Il peso della politica nella condanna di Leopoldo López

Pubblicato il 14 settembre 2015 da redazione

Manifestanti durante il processo a Leopoldo López

Manifestanti durante il processo a Leopoldo López

Una decisione scontata. Il verdetto che condanna Leopoldo López a quasi 14 anni di carcere per i presunti delitti d’incendio e danni, istigazione a delinquere e associazione per delinquere non ha sorpreso. Non poteva. E’ questo, purtroppo, l’epilogo di un “affaire” iniziato il 12 febbraio 2014. E che ha suscitato sentimenti contrastanti. La decisione è stata applaudita dai simpatizzanti del governo e deplorata dall’Opposizione. Ed è stata accolta con stupore e preoccupazione all’estero.
Si teme che nei prossimi giorni le frange radicali dell’Opposizione, quelle stesse che nel 2014 furono protagoniste delle “guarimbas”, possano rendersi responsabili di manifestazioni di piazza violente; violenza che scommette sulla reazione popolare o, chissà, sprezzante del costo che esso rappresenterebbe, su un intervento risolutore dei militari.

La storia dell’America Latina, fatta eccezione dell’insurrezione popolare accompagnata dai militari nel 1958 proprio in Venezuela, insegna che le forze armate, giustificando le loro azioni con la presunta presenza di una crisi economica senza precedenti, del caos e della corruzione politica, irrompono assicurando nuove elezioni democratiche, che restano promesse incompiute, per poi perpetuarsi nel potere. Il caso del Venezuela, nel 1958, fu atipico e la condotta esemplare dell’Ammiraglio Wolfgang Larrazabal fu condizionata non solo dalla sua formazione intellettuale – fu Aggregato Militare presso l’Ambasciata del Venezuela a Washington – ma soprattutto dalla presenza di leader politici di grande prestigio e personalità – leggasi, Ròmulo Betancourt, Jòvito Villalba, i fratelli Machado, Jesùs Angel Paz Galarraga, Luis Beltràn Prieto Figueroa, solo per nominare alcuni tra i più famosi -. Non ci sono, nel Venezuela odierno, le stesse condizioni.

Il “caso López”, pare evidente, ha uno sfondo politico. La condanna del leader di Voluntad Popular è parte di una strategia che sembrerebbe inseguire soprattutto due obiettivi: distrarre l’attenzione dai veri problemi del Paese, quelli economici; e mettere a soqquadro la già caotica coalizione dell’Opposizione.

Centro di dibattito nei “salotti” dell’intellettualità venezuelana ma anche oggetto di preoccupazione a livello internazionale. Unanime è stata la reazione di ripudio del mondo democratico. La decisione della giudice Susana Barreiros è stata censurata immediatamente da leader politici, ex premier e capi di Stati, e organismi impegnati nella difesa dei Diritti Umani. La condanna di López, non si sa per quanto tempo, concentrerà l’attenzione del dibattito politico, specialmente se vi saranno, come effettivamente si teme, manifestazioni di protesta.

Le lunghe file di consumatori alle porte dei generi alimentari piccoli o grandi, diventate oramai parte del paesaggio nazionale, la mancanza di prodotti nei supermarket, di medicine nelle farmacie, di pezzi di ricambio nelle officine meccaniche e materie prime nelle industrie per qualche giorno cadranno probabilmente nell’oblio. D’altronde, il verdetto che ha fatto seguito a un processo polemico fin dalle prime battute, è stato come un fulmine in un pomeriggio di pioggia dal cielo cupo e dalle nuvole fosche. Atteso. Ma quando squarcia il cielo, provoca comunque stupore e sorpresa.

Il governo, con il “caso López”, scommette sulla debolezza dell’eterogenea coalizione dell’Opposizione. Molto del futuro dell’alleanza dipenderà dall’atteggiamento del leader di Voluntad Popular. E dai futuri “messaggi” che questi invierà dal carcere di Palo Verde, nel quale è rinchiuso. Se il suo sarà un invito sereno a votare, a recarsi alle urne per decidere il futuro democratico del Paese, e a evitare di dare argomenti al governo per reprimere, allora l’Opposizione potrà continuare a cementarsi e a consolidarsi. Nel caso, però, che il leader in carcere decidesse di invitare i suoi simpatizzanti alla protesta, l’unità della coalizione sarebbe messa duramente a prova. Sono tante ancora le differenze tra i settori che costituiscono l’alleanza, tante ancora le gelosie tra i suoi leader, ancor più le loro ambizioni. Il seme della discordia è sempre lì. Basta un nonnulla per provocare l’implosione.

I venezuelani sono stanchi di promesse, annunci a effetto. L’Opposizione ha dalla sua tutti i sondaggi; ma anche un grosso handicap: le proprie contraddizioni. Queste saranno sempre presenti fino a quando non vi sarà un vero programma comune di governo. D’altronde, il suo non può continuare a essere un obiettivo congiunturale, non può limitarsi alla conquista di una maggioranza più o meno solida in Parlamento, né alla sconfitta del presidente della Repubblica. E’ necessario un solido programma che riesca a convincere gli elettori. Non è con slogan più o meno attraenti che l’Opposizione potrà affrontare le sfide del futuro, specialmente quelle che le si presenteranno nel caso di assurgere al potere.

Delusione e sconforto. Sono parte dei sentimenti che hanno accompagnato la decisione del Tribunale. Se lo scopo del verdetto era di creare un clima di demoralizzazione tra le file dell’Opposizione, l’obiettivo è stato raggiunto. E’ un clima di scoramento che potrebbe provocare la diserzione dalle urne. Un fenomeno che solo favorirebbe chi oggi ha ben salde le redini del governo.

Mentre ormai il “caso López” domina tutta la scena politica, prosegue la disputa tra il presidente Maduro e il presidente Santos. Il Ministero della Difesa colombiano ha denunciato l’incursione di aerei venezolani in territorio colombiano. Scorribande provocatorie. Incidenti come questi, che in altri tempi sarebbero stati di poco rilievo, oggi con la crisi nella frontiera, potrebbero avere conseguenze assai gravi. Sono il segno di un’escalation che potrebbe sfociare in un conflitto armato localizzato in uno scenario assai limitato ma comunque pericoloso. Un conflitto che, se ben gestito dall’enorme macchina propagandistica del governo, risveglierebbe senza dubbio i sentimenti nazionalisti latenti in una amplia fetta della popolazione, e forse anche pericolosi sentimenti xenofobi.

Le vicende politiche, ancora una volta, hanno la crisi economica come telone di fondo. Goldman Sachs ha anticipato prezzi del petrolio addirittura a 20 dollari il barile. Pochi credono in questa eventualità; ma nessuno che possano tornare alla soglia dei 100 dollari al barile. Si ritiene che il prezzo del greggio si manterrà, almeno nei prossimi mesi, sui 40 o 45 dollari. E’ un valore che pare soddisfi ancora i paesi produttori del Golfo, che così potranno conservare le loro quote di mercato, ma non certo il Venezuela che ha pagamenti internazionali da rispettare, una burocrazia clientelare che non può sfoltire e ammortizzatori sociali che favoriscono soprattutto una popolazione parassitaria che è anche una grossa sacca elettorale.

La spesa pubblica crescente e il debito accumulato fino ad oggi, in mancanza di una struttura industriale capace di produrre valore aggiunto e ricchezze, hanno necessariamente bisogno di prezzi di petrolio alti. In loro assenza, la macchina costruita dal “chavismo” è destinata a fermarsi. Non sarà prima delle prossime elezioni parlamentari. Sicuramente il prossimo anno.

(Mauro Bafile/Voce)

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