L’Europa si spacca, muro dei paesi dell’Est sulle quote

Migrants try to board a train at the railway station in Budapest, Hungary, Thursday, Sept. 3, 2015. (ANSA/AP Photo/Frank Augstein)
Migrants try to board a train at the railway station in Budapest, Hungary, Thursday, Sept. 3, 2015. (ANSA/AP Photo/Frank Augstein)
Migrants try to board a train at the railway station in Budapest, Hungary, Thursday, Sept. 3, 2015. (ANSA/AP Photo/Frank Augstein)

LUSSEMBURGO. – La nuova Europa, quella che 25 anni fa era dietro la Cortina di Ferro, alza il muro contro i migranti. La vecchia Europa invece vuole aprire le porte a chi fugge dalla guerra. Tanto che persino David Cameron ha promesso di andarli a prendere nei campi dei Paesi vicini alla Siria. Nell’est invece l’odissea dei disperati di Budapest si è trasformato in una marcia della speranza, a piedi verso l’Austria. Da Bruxelles il vicepresidente Timmermans ha avvertito che questo è “il momento della verità” per l’Europa e ha spiegato che la Ue “non può sopravvivere aprendo indiscriminatamente le porte a tutti, così come non potrà farlo se non darà rifugio a chi ne ha diritto”.

Ma mentre la Commissione ha confermato che alla riunione dei ministri dell’Interno del 14 settembre metterà sul tavolo la proposta di ridistribuire obbligatoriamente (ma con diritto di opt-out a pagamento) altri 120mila rifugiati, a Praga si è riunito il cosiddetto ‘gruppo di Visegrad’, ovvero Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. La conclusione è un “no” secco tanto alle quote obbligatorie (definite come “inaccettabili”) quanto alla revisione delle regole di Dublino. Una posizione che spacca l’Europa. Perché arriva due giorni dopo che i ministri degli Esteri dei tre grandi Paesi fondatori (Italia, Francia e Germania) hanno detto che si deve appunto superare Dublino (“non funziona più il principio secondo cui l’asilo riguarda il primo paese di arrivo”, ha precisato oggi Gentiloni) e che non c’è flusso migratorio che possa mettere in discussione il principio di dare rifugio a chi fugge per salvarsi la vita.

Angela Merkel e Francois Hollande, in una lettera ai presidenti delle istituzioni europee, hanno invocato “la responsabilità di ogni Stato membro e la solidarietà di tutti”, chiedendo alla Commissione di “utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione” per costringere gli Stati a rispettare le regole del diritto d’asilo. E hanno proposto l’apertura degli hotspot europei per la selezione delle domande già entro la fine dell’anno.

Dal Lussemburgo, arrivando alla prima giornata dell’informale Esteri che si occupa del rilancio del Quartetto per il processo di pace in Medio Oriente, Gentiloni ha ribadito che “si deve muovere verso un diritto d’asilo europeo”, altrimenti “rischiamo molto su Schengen”. Ed il tedesco Frank-Walter Steinmeier ha confermato che si devono superare le vecchie regole. Ma il ministro magiaro, Peter Szijarto, ha sostenuto che quello che l’Ungheria sta facendo non è altro che “rispettare le regole di Schengen”, affermando che “è inaccettabile essere criticati per questo” e ribadendo che “i migranti sono diventati aggressivi dopo certe dichiarazioni” (chiaro riferimento all’apertura della Merkel) rifiutando così le identificazioni.

Una spaccatura netta, ribadita a Praga nella riunione del gruppo di Visegrad. Con Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria che non vogliono sentir parlare di quote obbligatorie, chiedendo anzi che la politica migratoria europea “difenda la natura volontaria di ogni tipo di misura a favore della solidarietà” e il principio che “ogni singolo Stato membro possa mettere in campo, sulla base della propria esperienza, le pratiche migliori e le risorse disponibili”. Così comincia a circolare l’ipotesi di un nuovo vertice straordinario sull’immigrazione a fine settembre. Sostenuta dal ministro slovacco Lajcak: “Non si può aspettare quello ordinario di metà ottobre”.

(dell’inviato Marco Galdi/ANSA)

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