Il calo del prezzo del petrolio mette in ginocchio la Russia

FILE - In this Oct. 14, 2014 file photo, an oil pump works at sunset in the desert oil fields of Sakhir, Bahrain. Global oil consumption has never been higher _ and it is rising. Yet the price of a barrel of oil has fallen by more than half over the past six months because the world, experts say, is awash in oil. (ANSA/AP Photo/Hasan Jamali, File)
FILE - In this Oct. 14, 2014 file photo, an oil pump works at sunset in the desert oil fields of Sakhir, Bahrain. Global oil consumption has never been higher _ and it is rising. Yet the price of a barrel of oil has fallen by more than half over the past six months because the world, experts say, is awash in oil. (ANSA/AP Photo/Hasan Jamali, File)
FILE – In this Oct. 14, 2014 file photo, an oil pump works at sunset in the desert oil fields of Sakhir, Bahrain. Global oil consumption has never been higher _ and it is rising. Yet the price of a barrel of oil has fallen by more than half over the past six months because the world, experts say, is awash in oil. (ANSA/AP Photo/Hasan Jamali, File)

MOSCA. – Il calo del prezzo del petrolio, insieme a quello delle materie prime, rischia di mettere in ginocchio la Russia e il Kazakhstan, i due giganti dell’ex Urss la cui economia dipende in gran parte dall’export di questi beni. Mosca è ormai entrata in recessione, con un pil crollato a -4,6% nel secondo trimestre e una divisa in caduta libera: euro e dollaro ieri hanno rispettivamente superato i 75 e i 67 rubli, avvicinandosi sempre di più alle soglie da panico di fine 2014. Le sanzioni occidentali per la crisi ucraina centrano poco o nulla, secondo gli esperti.

Anche Astana vacilla: ieri il tenge ha perso quasi il 30% del suo valore rispetto al biglietto verde dopo che il governo ha annunciato la libera fluttuazione del cambio, mantenuto dal 2014 a caro prezzo con iniezioni della banca centrale per un valore di 28 miliardi di dollari. Si tratta della peggiore svalutazione subita negli ultimi 17 anni dal Kazakhstan, che nel secondo semestre rischia una crescita economica zero. Il presidente Nursultan Nazarbaiev ha introdotto inoltre una moratoria sull’aumento degli stipendi e dei dipendenti pubblici sino al 2018. Del resto anche Astana deve fare i conti con il crollo del barile (che rappresenta un quarto del suo pil), nonchè con la recessione del vicino russo e la caduta della domanda in Cina, altro Paese che ha svalutato recentemente la sua moneta.

Il costo del petrolio, determinato anche dalla decisione dell’Opec di non tagliare la produzione e dall’imminente ingresso nel mercato del greggio iraniano, mette a nudo la fragilità di Russia e Kazakhstan. Colpita dalle sanzioni, Mosca ha cercato di sfruttare la situazione per diversificare l’economia incentivando la sostituzione dei prodotti di importazione ma finora senza risultati. E’ fallita anche la diversificazione dei Paesi di approvvigionamento per sostituire quelli occidentali. Colpa anche di una crisi che taglia redditi e soffoca la domanda: il salario medio reale, secondo l’agenzia statistica statale Rosstat, si è ridotto del 9,2% nell’ultimo anno, mentre i prezzi salgono, con una inflazione prevista dal governo a fine anno dell’11,9%.

Secondo Andrei Klepakh, capo economista della banca Veb ed ex vice ministro dello sviluppo economico, nel primo semestre il commercio al dettaglio è diminuito di oltre l’8%: ”è un grande shock, più grave di quello del 1998 (l’anno del default, ndr) e del 2009”, anno in cui non c’era stato un calo di redditi e stipendi. “La miglior opzione è stabilizzare la caduta”, titolava ieri l’autorevole quotidiano finanziario Vedomosti, riportando i commenti foschi di alcuni esperti, dopo che il pil è scivolato dal -2,2 del primo trimestre al -4,6% del secondo, con il timore che nel secondo semestre si avvicini al -5,3 del ’98 (il governo prevede ancora un -2,8 annuo).

Negativo anche il trend degli investimenti, con dati che riportano al 2009, secondo Vladimir Tikhomirov, della società di brokers Bks: -5,6 nel primo semestre (-8,5% in luglio). A confermare lo scenario negativo è stato pure il ministro russo dello sviluppo economico Alexiei Uliukaiev, dicendo di ritenere possibile una deflazione nel Paese, nonché un ulteriore calo del rublo.

”Se i prezzi del petrolio continuano a calare, cosa che mi sembra molto probabile, continuerà anche l’indebolimento del rublo”, ha ammesso. ”Il tempo gioca contro la Russia. L’economia è rimasta ferma nella sua struttura inefficiente, è diventata ostaggio del prezzo del petrolio, sembra che solo un vero shock di rottura del sistema possa portarla fuori da questa situazione”, ha commentato Serghiei Romanciuk, presidente della filiale russa dell’Aci (associazione internazionale dei mercati finanziari).

Un bel problema per Putin, che rischia di affrontare le elezioni legislative del prossimo anno con un Paese ancora in piena crisi mentre pensa già a ricandidarsi nel 2018 al Cremlino. Una corsa con l’incognita del prezzo del petrolio, e nella quale la sua recente immersione in batiscafo nelle riconquistate acque di Crimea potrebbe diventare la metafora di un Paese che affonda lentamente.

(Claudio Salvalaggio/Ansa)

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