Riforme, alta tensione Pd. D’Alema, persi due milioni di voti

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ROMA. – A piccoli passi verso lo scontro frontale. Con l’avvicinarsi dell’8 settembre, quando i lavori del Senato si riapriranno sulle riforme costituzionali le posizioni all’interno del Pd non danno segno di nessun mutamento. Le distanze sull’opportunità di modificare o meno l’art. 2 restano abissali e segnate dalle continue schermaglie tra renziani e minoranza.

Tanto che se il vicepresidente Pd Matteo Ricci parla di voto “automatico” nel momento in cui l’iter del ddl Boschi si arenasse inequivocabilmente al Senato, Massimo D’Alema, dal palco della Festa dell’Unità a Milano, allarga il campo di una frattura interna che è anche e soprattutto politica e torna ad attaccare Matteo Renzi parlando di un Pd presto “al bivio”.

L’ipotesi di un ritorno alle urne, al momento, resta comunque improbabile anche perché i vertici Pd sono convinti che la pattuglia del dissenso – 26 senatori – con il passare dei giorni si ridurrà. D’altra parte, governo e Pd già prima della pausa estiva ribadivano la certezza dei numeri a Palazzo Madama a fianco a quella di voler andare fino in fondo su quella che viene considerata un po’ come la ‘madre’ di tutte le riforme.

Lunedì, con la pausa estiva definitivamente archiviata, ‘pontieri’ e mediatori torneranno al lavoro per trovare un accordo che eviti lo scontro aperto al Senato ma, per ora, un punto di caduta appare lontanissimo. E se Ricci, con Renzi a Pesaro due giorni fa, in un’intervista a Qn si fa interprete della linea più dura, parlando di “sinistra Pd completamente staccata dal suo popolo” e vedendo il blocco alle riforme come “l’unico passaggio politico” che può portare alle urne anticipate, secca è la replica di Vannino Chiti.

“Minacciare elezioni da parte di chi oggi governa è il massimo dell’irresponsabilità di fronte alla crisi da cui non siamo usciti”, spiega il senatore ribadendo la validità della trincea della sinistra Pd sul ddl Boschi: “ai tanti ruggiti del topo che riempiono di frastuono l’aria va ricordato che la Costituzione viene prima dei governi”. E a rendere ancor più impervia la strada per una mediazione interna sulle riforme c’è anche il clima teso che, in generale, si respira tra maggioranza e sinistra Pd.

Da Milano è D’Alema a tornare alla carica. “I sondaggi ci danno oggi al 30%: ci siamo persi per strada 2 milioni di elettori, qualcosa sarà successo”, sottolinea l’ex premier parlando di partito presto chiamato a un bivio sulla scelta delle alleanze e lanciando una nuova frecciata a Renzi dopo le critiche del premier all’antiberlusconismo: “non dico che bisogna sempre ispirarsi al passato ma nemmeno sputarci sopra per far finta di essere grandi”.

Parole che fanno reagire in tempo reale Palazzo Chigi che, con il sottosegretario Luca Lotti, replica per le rime: persi 2 milioni di voti? “Come noto il Pd nelle ultime elezioni nazionali ha preso nel 2013 il 25,2% con la guida di Pierluigi Bersani e nel 2014 il 40.8% con la guida di Matteo Renzi. Le prossime elezioni si terranno nel 2018. Se D’Alema ritiene di poter fare meglio di Renzi avrà la possibilità di candidarsi nel congresso del 2017”, prosegue il Sottosegretario avvertendo che “fino a quel momento, tuttavia, parlano i fatti”.

(Michele Esposito/Ansa)