Atletica: dopo i 100 anche i 200, Bolt è sempre d’oro

Usain Bolt of Jamaica winning the men's 200m final during the Beijing 2015 IAAF World Championships at the National Stadium, also known as Bird's Nest, in Beijing, China, 27 August 2015. EPA/SRDJAN SUKI
Usain Bolt of Jamaica winning the men's 200m final during the Beijing 2015 IAAF World Championships at the National Stadium, also known as Bird's Nest, in Beijing, China, 27 August 2015.  EPA/SRDJAN SUKI
Usain Bolt of Jamaica winning the men’s 200m final during the Beijing 2015 IAAF World Championships at the National Stadium, also known as Bird’s Nest, in Beijing, China, 27 August 2015. EPA/SRDJAN SUKI

PECHINO. – Adesso qualcuno penserà di essere stato preso in giro per mesi, tra risultati di medio livello e assenze più o meno annunciate nei grandi meeting. E invece Usain Bolt è di nuovo lui, l’imbattibile. Il Bird’s Nest fa da teatro ad una nuova impresa, una vittoria (decimo oro in carriera ai Mondiali, 12/a medaglia) che racconta di un uomo che ha bisogno di straordinarie motivazioni, oltre che di un po’ di salute, per tornare a vestire i panni del supereroe. La sfida con Gatlin, avversario finalmente vicino al suo livello, ha prodotto il concentrato di emozioni di questi giorni pechinesi, contrassegnati prima dalla vittoria nei 100 metri, e poi da questa, fragorosa, nei 200.

Bolt trionfa in 19.55, miglior prestazione mondiale dell’anno, e costringe Justin Gatlin a due metri secchi di divario (19.74), oltre che altri due avversari (il sudafricano Jobodwana e il panamense Edward) a buttarsi sul filo e chiudere entrambi in 19.87 (bronzo all’africano). E’ una gara epica, che restituisce un Bolt sorridente, anche se non il ‘gigione’ di anni fa. Il giusto preludio alla rincorsa olimpica, che ora può cominciare tagliando il nastro degli ultimi dodici mesi che ci separano da Rio de Janeiro, da quella che potrebbe essere la scena della sua ultima recita.

L’unica scenetta la riserva alla fine, quando si toglie le scarpe e cammina a piedi nudi per la pista, si siede in panchina per una sessione fotografica, poi riprende il giro di pista e finisce travolto da un goffo cameraman cinese col quale poi va perfino quasi a scusarsi.

L’altro lampo della serata, è lo straordinario salto dello statunitense Christian Taylor a 18.21: un triplo balzo con atterraggio ad un passo dalla storia. Anzi, a soli otto centimetri dal record del mondo di Jonathan Edwards, il 18,29 di Goteborg ’95. L’americano, campione olimpico di Londra 2012, stampa la misura super nell’ultimo salto a disposizione, lasciando parecchia luce sull’asse di battuta, e chiudendo di fatto la competizione (era comunque già al comando con 17,68). Battuto l’uomo nuovo, il dominatore della stagione, colui che tutti avevano pronosticato come campione del mondo, il cubano Pedro Pablo Pichardo, secondo con 17,73 (anche in questo caso, misura realizzata nell’ultima prova). Al terzo posto, il portoghese Nelson Evora, che qui a Pechino, nel 2008, aveva colto l’alloro massimo, il trionfo olimpico, e oggi è di bronzo.

Nel giro di pista al femminile l’americana Allyson Felix vince una finale di ottime livello: il suo crono, 49.26, è il migliore al mondo dell’anno, oltre che il record personale. Altre due atlete la accompagnano al di sotto dei 50 secondi: la bahamense Shaunae Miller (49.67) e la giamaicana Shericka Jackson (49.99). Strana condotta di gara, quella della vincitrice: partenza fotonica, rallentamento tra i 150 e i 250 metri, nuova accelerazione, e tenuta fino al traguardo. Anche così, niente da fare per le avversarie.

Il martello di Anita Wlodarczyk vola lontano, come ha fatto per tutto l’arco della stagione. L’oro mondiale è suo (fa coppia con quello conquistato dal connazionale Fajdek tra gli uomini), e brilla in una stagione che l’ha vista vincere sempre (10 gare, inclusa la qualificazione di Pechino) e soprattutto arrivare anche al record del mondo, l’81,08 del primo agosto scorso. Al Bird’s Nest la polacca pianta la bandierina a 80,85. L’argento va alla cinese Zhang, il bronzo alla francese Tavernier.

Nelle semifinali dei 110hs nessuna clamorosa sorpresa: tutti i favoriti accedono al turno conclusivo. Il migliore è lo statunitense Aries Merrit, che la settimana prossima a Phoenix dovrà sottoporsi a trapianto del rene: il suo 13.08 è il miglior crono del round, seguito dal 13.09 del russo Shubenkov. Si va forte anche nelle semifinali degli 800 metri donne, e in tre vanno sotto l’1:58, altre otto con tempi tra 1:58 e 1:59. La migliore è la canadese Melissa Bishop, che supera nei centimetri finali la keniana Eunice Sum e fissa il record nazionale a 1:57.52. Il peggio di sè lo dà la sudafricana Caster Semenya, ottava e ultima nella prima semifinale con il tempo di 2:03.18. Il meglio di sè lo ha già dato, ai tempi in cui molti discutevano sulla sua femminilità.

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