National Lifetime Membership”, conferito dal Governo della città di Washington. Ciliegina sulla torta, l’importante “Dr Martin Luther King Humanitarian Award”, l’onorificenza più prestigiosa che assegna lo Stato di New York a chisi è impegnato nella difesa dei diritti civili delle minoranze.

– Il prestigioso “Martin Luther King Humanitarian Award” è forse quello che mi è più caro. E lo è perché è dato a chi si adopera per i diritti civili delle minoranze. Nelle scuole si lavora con il cervello e ancor più col cuore. Bisogna saper raggiungere gli studenti, capire le loro famiglie; essere coscienti che la comunità si compone d’individui che provengono da realtà diverse, che hanno problemi differenti e che non tutti hanno lo stesso livello. Bisogna saper lavorare con armonia. Ed è quel che ho fatto. Essere stata riconosciuta col “Martin Luther King Humanitarian Award” è una grande soddisfazione. Rappresenta un successo a livello personale – la professoressa Maria Palandra parla adagio, senza fretta, quasi a voler misurare le parole e a nascondere dietro di esse la soddisfazione per un riconoscimento che le fa onore.Il “Martin Luther King Humanitarian Award” non è solo un tributo allo sforzo per costruire, giorno dopo giorno, le basi per un ottimo rapporto tra le varie etnie con l’obiettivo di farne emergere gli aspetti positivi ma, indirettamente, anche un attestato al volontariato svolto presso l’“Italian American Comittèe on Education” e il “Gatway Youth Outreach Program”, il cui obiettivo è di provvedere ai giovani attività produttive e ricreative capaci di allontanarli da realtà violente in cui impera il consumo dell’alcol e della droga e di orientarli e guidarli nel lavorovalorizzandone le doti artistiche.

– Come è stato il primo impatto con la società americana? Lei emigrò con i genitori nel 1968 essendo ancora studente, come ha vissuto l’inserimento in un mondo scolastico che non le apparteneva?

– Molto difficile – ci dice rispolverando pagine della sua vita che sebbene appartengano al passato sono sempre vive nella memoria -. E’ stato un impatto molto, molto forte. Non esisteva, e tuttora non esiste, un’equipollenzadei titoli di studio scolastici. Ho dovuto prima capire il sistema americano e poi trovare il modo di inserirmi in esso. Questa – assicura – è stata la grande sfida. Devo dire, comunque, che dal punto di vista sociale la mia integrazione, il mio inserimento è stato agevolato dalla società americana che si stava aprendo agli stranieri. Ma, ripeto, non è stato facile. Non conoscevo la società americana e le sue abitudini. Non conoscevo la lingua.

Racconta che la prima cosa che fece fu frequentare un corso accelerato d’inglese. Poi a mano a mano, ha cominciato a conoscere anche le cose più semplici.

– Ad esempio- ci dice -, come funziona la metropolitana.

Un breve silenzio, poi prosegue:

– L’impatto più curioso è stato quello di entrare in una famiglia che era emigrata 15 anni prima e che non si era aggiornata. L’immagine dell’Italia per loro era rimasta congelata al momento in cuisi erano lasciati alle spalle la Madrepatria.

– Ma lei non era emigrata con i genitori?

La nostra curiositàè subito soddisfatta. Palandra, poco a poco, sbroglia i nodi della matassa della sua vita. Spiega con pazienza:

– Sono venuta in America con mia madre. Qui c’era la sua famiglia che era emigrata 15 anni prima e che io non conoscevo. Loro ricordavano un’Italia che non esisteva più… quella che avevano lasciato.

– Accade spesso a chi torna in Italia. Dopo anni vivendo e lavorando all’estero, non ci si ritrova. Anche il dialetto, che negli emigranti resta intatto, congelato nel tempo, non è più lo stesso in Italia. E a volte la comunicazione diventa ruvida, difficile. L’Italia dei ricordi è sempre assai diversa da quella della realtà che evolve e si trasforma.

– E’ vero – concorda -. Sono tornata in Italia cinque anni dopo… appena cinque anni dopo e già mi sentivo fuori dal mio ambiente.

Vi ritorna nuovamente dopo molti anni e sente che il paese non le appartiene più.

– Riconoscevo le strade, le case, i monumenti, i luoghi in cui avevo vissuto – ci dice -. Un paesino affascinante ma ormai mi sembrava un luogo differente; assai diverso da quello che avevo lasciato. A un certo punto – spiega -, si raggiunge un equilibrio. Ci si adatta. Quindi, si sta bene sia in una città, sia nell’altra. Ma ci sono periodi in cui non si sa a quale luogo si appartiene.

Palandra ha frequentato l’Hunter College, la Fordham University, il Queen College e la Hofstra University. E ha ottenuto diplomi e lauree in letteratura, lingua, amministrazione e consulenza accademica. Insomma, un percorso di studi lungo e articolato. Che cosa cercava? Qual era l’obiettivo?

– Raggiungere il massimo livello d’istruzione possibile – ci dice immediatamente per poi aggiungere:

– Nella vita ho incessantemente cercato di fare il meglio. Mi sono sempre proposta di raggiungere l’eccellenza in tutto ciò che m’interessa. Quindi, nel mio piccolo, ha voluto prepararmi bene per poter meglio aiutare i giovani. Non mi sono accontentata di avere una conoscenza superficiale delle cose. L’ho imparato in Italia. La preparazione di base è importante come lo è arricchirla quotidianamente; come lo è continuare a sviluppare una vasta conoscenza.
Confessa che, a motivarla, “c’era un altro elemento importante”.

– Mi sentivo inadeguata – commenta – per non aver ottenuto la laurea in Italia. Ho studiato con impegno in America per raggiungere il livello al quale aspiravo.

E il mondo del lavoro? Spiega che ha sempre lavorato ma non sempre nell’ambiente accademico. Infatti, i primi anni negli Stati Uniti li hatrascorsi dietro una scrivania. Più tardi, l’inserimento nel mondo scolastico al quale ancora appartiene.

– Ho cominciato a insegnare italiano e spagnolo – afferma -. Sono andata avanti arricchendo il mio bagaglio culturale e il mio curriculum. Concluso il dottorato, ho fatto domanda per un posto di maggior responsabilità e più adeguato al mio livello d’istruzione.

Spiega che una delle caratteristiche positive del sistema americano è la possibilità di lavorare e di studiare allo stesso tempo.

– Si studia di sera – ci dice -. Le opportunità sono tante.

– Ha iniziato insegnando italiano e spagnolo… Che conosca l’italiano è logico… l’inglese? è normale vivendo negli Stati Uniti… ma lo spagnolo?

Sorride divertita. Quindi soddisfa la nostra curiosità:

– Nel fondo si è trattato di una scelta molto pratica. Appena arrivata dall’Italia, ho cercato di inserirmi nel mondo universitario. Come ho già spiegato, non è stato facile. Ho cercato di iscrivermi ai corsi di letteratura italiana. Il dipartimento incaricato, però, me l’ha impedito. Mi ha semplicemente detto che c’erano dei requisiti. E, tra questi, Italiano I, II e III. Non mi è sembrato una cosa giudiziosa iscrivermi a corsi di grammatica. Chiesi se era possibile studiare un’altra lingua. Allora non mi sentivo sufficientemente preparata per seguire materie più complesse e impegnative come, ad esempio, storia e letteratura inglese. Allora pensai: “Se imparo un’altra lingua, non perdo tempo…”

E così è stato. Le lingue scelte furono francese e spagnolo.

– L’inglese l’ho studiato come seconda lingua – prosegue per concludere -. Il francese l’ho trovato interessante ma lo spagnolo mi ha semplicemente affascinato. Ne sono rimasta ammaliata. La letteratura spagnola è molto ricca, molto bella, molto interessante. Ho imparato con relativa facilità grazie anche alla conoscenza del latino.

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La Scuola d’Italia Guglielo Marconi, il nostro fiore all’occhiello

E’ il fiore all’occhiello della nostra comunità di New York; per una collettività all’estero è il piùprezioso tra i tesori. Si tratta de “La Scuola d’Italia Guglielmo Marconi”. Maria Palandra ne è l’attuale “school Rector”. Al suo fianco, con entusiasmo, generosità e passione il Presidente Stefano Acunto che è anche vice Console onorario d’Italia. La scuola, come la nostra comunità, non è rimasta ancorata al passato. E’ cresciuta. Si è trasformata. Ha subito un’evoluzione lenta ma inesorabile. Palandra ne parla con legittimo orgoglio; un orgoglio mal celato da un tono di voce che vorrebbe essere neutro, freddo, professionale e che invece rivela l’amore verso l’istituto e verso una professione che, quando si fa col cuore, diventa missione.

– Quali sono le caratteristiche della scuola?

– E’ innanzitutto una scuola completa – spiega -. Con questo voglio dire che s’inizia dall’infanzia e si conclude nell’adolescenza, si inizia con le elementari e si conclude col liceo. E’ una scuola la cui missione è di dare allo studente una formazione bilingue. Offre il meglio della scuola italiana e il meglio di quella americana. E permette ai nostri giovani di acquisire un’ottima preparazione.

Il programma di studio italiano è affiancato da quello in lingua inglese che approfondisce i tanti aspetti della cultura americana e, più in generale, anglosassone.

– Quindi, alla fine del percorso scolastico, il nostro studente ha una marcia in più rispetto ai coetanei di altre scuole, una formazione più vasta e più completa…

– Assolutamente… Sì, proprio così – non dubita in affermare -. I nostri studenti non hanno bisogno di esami integrativi. La nostra è una scuola paritaria italiana legalmente riconosciuta dallo Stato di New York. Da anni, ormai, i nostri studenti possono accedere indistintamente alle migliori università, agli atenei più prestigiosi ed esigenti in Italia, in Europa e in America.

Ammette che avere quella “marcia in più”, quella formazione culturale che permette ai giovani una visione del mondo più amplia, più completa richiede sacrifici; sacrifici in termine d’impegno e di ore di studio.

– I nostri giovani del liceo – precisa – entrano a scuola alle 8:10 ed escono alle 15:30, con una breve pausa pranzo. Seguiamo il programma del ministero che, per le scuole italiane all’estero, prevede un percorso scolastico nel liceo di 4 anni anziché di 5 come in Italia. Il nostro programma, poi – aggiunge – è ancor più impegnativo poiché non solo è necessario superare gli esami di Stato, come d’altronde in qualunque liceo italiano, ma anche avere padronanza della lingua inglese. Alcune materie, come ad esempioquelle scientifiche, storia e geografia, sono impartite in lingua inglese. Insomma, i nostri studenti devono avere il dominio dell’italiano e dell’inglese.

Il programma di studio, nel caso de La Scuola, è stato studiato “ad hoc”. E, infatti, a quello che si svolge seguendo le indicazioni che vengono dall’Italia si integrano a mano a mano materie locali.

– Se si studia un particolare periodo storico – spiega la professoressa – si cerca, per quanto possibile, di integrare lo stesso periodo di storia americana in inglese. Ed ancora, se si studia la letteratura italiana, contemporaneamente si studia in inglese quella americana corrispondente allo stesso periodo storico. I nostri ragazzi del liceo, poi, studiano anche il francese e il latino.

Impegno, diligenza, serietà. La scuola richiede, quindi, non solo una particolare preparazione degli insegnanti ma anche un sacrificio da parte degli studenti e delle loro famiglie. In un paese come l’America, ricco di eccellenti scuole pubbliche e private, ci vien da chiedere: si giustifica una scuola italiana?
– Senz’altro – è la prima risposta di Palandra. Poi, con voce pacata, scandendo le parole come stesse spiegando agli alunni, sostiene:
– La nostra non è una semplice scuola italiana. E’ una scuola bilingue che prepara gli studenti per accedere alle migliori università americane ed europee; che permette la conoscenza della realtà europea e americana. Il nostro studente ha una visione globale del mondo. La lingua, in se, è solo un veicolo di accesso a questo mondo. Facciamo leva sulle ricchezze artistiche e culturali dell’Italia per la formazione dello studente.

Sottolinea che La Scuola sta cambiando. Fino a ieri era forse una qualunque scuola italiana, come ve ne sono tante nel mondo. Ma, oggi, si sta adattando alla realtà locale e “nella sua evoluzione naturale si sta trasformando sempre più in una scuola internazionale”.

Per Palandra l’insegnamento non è semplicemente una professione ma una missione di vita. Non nasconde la gioia di poter contribuire alla formazione dei giovani con i quali mantiene un rapporto aperto, cordiale che va al di làdi quello tra insegnante e studente.

– Quanti giovani frequentano la scuola?

– Abbiamo una sola classe per ogni anno – commenta -. Nel liceo avremo una sessantina di studenti. Nella scuola un totale di trecento. Ma stiamo crescendo. E oggi abbiamo notato interesse anche da parte di italiani che vivono all’estero, in altriPaesi. Recentemente abbiamo avuto la visita di colleghi del Brasile interessati a mandare alcuni loro alunni, per un periodo di 6 mesi o un anno, a studiare da noi per permettere loro di approfondire la conoscenza dell’inglese. Abbiamo avuto alunni che vengono, restano da noi generalmente sei mesi e poi tornano in Italia. Possono reinserirsi nel percorso scolastico senza problemi.

– Sono tutti studenti italiani?

– In linea di massima – spiega – un terzo dei nostri alunni proviene da famiglie che si sono trasferite a New York per un breve periodo. Scelgono quindi la nostra scuola che, essendo paritaria, facilita al giovane il reinserimento in Italia. Un altro terzo sono figli d’italiani che sono venuti negli Stati Uniti, a New York, e vi sono rimasti. Poi abbiamo un numero crescente di genitori che non hanno legami con l’Italia ma che sono affascinati dall’idea del bilinguismo. Alcuni giovani frequentano solo le elementari, altri proseguono fino a concluderel’intero percorso scolastico. Ci sono, infine, famiglie russe e portoghesi che mandano i loro figli alla nostra scuola perché desiderano che imparino un’altra lingua e sono affascinati dalla nostra cultura. Sono innamorati dell’Italia.

Commenta che, per il momento, La Scuola ha due sedi. Poi, con orgoglio, sottolinea che questa sarà una realtà che cambierà nei prossimi mesi. E, infatti, un vecchio sogno, lungamente accarezzato, diventerà finalmente realtà: La Scuola Italiana avrà una nuova sede, un’unica sede, più grande, più idonea alle esigenze che impongono i progetti di sviluppo.
– Stiamo acquistando – ci dice – un edificio, in un’ottima zona, che permetterà alla scuola di avere una sola sede. E’ nostra intenzione trasformare La Scuola in un centro culturale… in un centro di eccellenza per gli italiani di New York.
La notizia del probabile acquisto di una nuova sede era stata data già a marzo dal Presidente del Board of Trust de La Scuola, Stefano Acunto, in occasione della Gala celebrata nel raffinato Cipriani della 42th Street. In quell’occasione, con estrema soddisfazione Acunto aveva spiegato che la speranza di molti sarebbe diventata una realtà: la scuola avrebbe avuto una nuova sede, decisione resa improcrastinabile dalla sua crescita. Un progetto che, fino a poco tempo fa, in molti avevano considerato “temerario”sarebbe diventato una realtà tangibile.

Acunto, pur senza rivelare l’ubicazione dello stabile, aveva assicurato in quell’occasione che le sue dimensioni avrebbero permesso la crescita sia del corpo insegnanti sia del numero degli studenti che in breve tempo dovrebbe passare da 300 a 500. Un progetto ambizioso, quindi, che riflette l’importanza de La Scuola Italiana Guglielmo Marconi e fa giustizia all’impegno profuso da professori e Giunta Direttiva che non hanno paura delle nuove sfide che vanno affrontate con visione di futuro.

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“Un consiglio? Non scoraggiarsi…”

Progresso, sviluppo. La società è in permanente evoluzione. Insomma, cambia. Ancor più oggi che, grazie alla globalizzazione, le frontiere rappresentano un concetto obsoleto che appartiene al passato. E al passato appartiene la fotografia sbiadita dei bastimenti carichi di nostri emigranti con la valigia di cartone e il sogno di un futuro migliore. La nostra comunità di New Yorkcom’è cambiata? Lo chiediamo alla professoressa Maria Palandra che, nata a Monteleone in provincia di Foggia nelle Puglie,giunse agli Stati uniti nel 1968.

– Quando sono arrivata, in quello stesso periodo – commenta -, emigrarono agli Stati Uniti altri colleghi. Tutti hanno fatto un’ottima carriera. Ognuno di noi si è inserito molto bene nella società americana.
E’ convinta che altrettanto accadrà con le nuove generazioni; con quei giovani che oggi, non trovando lavoro in Italia, cercano la ‘Merica; una ‘Merica che sicuramentetroveranno.

– Sono tutti molto ben preparati – ci dice -. Hanno il desiderio di progredire, di inserirsi negli Stati Uniti. Lavorano tanto. Sono sicura che nel giro di pochi anni raggiungeranno vette molto alte.

– Qual è la reazione della società americana nei confronti dei nostri giovani?

– Il loro background, la loro preparazione è subito riconosciuta – afferma -. C’è sempre tanto interesse per l’eccellenza italiana. La persona che riesce a far bene, s’impegna e rappresenta l’eccellenza, è sempre assai stimato.

– Un consiglio a questi giovani?

– Non scoraggiarsi; non devono perdersi d’animo ed insistere – raccomanda -. I primi tempi sono difficili, ma non bisogna arrendersi. Naturalmente è indispensabile acquisire una buona conoscenza della lingua.

(Mauro Bafile/Voce)