Cresce la tensione lungo la frontiera. Processo a López, conto alla rovescia

Pubblicato il 07 settembre 2015 da redazione

Frontera Colombia Venezuela

Frontera Colombia Venezuela

Frontiera sempre chiusa. E forse, se le voci di corridoio dovessero trovare conferma, lo resterà fino a gennaio prossimo. Il conflitto, per il momento fortunatamente solo diplomatico, prosegue senza scemare nei toni. Il presidente colombiano, Juan Manuel Santos, pacato però fermo; il presidente venezuelano, Nicolás Maduro provocatorio e aggressivo, per nulla conciliante.

Dialogo, colloquio. Non pare vi siano, oggi, le condizioni per un incontro tra i due capi di Stato per trovare una soluzione al conflitto. Per il momento questo è focalizzato nella frontiera dello Stato Tachira ma potrebbe estendersi. Venezuela e Colombia hanno in comune oltre 2mila chilometri di frontiera. Santos ha manifestato la sua disponibilità al dialogo, ma ha posto tre condizioni; condizioni che gli esperti considerano che sarebbero accettabili qualora ci fosse realmente la volontà di risolvere l’“impasse”. Innanzitutto, il capo di Stato colombiano ha chiesto la creazione di un “corridoio umanitario” per permettere “agli oltre duemila bambini colombiani che vivono lungo la frontiera, dal lato del Venezuela, di frequentare la scuola in Colombia”.

Ha chiesto poi l’autorizzazione affinché 15 o più camion possano attraversare la frontiera e raccogliere le masserizie che i colombiani deportati, ma anche quelli protagonisti di un esodo biblico mai visto fino ad oggi nello Stato Tachira, hanno abbandonato “gioco forza” in Venezuela. E reclamato il rispetto dei diritti umani dei cittadini colombiani oggetto di provvedimenti di deportazione. Sono tante le testimonianze delle umiliazioni, angherie e violazioni dei Diritti Umani raccolte dai “mass media” colombiani; tante le privazioni e le mortificazioni raccontate da chi è stato obbligato a lasciare il Paese.

Per quel che riguarda il “corridoio umanitario”, per permettere ai giovani che studiano nella vicina Colombia di recarsi alle proprie scuole, è stato deciso che resterà aperto dalle 5 del mattino fino alle 11 di sera. E’ stato anche disposto che i minorenni potranno essere accompagnati dai genitori. Si stima che circa mille 500 giovani studino presso gli istituti scolastici della vicina Colombia. Per quel che riguarda il permesso ai camion per raccogliere le masserizie abbandonate dai colombiani deportati, bisognerà attendere. Rispedita al mittente, invece, ogni denuncia di violazione dei Diritti Umani.

Il presidente Maduro si è detto disponibile a un colloquio con il capo di Stato colombiano. Ma il suo linguaggio continua ad essere provocatorio, aggressivo e per nulla conciliatorio. E, infatti, dopo aver sostenuto che il presidente Santos non ha il coraggio di “dare la faccia”, ha sottolineato che il suo collega è prigioniero di “una camicia di forza impostagli dall’oligarchia mediatica di Bogotá”. Lo ha sfidato a sostenere colloqui che, ha sottolineato, sono indispensabili per risolvere le difficoltà inerenti alla problematica della frontiera.

Parallela alla polemica tra i capi di Stato, quella tra ministri degli Esteri. Mentre la ministro venezuelana, Delcy Rodríguez, rimprovera la Colombia per non mantenere fede agli accordi presi durante l’ultimo incontro a Cartagena; Maria Angela Holguín accusa la ministro di mentire, in quanto, sostiene, nell’incontro non si è giunti a nessun accordo e tantomeno sono stati firmati documenti.

La crisi nella frontiera ha profonde conseguenze sulla quotidianità dei cittadini che vivono nel Táchira. Il Venezuela ha in comune con la Colombia circa 2mila 200 chilometri di frontiera. Quella tra lo Stato Tachira e Cucuta è forse una delle più dinamiche. Cittadini di ambedue i paesi, fino a qualche settimana fa, attraversavano ogni giorno il ponte internazionale Simón Bolívar per recarsi ai rispettivi posti di lavoro. Con la chiusura della frontiera si limita evidentemente l’attività economica arrecando danno a tantissimi venezuelani e non solo a chi ha fatto del contrabbando il suo “modus vivendi”.

Il governo del presidente Maduro ha attribuito al contrabbando gran parte delle debolezze dello Stato Táchira; in particolare, le lunghe file davanti ai distributori di benzina o alle porte dei supermarket e piccoli negozi di generi alimentari. In parte, questo è vero. Ma è una realtà che i “tachirenses” vivono da anni e della quale il governo si è sempre preoccupato molto poco senza peraltro mai porvi rimedio. La chiusura della frontiera comunque non sembra essere la soluzione. Tanto più che il contrabbando, nonostante tutto, prosegue attraverso i viottoli vecchi e nuovi che da sempre uniscono la Colombia col Venezuela.

Stando agli esperti lo stimolo al contrabbando continuerà fino a quando sussisteranno le condizioni che lo alimentano. In altre parole, fino a quando il controllo dei cambi manterrà la moneta venezuelana artificialmente sotto al suo valore reale e i generi alimentari e beni di consumo saranno sussidiati dallo Stato. Stando alla banca Centrale della Colombia, al 1 settembre del 2015, a ogni bolívar corrispondevano 240,62 pesos colombiani. Ma alla frontiera tachirense diventano appena 4,85 pesos. Le leggi dell’economia possono non piacere, ma dovrebbero essere prese comunque in considerazione. Far finta che non esistano o che possano essere sottomesse ai propri capricci non giova a nessuno. E’ evidente che sono tanti gli stimoli che inducono a comprare in Venezuela per rivendere in Colombia.

La Colombia, fino al 2006, è stata il secondo socio commerciale del Venezuela dopo gli Stati Uniti. Con la decisione di uscire dalla “Comunidad Andina de Naciones”, il commercio si è ridotto acceleratamente. Il commercio con la vicina Colombia, stando alle cifre dell’“Istituto Nazionale di Statistica”, ha subito la preoccupante flessione dell’82 per cento tra il 1998 e il 2014. All’inizio del primo governo dell’estinto presidente Chávez, il commercio con la nazione “neogranadina” rappresentava il 6 per cento del Prodotto.

Nervosismo, inquietudine. E’ questo il clima che persiste lungo la frontiera. Per il momento, comunque, nonostantele forti tensioni, non si sono registrati incidenti degni di nota. Ma non è da scartare che, qualora dovesse mantenersi l’attuale situazione, le tensioni potrebbero sfociare in scaramucce tra esercito colombiano e venezuelano. Insomma, in un conflitto armato localizzato nella regione. Un conflitto che potrebbe avere profonde ripercussioni interne, soprattutto nell’ambito politico. In prossimità di un processo elettorale, come già accaduto in passato, il governo potrebbe essere tentato di far leva su meschini sentimenti nazionalisti per dare nuovo ossigeno alla popolarità del presidente Maduro.

Nel frattempo, prosegue il processo a Leopoldo López, il leader di “Voluntad Popular” accusato di incendio e danni, istigazione a delinquere e associazione per delinquere. Si attendeva il verdetto già la settimana scorsa ma visto gli interventi fiume che hanno caratterizzato il dibattimento conclusivo, l’udienza è stata interrotta e rimandata a giovedì della settimana appena iniziata. Leopoldo López rischia una condanna fino a 14 anni di carcere. Tutti danno per scontato che il tribunale imporrà al leader di Voluntad Popular il massimo della pena. Se questo dovesse essere il verdetto, che probabilmente sarà reso noto a notte inoltrata come è ormai tradizione per le decisioni polemiche, sicuramente si assisterà a manifestazioni di proteste il giorno seguente. Reazione che non dovrebbe sorprendere, in un Paese democratico.

Per concludere, il presidente Maduro ha annunciato che presto chiederà sia convocata una riunione urgente dell’Opec per discutere dell’orientamento dei prezzi del petrolio. A differenza di quanto accaduto in un passato assai recente, il presidente Maduro, in quest’occasione, trova un terreno favorevole. Un prezzo del barile di greggio oltre i cinquanta o 60 dollari rende competitivo il petrolio americano prodotto attraverso le nuove tecnologie, ma sotto i 40 lo rende poco conveniente per i paesi dell’Opec. Per questo, nel caso si dovessero riunire i membri dell’organismo di Ginevra, come è probabile che accada, è possibile che decidano un taglio alla produzione per frenare la caduta dei prezzi. Decisivo sarà l’orientamento dell’Iran, ormai libero dall’embargo dopo l’accordo sul nucleare firmato con gli Stati Uniti, e dell’Arabia Saudita, che nei mesi scorsi si è manifestata contraria a ogni intervento sulla produzione per frenare la calata dei prezzi.

(Mauro Bafile/Voce)

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