Mattarella, insegniamo l’italiano ai migranti e diffondiamolo nel mondo

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a margine dell'82/o convegno internazionale della società Dante Alighieri, Milano, 26 settembre 2015. ANSA/ UFFICIO STAMPA QUIRINALE/ PAOLO GIANDOTTI
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a margine dell'82/o convegno internazionale della società Dante Alighieri, Milano, 26 settembre 2015. ANSA/ UFFICIO STAMPA QUIRINALE/ PAOLO GIANDOTTI
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a margine dell’82/o convegno internazionale della società Dante Alighieri, Milano, 26 settembre 2015. ANSA/ UFFICIO STAMPA QUIRINALE/ PAOLO GIANDOTTI

MILANO.- Insegnare l’italiano agli immigrati per evitare che si creino dei “ghetti culturali e linguistici”, per integrare, per abbattere “i muri della diffidenza e della paura”: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha scelto l”82/mo congresso della Società Dante Alighieri, nata nell’Ottocento proprio per promuovere l’italiano nel mondo, per lanciare questo messaggio.

“Dovremmo essere più impegnati nel promuovere e nell’assicurare la conoscenza della nostra lingua agli immigrati che si insediano nel nostro Paese” ha detto. Non si tratta però solo di insegnare l’italiano a chi viene in Italia, ma di diffonderlo nel mondo dove c’è “forte richiesta di Italia” come dimostra “anche l’Expo, una scommessa pienamente riuscita, nonostante tante perplessità iniziali”.

Anzi, secondo il Capo dello Stato, “la percezione che si ha dell’Italia all’estero, nonostante gli stereotipi, è decisamente migliore di quella che avvertiamo noi italiani” anche se “a volte abbiamo trascurato, sciupato, persino talvolta deturpato i doni e i talenti ricevuti”. Ed è qui che Mattarella ha puntato il dito su “forse l’autentico limite nazionale” ovvero il non essere “riusciti a fare sistema, a giocare in squadra, presi dalle nostre divisioni, non di rado artificiose”.

Però ora non bisogna avere paura del “vento della globalizzazione che non sarà fermato da “muri o barriere” perché ci sono “grandi opportunità, che potremo cogliere se sapremo esprimere innovazione, invenzione, genialità”. Per farlo serve però una classa dirigente “filosofi, intellettuali, politici” lungimirante. “Avere lungimiranza, progettare il futuro, non significa bruciarsi i ponti alle spalle ovvero rinnegare il nostro passato. Ma, piuttosto – ha avvertito -, investire la grande tradizione, i valori e la cultura che ci animano, in un mondo che cambia sempre più velocemente. Sarà all’altezza delle sfide nuove chi, insieme a radici solide e profonde, saprà ben interpretarle e saprà concorrere a governarle. E noi possiamo farlo”.

(di Bianca Maria Manfredi/ANSA)

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