La “bolla cinese” irrompe nella campagna elettorale

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NEW YORK – Era dal 1996 che non si assisteva a una tale debacle. Panico, allarme. Dalla paura alla prudenza. Dopo il lunedì nero con crolli anche di oltre l’8 per cento, che ha mandato in ‘tilt’ tutte le Borse provocando perdite multimilionarie ovunque nei quattro continenti, il rimbalzo. Era atteso e, proprio per questo, pare non convincere. Anzi, invita a una cauta attesa. La decisione della People’s Bank of China, Banca centrale cinese, di dare una sforbiciata ai tassi – la quinta volta da novembre – e di ridurre la liquidità di riserva che le banche sono obbligate a tenere, è stata accolta dai mercati con moderato ottimismo.

Quanto sta accadendo oggi in Cina, e le sue ripercussioni pesanti in ambito internazionale, non sono un incidente di cammino. Il colosso asiatico ha la febbre. Si è beccata l’influenza. Per il momento, la situazione non pare fuori controllo. Ma il pericolo di contagio è lì. Latente. E l’influenza potrebbe trasformarsi in pandemia. L’economia europea, americana e dei paesi emergenti è ancora debole, dopo la crisi degli scorsi anni.

La grande locomotiva mondiale si è inceppata. Stenta a crescere. E quel 7 per cento del Prodotto Interno Lordo che dovrebbe registrare con un po’ di fortuna alla fine dell’anno, secondo il parere di non pochi istituti di analisi e di ricerca economica, potrebbe trasformarsi in un 4 o 5 per cento. Livelli assai lontani da quelli tradizionali a doppia cifra degli anni scorsi. Sicuramente distanti dalle proiezioni ufficiali di qualche mese fa.

Il dragone naviga in acque agitate mentre cerca di definire un nuovo modello di sviluppo economico; un modello assai diverso da quello attuale. La Cina non vuole più dipendere solamente dalle esportazioni e scommette sul consumo interno. Le imponenti opere d’infrastruttura, la costruzione di complessi urbanistici tuttora disabitati, la crescita dei centri urbani a danno delle campagne sono, in un certo senso, prodotto della trasformazione dell’economia cinese ancora fortemente dirigistica e dipendente dal settore statale. L’incremento dei posti di lavoro, che recentemente secondo il Financial Times ha registrato una contrazione nonostante gli stimoli del governo, sono il riflesso della transizione da un modello di sviluppo in cui l’asse portante erano le esportazioni a un altro in cui il perno principale è l’incremento del consumo interno.

L’economia mondiale, fatta eccezione per gli Stati Uniti, è in grosso affanno. La crisi che sconvolge l’economia cinese pesa come un macigno sull’Europa, che ha superato la recessione ma che stenta a uscire da una pesante tappa di stagnazione, e sui Paesi emergenti che trovano ossigeno nell’esportazione delle materie prime.

L’Europa ha lasciato alle spalle la crisi. Ma il motore stenta a riprendere velocità. Non gira come dovrebbe. Il pericolo del Grexit, nonostante resti l’incognita delle elezioni anticipate e si tema sempre lo spettro di un trionfo dei movimenti ‘euroscettici’, pare ormai scampato. Ma manca la spinta per decollare; lo stimolo che solo può dare un programma credibile che abbandoni gli schemi cari ai ‘falchi’ del rigore e l’‘austerity’ per abbracciare quelli più morbidi della flessibilità.
Anche i “Bric’s”, i mercati emergenti, sono in affanno. E a causa della “guerra delle valute”, forse più di altri. In effetti, il fronte aperto dalla Cina con la svalutazione dello yuan di quasi il 5 per cento in appena 3 giorni, ha provocato la rivalutazione del dollaro. Fin quando la moneta nordamericana mostrava segni di debolezza e i tassi d’interesse erano tutt’altro che attrattivi, gli investitori si rivolgevano ai mercati emergenti alla ricerca di nuovi rendimenti.

In un futuro assai prossimo, in cambio, si assisterà a un’inversione di rotta. Ma non è tutto. L’esplosione della peggiore delle “bolle” attese dai mercati avrà riflessi pesanti sull’esportazione delle materie prime: metalli, petrolio e prodotti agricoli. E il maggiore volume d’esportazione dei paesi emergenti è rappresentato proprio da queste. I Bric’s e soprattutto i paesi dell’America Latina sono arrivati tardi all’appuntamento con la modernizzazione delle proprie economie. Non sono riusciti a cogliere l’occasione offerta da un mercato avido di materie prime, per trasformare definitivamente il proprio apparato produttivo. Insomma, l’industria non è riuscita nella maggior parte dei casi a fare il grande salto di qualità per creare valore aggiunto. E ora, con i volumi delle materie prime destinati a subire una sforbiciata importante, non pare più possibile. O, almeno, sarà sicuramente assai più difficile.

Il mercato del dragone era il destino d’importanti quantità di materie prime che, con la battuta d’arresto della sua crescita, si ridurranno significativamente. I Bric’s, inoltre, temono che la crisi possa provocare un appesantimento dei propri debiti sovrani. Tutti, dai Paesi emergenti, come Brasile, Russia o Sudafrica, ai colossi energetici, come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait o Venezuela, hanno la stragrande maggioranza dei propri debiti in dollari. Per questo, anche se per il momento, con le monete svalutate e con i rendimenti nominali elevati, il debito non rappresenta una grossa preoccupazione per i mercati emergenti, si temono gli eventuali sviluppi della crisi. Soprattutto, quello che potrà accadere quando la Fed inizierà ad aumentare i tassi d’interesse.

Per gli Stati Uniti la crisi cinese apre nuovi scenari. E allontana la possibilità di un incremento dei tassi d’interesse, oggi ai minimi storici. E’ difficile per la “Federal Reserve” sbrogliare la matassa. Un errore di valutazione, con il Paese avviato verso la ripresa, può inviare a produttori e a consumatori messaggi errati, ambigui e provocare una battuta d’arresto che sarebbe catastrofica. Preoccupa in particolar modo l’inflazione ancora troppo lontana dalla meta della ‘Federal’.
Per un gran numero di esperti e dotti in materia, un aumento dei tassi d’interesse sarebbe oggi un errore. Tutto rimandato a dicembre? Anzi, a marzo del 2016? C’è chi non concorda. E si augura un incremento dei tassi d’interesse per evitare ulteriori difficoltà al sistema finanziario. Sostiene che “tassi zero” creano tensioni e possono esacerbare le disfunzionalità del sistema finanziario.

La Cina, e la sua crisi, sono ritenute un pericolo per gli stati Uniti. E una minaccia anche per l’economia mondiale. I segnali erano già visibili. Quanto avvenuto in questi giorni non ha fatto altro che renderli evidenti. Nel 2014, il suo debito era stimato in 28mila miliardi. Insomma, una cifra che si è quadruplicata in pochissimi anni, se paragonata ai 7mila miliardi del 2007. Nonostante ciò, economisti e analisti considerano quel debito ancora gestibile.

A questo punto, era inevitabile che la crisi cinese si trasformasse in tema di campagna elettorale. Un piatto troppo succulento perché fosse ignorato. La destra repubblicana ha archiviato per il momento l’argomento emigrazione per tuffarsi in quello della “bolla asiatica”. La retorica “anti-cinese” quindi diventa furibonda e crea disagio al presidente Obama al quale si esige di mostrare i muscoli.

Scott Walker ha chiesto pubblicamente al presidente Obama di annullare la visita di Stato del presidente cinese, Xi Jimping. Il governatore del Wisconsin ha accusato senza mezzi termini la Cina di manipolare i mercati. E ha chiesto alla Casa Bianca di bollare senza più indugi la Cina come responsabile delle turbolenze che “minano anche gli interessi americani”.
Donald Trump, prima di Walker, in un twitt non era stato meno duro con l’amministrazione Obama, accusandola di aver ceduto ai cinesi l’iniziativa e di essere stato debole e permissivo con il paese asiatico.

Anche l’italo americano Chris Christie si è scagliato con veemenza contro il presidente Obama.
– Tutto ciò – ha detto il governatore del New Jersey – è parte della politica fallimentare dell’attuale amministrazione, di questo presidente. Il capo dello Stato – ha aggiunto – ha creato più debito; un volume maggiore di quello di qualunque altro presidente nella storia americana. Ora questo debito è in mano della Cina.

Carly Fiorina, altra candidata repubblicana, sostiene che questo è il momento di esercitare pressioni sulla Cina i cui governanti avrebbero, a suo avviso, sancito un tacito accordo con i governati: “Vi tiriamo fuori dalla povertà; in cambio, voi accettate censura, repressione, pessimi standard di sicurezza e inquinamento”.

La Casa Bianca è ovviamente preoccupata. La crisi e il panico creato nei mercati internazionali mettono in secondo piano altri problemi non meno importanti. Ad esempio, gli isolotti artificiali nel Mar della Cina e la cyber sicurezza. Il presidente Obama vede inoltre allontanarsi un altro dei suoi piani ambiziosi per entrare di prepotenza nella storia: dopo l’accordo nucleare con l’Iran e il “deshielo” con Cuba, l’inizio di una nuova stagione nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina

(Mariza Bafile/Voce)