La tutela previdenziale degli emigranti va garantita

Pubblicato il 30 settembre 2015 da redazione

Una coppia di anziani chiacchiera in un parco in una foto d'archivio. FRANCO SILVI/ANSA/i50

Una coppia di anziani chiacchiera in un parco in una foto d’archivio. FRANCO SILVI/ANSA/i50

La conferenza stampa del Presidente Tito Boeri sul rapporto dell’INPS sulle prestazioni previdenziali e assistenziali erogate a favore di pensionati che per diverse ragioni risiedono o si spostano all’estero fornisce molti dati e qualche spunto di riflessione.

Questa operazione, tuttavia, non può prescindere dalla considerazione che in un campo così delicato, che investe la condizione di persone che dopo una vita di lavoro hanno il diritto di sostenersi con il frutto del loro impegno o di affidarsi alla solidarietà della società alla quale sono legati, è necessario tenere presente che i numeri rispecchiano persone e situazioni reali.

Per questo non nascondiamo una qualche sorpresa sul fatto che l’incontro voluto dall’INPS sulle pensioni all’estero, pur ricco di dati e di riferimenti, si sia concentrato nelle versioni date dalla stampa nazionale sul fatto che l’Italia, concedendo l’integrazione al minimo e le maggiorazioni sociali a stranieri o italiani che risiedono o si spostano all’estero, si permetta un lusso inopportuno.

Per evitare campagne demagogiche e aggressioni polemiche è necessario riportare le cose alle loro dimensioni reali.

Gli stranieri che per decenni sono stati in Italia e vi hanno lavorato, spesso in condizioni di sottosalario o addirittura in nero, compromettendo così senza loro colpa il loro futuro previdenziale, se decidono di tornare nell’ultima fase della loro esistenza nei luoghi d’origine non fanno altro che quello che milioni di italiani hanno fatto nella loro vicenda emigratoria e se non possono maturare il diritto ad una prestazione italiana, il nostro Stato dovrebbe almeno restituire loro – come accadeva una volta prima della legge Bossi-Fini – i contributi versati.

Inoltre è vero che negli ultimi anni migliaia di pensionati italiani si sono trasferiti all’estero, spesso in Paesi dove il costo della vita è più accessibile, ma questo è dovuto al fatto che molti si sono trovati e si trovano nella condizione di non riuscire a mantenere il loro abituale tenore di vita con le pensioni che riscuotono.

Dal 2003 al 2014 sono un totale di 37.000 persone. Fenomeno assolutamente irrisorio sia dal punto di vista numerico che dal punto di vista economico. Perché enfatizzarlo così tanto? D’altronde l’Inps già paga oltre 400.000 pensioni all’estero, destinate a diminuire progressivamente per ragioni fisiologiche e non ad aumentare.

Francamente discutibile ci sembra poi l’affermazione che queste persone pagano le tasse dirette e indirette non in Italia, ma nei loro paesi di residenza perché questo accade solo per quei paesi con i quali vi sono accordi bilaterali di sicurezza sociale e finalizzati ad evitare una doppia tassazione.

Quale sarebbe la soluzione, quella di smantellare la rete degli accordi bilaterali che l’Italia ha costruito nel tempo e rinchiudersi nei confini nazionali proprio mentre la globalizzazione sta accentuando in modo inverosimile la mobilità dei capitali, delle attività produttive e commerciali, delle professioni e del lavoro?

Non ha detto lo stesso Presidente Boeri – e qui ha mille ragioni – che il saldo previdenziale tra le migrazioni in entrata e quelle in uscita è largamente positivo e che tenderà ad aumentare nei prossimi anni? Anche qui, quale sarebbe la soluzione, lucrare sui contributi versati dai lavoratori stranieri e non restituiti e negare allo stesso tempo i diritti di chi è cittadino italiano e ha lavorato nel nostro paese dando un contributo non da poco alla sua vita economica e sociale?

Oltretutto, le cifre che s’intravedono dietro i cambiamenti ipotizzati dal Presidente Boeri sono così limitate rispetto ai problemi reali dell’INPS che ci sembra veramente inopportuno e poco producente pensare ad un recupero di risorse partendo dagli ultimi, da chi ha più bisogno e spesso ha meno ricevuto nel corso della sua esistenza.

Come è comunque noto l’integrazione al minimo già è stata resa inesportabile nei Paesi dell’Unione europea e dal 1995 è stata vincolata alla presenza di almeno 10 anni di contributi effettivi accreditati in Italia per chi risiede nei Paesi extra-UE (resa quindi anche in questi casi praticamente inesportabile).

Non vogliamo credere perciò che l’INPS voglia revocare le pensioni al minimo attualmente cristallizzate nei Paesi extra-UE scippando così dei diritti acquisiti. Diversa potrebbe essere una riflessione sull’esportabilità delle maggiorazioni sociali che tuttavia, non dimentichiamolo, rappresentano spesso l’unico mezzo di sostentamento per migliaia di nostri connazionali che vivono in Paesi devastati dalla crisi economica e sociale.

Ci auguriamo, dunque, che le questioni reali del nostro sistema previdenziale e assistenziale tornino al centro della discussione e non si mettano in discussione diritti legittimamente acquisiti.

I deputati del PD Estero: Farina, Fedi, Garavini, La Marca, Porta, Tacconi

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