Cade muro su elettività. Nel Pd intesa più vicina

Pubblicato il 18 settembre 2015 da redazione

(L-R) Italian Prime Minister, Matteo Renzi and Italian Senate President, Piero Grasso, attend the military parade in Fori Imperiali Street. Rome, 02 Jun 2014. The National Republic Fest's military parade celebrate the popular referendum that in 1946 abolished the monarchy. ANSA/CLAUDIO PERI

(L-R) Italian Prime Minister, Matteo Renzi and Italian Senate President, Piero Grasso, attend the military parade in Fori Imperiali Street. Rome, 02 Jun 2014. The National Republic Fest’s military parade celebrate the popular referendum that in 1946 abolished the monarchy. ANSA/CLAUDIO PERI

ROMA. – Dopo una settimana al calor bianco, torna il sereno dalle parti del Pd e, soprattutto, sul fronte delle riforme Costituzionali. A registrarlo è lo stesso premier Renzi che al termine del Consiglio dei ministri – dedicato al Def e al cosiddetto ‘decreto Colosseo’ – non si lascia scappare l’occasione per tornare a rivendicare la forza dei suoi numeri, ma anche la disponibilità ad utilizzare questi ultimi giorni per allargare quanto più possibile il consenso tra i senatori.

“I numeri ci sono”, assicura. “I numeri sono presenti sia al Senato che alla Camera, come hanno dimostrato le votazioni di ieri e di ieri l’altro. Nessuno ne dubiti perchè sono forse anche più ampi”. Un’affermazione che però, a differenza dei giorni scorsi, non è più una sfida alla minoranza Pd a cui invece assicura “ogni sforzo” di coinvolgimento. A far capire che stava tornando il sereno, in pomeriggio, ci sono state le parole del presidente del Senato Pietro Grasso – protagonista di un duro confronto in settimana con il premier-segretario – che si diceva “fiducioso” in un accordo sulle riforme anche trovato “in zona Cesarini”, cioè a ridosso della presentazione degli emendamenti mercoledì.

Ultimo ‘sigillo’ quello posto dalla minoranza Dem che alla fine, pur insistendo ancora su interventi all’interno dell’articolo 2 del ddl Boschi, ha parlato di “intesa a portata di mano”.

Apripista, come già capitato in altre occasioni, Pierluigi Bersani che ha apprezzato le “aperture” di Renzi sul ‘listino’ su cui però ora – ha scandito – “bisogna agire”. Concetto ribadito da altri ‘leader’ della minoranza come Miguel Gotor e Federico Fornaro. Sul versante opposto Anna Finocchiaro – cui si è aggiunto anche Luigi Zanda – si è detta “convinta” nella possibilità di “una ampia condivisone nel Pd, nella maggioranza e nell’aula di Palazzo Madama”. Insomma si tenta di agganciare anche Fi e la Lega. D’altra parte tra i senatori “azzurri” c’è chi, come Franco Carraro, “fa il tifo per una intesa”.

L’ipotesi a cui si lavora consiste nel mantenere il comma secondo dell’articolo 2, in cui si afferma che “i Consigli regionali eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti”, ma al comma 5 verrebbe aggiunto che i consiglieri-senatori vengono eletti dalle istituzioni territoriali “che recepiscono le indicazioni degli elettori”. “Le tecnicalità e le modalità – ha spiegato Gotor – si potranno poi demandare ad una legge ordinaria”. D’altra parte anche l’Ncd Andrea Augello ha invitato il ministro Boschi a mirare ad una “intesa alta” anziché raccogliere voti in Aula qua e là, anche perché poi spesso si sbagliano i conti.

Intanto, in casa Pd, si guarda alla Direzione di lunedì prossimo non più come un rischio di “una conta muscolare”, ma piuttosto come occasione – se non per ratificare l’accordo – almeno per rafforzare il dialogo tra le varie anime Dem. A spingere, almeno la maggioranza, ad una convergenza è stata Moody’s. L’analista Marcello Zaninelli ha spiegato che la riforma “è ‘credit positive'” cioè ha un effetto positivo sul merito sovrano italiano. E ciò si aggiunge al fatto che una sua approvazione entro il 15 ottobre, aiuterebbe l’Italia ad ottenere dalla Ue la flessibilità per il deficit del 2016.

Tuttavia non si può ancora parlare di intesa fatta. Qualcuno tra i bersaniani, come Doris Lo Moro ha insistito perché il principio sia inserito nel secondo comma dell’articolo 2. Qualcuno quindi chiede di attendere le decisioni di Grasso sull’ammissibilità degli emendamenti a tale comma, che è stato già votato sia dal Senato che dalla Camera nello stesso testo. Ma d’altra parte Grasso, come ha ricordato ieri, non può pronunciarsi se non dopo aver visto gli emendamenti concreti. “Diffidate – ha ironizzato – da chi anticipa decisioni che non ho ancora preso”.

M5s rimane sulla linea dura con Vincenzo Santangelo che ha accusato il Pd di “compravendita di voti” in Senato, cosa che ha suscitato la replica di molti senatori Dem (Nicoletta Favero, Laura Puppato, Stefania Pezzopane) che lo hanno sfidato a denunciare tutto in procura, se ne ha le prove.

(di Giovanni Innamorati/Ansa)

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