Papa Francesco, Castro e le Farc. César Miguel Rondón e la libertà d’espressione

Pubblicato il 28 settembre 2015 da redazione

paz

Le Farc, il presidente Santos e Papa Francesco. La diplomazia ha fatto il suo lavoro. Alla fine ha prevalso sul fragore delle armi. E, così, il desiderio di pace sulla violenza e la ragione sull’insensatezza. Non deve essere stato facile. Non poteva esserlo. Le ferite che lasciano decadi di conflitto armato sono profonde. Fanno male. Non saneranno dall’oggi al domani. Cicatrizzeranno solo col trascorrere degli anni. Ma il loro ricordo nessuno potrà mai cancellarlo.

Politico più che pastorale. Il viaggio di Papa Francesco a Cuba ha avuto il merito di rimuovere ostacoli e reticenze; di cancellare le ultime titubanze. L’accordo storico tra il governo di Juan Manuel Santos e le “Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia” è stato reso noto giorni dopo la partenza di Papa Francesco dall’isola e l’inizio del viaggio negli Stati Uniti.

Coincidenza? La diplomazia vaticana non sembra aver lasciato spazio alcuno all’improvvisazione. Al contrario, ogni parola, ogni gesto del Pontefice a Cuba è stato studiato meticolosamente fino all’ultimo dettaglio. Anche la decisione, senz’altro sofferta, di Papa Francesco di non incontrare la dissidenza, è stata dettata da obiettivi precisi. In un passaggio assai delicato nelle relazioni tra l’isola dei Caraibi e gli Stati Uniti, il Vaticano, che ha interpretato il ruolo chiave di mediatore, non ha voluto calcare la mano. Insomma, ha evitato con grande abilità di irritare suscettibilità. La diplomazia ha preferito il cammino della prudenza e della ragione.

Papa Francesco ha ceduto ogni protagonismo al presidente colombiano, Juan Manuel Santos, al rappresentante delle Farc, Timoleón Jiménez, e, in particolare, al presidente cubano, Raúl Castro.
La presenza del Pontefice avrebbe condannato tutti a un ruolo secondario. Questo non era l’obiettivo. La diplomazia vaticana, agendo con prudenza e umiltà, ha permesso al presidente Raúl Castro di proporsi come mediatore di pace.

Non è cosa da poco, tenuto conto che negli Stati Uniti frange ultra-conservatrici e movimenti radicali dell’esilio cubano fanno “lobby” per evitare il “deshielo” e rendere assai più difficile il cammino alla normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi, dopo decenni di incomprensioni e di un lungo e inutile embargo economico.

In questo contesto, la decisione del presidente Nicolás Maduro di chiudere parte della frontiera che comunica con la vicina Colombia continua ad alimentare una ridda di speculazioni; speculazioni affidate più che alle reti sociali al semplice passaparola. Questa, a volte, è più efficace di qualunque altro mass-media: dalla televisione alla radio, dalla carta stampata alle nuove tecnologie.

Il “deshielo”, la cui trama è stata imbastita con paziente prudenza dal Vaticano, ha colto di sorpresa il governo del presidente Nicolás Maduro. Mentre la diplomazia seria e ponderata costruiva ponti tra Cuba e Stati Uniti, quella becera e incontinente del “microfono” creava rotture: mentre Raúl Castro si prodigava per inaugurare una nuova stagione nelle relazioni con il vicino del nord, il presidente Maduro, con un linguaggio in disuso e anacronistico, accusava l’imperialismo e il governo del presidente Obama, quale lupo feroce, di essere all’origine della crisi economica e di alimentare una presunta “cospirazione economica”.

L’accordo tra il governo colombiano e le Farc, al contrario, non pare aver sorpreso il governo del presidente Maduro. E la chiusura della frontiera, in Stati chiave quali Táchira, Apure e Zulia, è oggi, agli occhi di alcuni analisti, giustificata più che da ragioni elettorali o economiche dalla necessità di creare uno spazio di relativa libertà alle Farc.

La “Operación de Liberación del Pueblo” e la deportazione di cittadini colombiani, all’origine di un esodo biblico mai visto nella storia del Paese, sarebbero state una facciata per garantire sicurezza ad accampamenti della guerriglia fondata da Pedro Antonio Marín – noto con i soprannomi di Manuel Marulanda e Tirofijo – nel lontano 1964. Speculazioni, chiacchiericci, pettegolezzi o considerazioni dettate dalla logica del momento? Bisognerà attendere per sapere la verità. Per il momento, l’unica cosa certa è il tam-tam insistente, un mix tra fantapolitica, immaginazione, fantasticheria e realtà.

Alla ribalta, da comparsa ad attore principale.

Comunque sia, la crisi economica, che aveva ceduto spazio al protagonismo della politica, torna con prepotenza a reclamare il suo spazio. Il governo del presidente Maduro, con l’approssimarsi delle elezioni parlamentari del 6 dicembre, ha iniziato l’importazione di grandi quantità di prodotti. E’ di questi giorni la notizia dell’arrivo di navi cariche di pezzi di ricambio, batterie per veicoli, gomme per gli autobus destinati al trasporto pubblico. Si spera, così, di recuperare gran parte della flotta di vetture oggi ferme per mancanza di pezzi di ricambio.

Sempre di questi giorni, poi, è l’annuncio dell’arrivo ai porti di Maracaibo, Guanta e Puerto Cabello di navi cariche d’ogni ben di Dio: dall’olio al latte in polvere, dal riso al burro, dal pollo alla carne di vitello. E sempre nei porti di Maracaibo, Guanta e Puerto Cabello sarebbero attese circa 15 mila vetture che verrebbero ad arricchire la flotta di taxi esistente nel Paese.

Urgenze, necessità. Nel paese, oggi, manca di tutto. E l’importazione di prodotti, sebbene allenterà le pressioni, non riuscirà a sopperire ai più svariati bisogni. Soprattutto, non potrà colmare il “gap” creatosi nell’ambito della salute: dalla mancanza di semplici anticoncettivi o preservativi, oggi dolor di testa delle coppie più giovani, ai reattivi per esami di laboratorio moderni, sofisticati e sempre più indispensabili per assicurare la qualità di vita o, addirittura, la sopravvivenza dei malati cronici in Venezuela.

Informazione e libertà di espressione. La professione del giornalista, in Venezuela, è sempre stata difficile, complessa, delicata. Ma mai come nell’ultimo decennio. Ne sono riprova le pressioni alle quali sono sottoposti i giornalisti di “El Nacional”, di “Tal Cual” e di qualunque “mass-media”, non ultima la nostra “Voce” come denunciato in un nostro editoriale, e chiunque si sforzi di offrire una informazione non obiettiva, poiché l’informazione non sarà mai estranea alla formazione culturale, politica ed economica di chi scrive, ma profondamente onesta e nel limite del possibile, visto l’ermetismo delle fonti ufficiali d’informazione, verace ed equilibrata.

Pressioni, minacce indirette, coercizione. Un clima che invita alla prudenza; troppe volte, all’autocensura. Il comunicato della direzione dell’Ufficio di “Responsabilidad Social”, presieduto dal direttore di Conatel, è esempio di quanto dia fastidio l’informazione libera e a quali pressioni sia sottoposto chi, con profondo rispetto per la professione e sé stesso, non si assoggetta.

Le espressioni con le quali si apostrofa il collega César Miguel Rondón e la tesi che nel suo programma siano stati offesi il presidente della Repubblica, le Forze Armate e le istituzioni del Paese paiono un’esagerazione. Esagerazione probabilmente indotta dal clima politico e dalla radicalizzazione delle passioni che vive il Paese.

In politica, oggi, non esistono grigi. Tutto è bianco o nero. O si è “chavista” e filo-governativo o si è “antichavista” e dell’Opposizione.

Thomas Jefferson in uno dei suoi discorsi disse che “tra Stato senza giornali e dei giornali senza Stato” preferiva senza dubbio “dei giornali senza Stato” e in un’opportunità, nel sottolineare l’importanza della funzione dell’informazione senza bavaglio, disse che la libertà dei cittadini “dipende dalla libertà di stampa ed essa non può essere limitata senza che vada perduta la prima”. Principi che ispirano i paesi realmente democratici e liberi. Il contrario è oscurantismo, repressione, dittatura.

(Mauro Bafile/Voce)

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