Immigrazione, follie ed eccentricità dei candidati alle primarie

Pubblicato il 02 settembre 2015 da redazione

Chris Christie ha origini scozzesi da parte di padre e siciliane da parte di madre.

Chris Christie ha origini scozzesi da parte di padre e siciliane da parte di madre.

Immigrati trattati come pacchi. Dopo l’allucinante idea di erigere un grande muro lungo tutta la frontiera con il Messico, forse ispirato alla “Grande Muraglia Cinese”, e la proposta di rivedere, se non abrogare, il 14º Emendamento che stabilisce il diritto di cittadinanza a chi nasce in terra americana, ecco la brillante idea di trattare gli immigrati alla stregua di un pacco, come quelli affidati a un qualunque “courier” privato.

Il dibattito politico negli Stati Uniti si fa sempre più acceso. E tra gli argomenti preferiti dei candidati repubblicani alle primarie, la politica migratoria continua a farla da padrona. E’ un argomento sensibile che, oggi, ispira le proposte più eccentriche. Il portabandiera, fino a ieri, era stato il magnate del mattone, Donald Trump. E’ stato lui, infatti, ad aprire le batterie. E lo ha fatto dichiarando con veemenza che gli immigrati messicani sono tutti delinquenti, stupratori, ladri e scansafatiche. Gli affondi di Trump, che l’hanno catapultato agli onori della cronaca, hanno permesso la sua rapida e inattesa scalata nelle preferenze degli elettori.

Buttate lì, forse d’impulso, forse studiate a tavolino. Le idee di Trump, comunque sia, hanno avuto un effetto moltiplicatore nell’elettorato più conservatore che pare cercasse un responsabile cui attribuire i problemi e le difficoltà che ha vissuto l’America in questi ultimi anni. Ed è quello che il magnate ha offerto su un “vassoio d’argento”. Idee che per la loro eccentricità e grazie alla globalizzazione hanno trasceso le frontiere. E, chissà, se non ispirato anche altri, come ad esempio il presidente del Venezuela, Nicolàs Maduro, che in questi giorni ha chiuso parte della frontiera con la Colombia e deportato più di mille colombiani, provocando l’esodo volontario di circa altri 10 mila.

Visto il successo, in termine di consensi, delle eccentriche idee proposte da Trump, altri candidati repubblicani hanno cercato di seguire lo stesso filone con offerte ancor più bizzarre. Ultima, fra queste, quelle di Chris Christie. Il governatore dello Stato del New Jersey ha promesso che combatterà l’immigrazione illegale. E fin qui, nulla da ridire. Ma poi ha suggerito di creare un sistema in grado di “tracciare” gli emigrati “come un pacco della Fedex”. Ha quindi assicurato che chiederà al “big” della famosa società di studiare e mettere a punto un sistema tanto efficace quanto quello creato per evitare si smarriscano buste e scatole spedite da un capo all’altro del mondo.

Quella di Christie sarebbe stata un’altra delle tante stravaganti proposte di cui suole essere ricca ogni campagna elettorale, se non fosse perché il governatore del New Jersey è un prodotto dell’immigrazione. Non quella clandestina, è vero. Ma pur sempre di quel fenomeno sociale che ha arricchito gli Stati Uniti, oggi crocevia di razze, nazionalità, culture. Ed infatti, ha origini scozzesi da parte di padre e siciliane da parte di madre.

Gli altri candidati, sulla materia, sono stati sicuramente più moderati. Anche così, comunque, non è mancata qualche “scivolata”. E’ accaduto al più pacato di tutti: Jeb Bush. Questi, in una diretta radiofonica, al riferirsi ai bambini figli d’emigranti nati negli States ha impiegato il termine “anchor Babies”, un’espressione giudicata offensiva dalla comunità latinoamericana.

Le manifestazioni d’intolleranza in casa repubblicana sono state un “invito a nozze” per la democratica Hillary Clinton. L’ex Segretario di Stato ha infuocato il dibattito attaccando frontalmente la destra e accusando i candidati repubblicani di voler impiegare “metodi nazisti” contro l’emigrazione latinoamericana. Clinton ha spezzato lance a favore degli oltre 10 milioni d’immigrati illegali che vivono e lavorano negli States; immigrati che, a sua detta, i repubblicani vorrebbero caricare in treni merci e deportare.

Il dibattito, sempre più acceso che coinvolge le comunità latinoamericane, coincide con l’entrata in vigore della riforma con cui l’amministrazione Obama pretende trasformare in realtà il sogno americano di oltre 5 milioni di “latinos” illegali che lavorano onestamente e pagano le tasse in territorio americano. La riforma di Obama è delle più rilevanti tra quelle fatte in materia. Una riforma che Hillary Clinton ha già promesso di accelerare nella sua applicazione.

Sebbene la candidata democratica continui a essere la più gettonata dall’elettorato progressista, la sua popolarità ha sofferto nelle ultime settimane una battuta d’arresto. E lo spettro del 2008 comincia ad aleggiare ricordando la sconfitta subita per opera di Obama. I sondaggi, infatti, la vedono in affanno nello Iowa. E’ questo un campanello d’allarme, poiché è da questo Stato che inizia ufficialmente la corsa dei candidati democratici.

Inversamente proporzionale. Mentre declina la popolarità di Clinton, che non riesce a comunicare con l’ala più progressista del partito; quella dell’ex hippie, Bernie Sanders, candidato della sinistra liberale, emerge con prepotenza. Bernie è già ad appena sette punti dalla “frontrunner”. Bisognerà attendere ancora qualche settimana per vedere se la crescita di Sanders non è solo una bolla di sapone.

L’“emailgate” pesa su Hillary Clinton come un macigno. E all’interno del partito c’è già chi l’accusa di non aver gestito adeguatamente la crisi e, con il suo atteggiamento, di aver dato adito al sospetto di voler nascondere la verità.

All’orizzonte, intanto, pare crescere la possibilità dell’entrata in scena di Joe Biden. Anche nel suo caso, i sondaggi lo danno in netta crescita. E questi, forse, gli permetteranno di superare le incertezze e le indecisioni che, fino ad oggi, l’hanno trattenuto dall’entrare in campo. E così anche dal lato dei democratici la campagna elettorale per le primarie si fa sempre più frizzante, promettendo futuri colpi di scena e una corsa serrata tra candidati.

Mentre repubblicani e democratici si affrontano non a colpi di stiletto ma a quelli meno cortesi di sciabola, l’economia americana risale la china. Torna a correre. E lo fa oltre il previsto. Il Prodotto Interno Lordo, i primi tre mesi dell’anno, aveva registrato una debole crescita dello 0,6 per cento. Nel secondo trimestre, però, la crescita era stata del 2,3 per cento. Ora questa è stata corretta al rialzo: 3,7 per cento. E’ una realtà, questa, che deve fare comunque i conti con la turbolenza del mercato cinese e il rallentamento dell’economia del “dragone”, ancora in agitazione.

La ripresa dell’economia rappresenta un successo per l’amministrazione Obama che, abbandonando le politiche dell’austerity, ha scommesso nel ritorno di Mr. Keynes. E pare non voler abbandonare il cammino intrapreso. D’altronde, l’aumento dei consumi, la ripresa degli investimenti nelle imprese e l’incremento delle esportazioni sembrano dargli ragione.

In questo contesto, la decisione della Federal Reserve è sempre più difficile e complessa. Infatti, il suo board si riunirà il 16 e 17 settembre per decidere l’incremento dei tassi d’interesse fermi a quota zero dal 2008. Realtà contrastanti e contraddittorie. La “fed”, infatti, non solo dovrà tener conto della crescita registrata negli Usa, che pare ormai un fenomeno irreversibile, ma anche della realtà dei mercati finanziari che, dopo la “bolla cinese”, mostrano grande volatilità.

C’è incertezza. E questo clima potrebbe essere decisivo per la decisione della “Fed”. Gli esperti temono che un incremento dei tassi d’interesse negli “States” possa bloccare la “locomotiva americana”, l’unica che oggi corre spedita e pare essere in grado di trainare il resto delle economie del mondo.

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