Eni, il crollo del petrolio e il rischio Total

Pubblicato il 02 settembre 2015 da redazione

petrolio

ROMA. – Nei giorni scorsi il rimbalzo dei prezzi del petrolio è stato forte, subito seguito da un crollo altrettanto significativo che ha confermato l’opinione prevalente sulla tendenza al ribasso delle quotazioni. Un fenomeno, viene detto, destinato a durare almeno un anno, probabilmente perfino due. Certo fare previsioni, quando si tratta di petrolio, è difficile. Ma, almeno per il momento, i dati in arrivo dagli Stati Uniti sul crollo della produzione di shale oil e le anticipazioni sulla volontà dell’Opec, l’associazione dei principali produttori, d’intervenire per riportare i prezzi a livelli più remunerativi non sono sufficienti per immaginare la ripresa dei prezzi e una inversione di tendenza strutturale.

Il che significa momenti difficili per le società petrolifere, che creano le condizioni per la revisione della mappa dei principali produttori internazionali. Esattamente quanto previsto, qualche mese fa, da Leonardo Maugeri, attualmente professore all’università di Harvard e in passato, a soli 36 anni, direttore centrale dell’Eni. “Nella storia dell’industria petrolifera non c’è stato periodo prolungato di prezzi bassi che non abbia comportato processi massicci di fusioni e acquisizioni”, ha spiegato. E i fatti gli stanno dando ragione. L’anglo olandese Shell ha colto l’attimo e ha promosso la fusione con la britannica Bg group, una operazione che vale circa 70 miliardi di dollari e chiude una partita che, in un passato non troppo lontano, avrebbe potuto essere giocata da un’altra compagnia europea. Nei servizi petroliferi americani, invece, Schlumberger ha rilevato Cameron pagando quasi 15 miliardi (sempre di dollari).

Per l’Italia questo significa che anche società come l’Eni, che capitalizza in Borsa oltre 50 miliardi di euro e di cui l’azionista pubblico controlla il 30%, non sono del tutto fuori pericolo. Certo il governo ha diritto di veto e, di conseguenza, non c’è spazio per operazioni ostili. In più il presidente del consiglio Matteo Renzi risulta determinato a tamponare la falla che vede società italiane di peso finire tra le partecipazioni di gruppi esteri, come insegnano i recenti casi di Pirelli e Italcementi, passate sotto il controllo di cinesi e tedeschi. Lo stesso Renzi ha avuto modo di spiegarlo proprio al vertice dell’Eni essendo preoccupato dell’eventuale perdita della controllata Saipem, leader sui mercati internazionali delle infrastrutture petrolifere.

Ma si possono determinare situazioni del tutto particolari e tentativi di destabilizzazione che aprirebbero la strada alla richiesta di soluzioni d’emergenza. Per questo, considerando che l’Eni è una delle poche multinazionali italiane rimaste su piazza, è meglio attrezzarsi a scelte consapevoli piuttosto che venire colti di sorpresa. La verità è che, da almeno una decina d’anni, il dossier Eni è all’attenzione dei vertici della francese Total e ha roccaforti in Africa che sono molto invidiate. L’Eni, in particolare, ha sempre avuto contratti importanti con la Libia di Gheddafi, alla cui caduta ha contribuito in misura determinante il governo guidato da Nicolas Sarkozy. E le recenti scoperte di giacimenti in Egitto e Mozambico hanno permesso di rafforzare le posizioni.

Leadership che interessa molto i francesi, a cui va dato atto di una capacità sconosciuta all’Italia: sanno muoversi come sistema Paese. Sulla carta l’intesa verrebbe presentata come la nascita di un polo europeo dell’industria petrolifera ma, al di là delle dichiarazioni e degli accordi iniziali, significherebbe consegnare l’Eni alla Total. Sembra una operazione impossibile, destinata a restare una semplice eventualità in uno scenario di fantaeconomia. Di sicuro è possibile solo alimentando la destabilizzazione della società italiana, per esempio a causa delle inchieste giudiziarie che hanno messo nel mirino commesse ottenute in terra africana.

Altrettanto certo è che l’asse di Total con l’Eni non piacerebbe alle company petrolifere americane, anche perché in anni lontani il colosso Exxon ha coltivato verso l’Eni una strategia dell’attenzione di cui ancora conserva il ricordo. La necessità sarebbe che, invece di attendere l’evoluzione degli eventi, venisse detto e ripetuto che l’Eni rappresenta un pezzo importante del Paese e che va considerato irrinunciabile per almeno tre buone ragioni. E’ una delle poche multinazionali rimaste sotto il controllo di capitale italiano (e un Paese come l’Italia non può rinunciare ad avere grandi aziende), è strumento di politica estera e crea opportunità di business per altre imprese minori (rafforzando l’intera economia), opera nell’energia (uno dei settori chiave per lo sviluppo economico).

(di Fabio Tamburini/Ansa)

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