Ministro Gb, immigrazione da Ue? No ai senza lavoro

Pubblicato il 30 agosto 2015 da redazione

English Interior Minister, Theresa May, attends an emergency meeting on border cooperation at the French Interior Ministry, Place Beauvau in Paris, France, 29 August 2015.  EPA/ETIENNE LAURENT

English Interior Minister, Theresa May, attends an emergency meeting on border cooperation at the French Interior Ministry, Place Beauvau in Paris, France, 29 August 2015.
EPA/ETIENNE LAURENT

LONDRA. – Porte aperte in Gran Bretagna a chi arriva da un altro Paese europeo con un lavoro già garantito; saracinesca chiusa ai disoccupati in cerca di fortuna. E’ l’idea di libera circolazione nell’Ue di Theresa May, ministro dell’Interno del governo conservatore di David Cameron, che sullo sfondo di una “emergenza immigrazione” estesasi in questi mesi anche alle frontiere del Regno auspica apertamente restrizioni a uno dei principi cardine dell’Europa comunitaria.

Nell’interpretazione della titolare dell’Home Office, non si tratta tuttavia di attentare a un diritto che a Bruxelles tutti (o quasi tutti) considerano ormai basilare. Semmai di tornare alle origini, prima di quegli accordi di Schengen che May indica come la causa scatenante della crisi odierna. Quando fu inizialmente sancita – sentenzia il ministro britannico dalle colonne del Sunday Times – “libera circolazione significava libertà di spostarsi per lavorare, non libertà di attraversare le frontiere per cercare un lavoro o usufruire dei benefici” sociali altrui. May definisce quindi l’attuale livello d’immigrazione “non sostenibile”, in quanto mette troppa “pressione sulle infrastrutture, come case e trasporti, e sui servizi pubblici, come scuole e ospedali”.

Secondo i suoi dati, il flusso dagli altri Paesi comunitari è più che raddoppiato rispetto al 2010 ed “è per questo che la volontà del governo di rinegoziare la relazione della Gran Bretagna con l’Ue è così importante”. Fra le righe torna il timore del governo di Londra di un possibile ‘assalto’ di persone intenzionate a tentare la sorte dal continente e magari ad approfittare dei vantaggi (pur ampiamente ridimensionati dalle politiche di questi anni) del welfare britannico.

Per Cameron e il suo team, il picco di 330.000 migranti in più censiti in Gran Bretagna nell’ultimo anno, a dispetto della linea dura promessa dall’esecutivo, è stato in effetti uno smacco. E i controlli rivendicati dalla May per impedire almeno il prolungamento ‘semiclandestino’ dei soggiorni di giovani europei sbarcati nel Regno Unito con visti da studenti sono solo parte del problema. A testimoniarlo in questi ultimi mesi e’ fra l’altro quella che viene presentata come “l’emergenza” dei migranti e dei rifugiati di Calais, che continuano a cercare di attraversare la Manica nonostante i pattugliamenti, i reticolati e i cani.

Un dossier che il governo Cameron appare adesso deciso a imporre in sede europea: non solo con la riunione operativa appena invocata e subito per il 14 settembre dalla stessa May in un appello congiunto con i colleghi di Berlino e di Parigi, Thomas de Maizière e Bernard Cazeneuve, ma anche al tavolo complessivo che il primo ministro tory intende aprire con Bruxelles per ottenere una revisione dei rapporti con l’Ue prima dell’annunciato referendum sulla cosiddetta Brexit.

Tavolo sul quale non potra’ essere certo messa in discussione la libera circolazione in quanto tale (altri, Germania in testa, hanno fatto sapere da tempo che si tratta di una ‘linea rossa’ non negoziabile). Ma che nelle intenzioni di Londra dovrebbe se non altro autorizzare maglie piu’ strette per la concessione di benefit sociali e previdenziali agli ‘ospiti’.

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