Venezuela: Tornano protagoniste politica ed economia

Pubblicato il 05 ottobre 2015 da redazione

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Di nuovo in primo piano. Politica ed economia, nelle scorse settimane, avevano ceduto protagonismo alle tensioni con la vicina Colombia, accusata d’inerzia e inettitudine di fronte al dilagare della piaga del contrabbando nella frontiera, alle azioni delinquenziali dei “paramilitari” e al proliferare degli uffici di cambio illegale nella vicina Cucuta; anche alla polemica con Guyana, alla quale si rimprovera d’aver concesso a multinazionali petrolifere e aurifere permessi di sfruttamento nella regione dell’Esequibo, territorio ricco in materie prime sul quale il Venezuela reclama la propria sovranità; e per ultimo al viaggio del presidente della Repubblica, Nicolás Maduro a New York, in occasione della “70ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite”.

In quell’assise, in una sala inusualmente sgombra da rendere impossibile anche ai fotografi di Miraflores l’angolo per uno scatto che celasse la scarsa presenza di osservatori, il Capo di Stato venezuelano, ha chiesto alle nazioni industrializzate l’applicazione di un nuovo modello economico, nonostante che in Venezuela la crisi dilaghi, i venezuelani siano sempre più poveri e ai giovani sia negata la prospettiva di un futuro migliore.

Le parlamentari del 6 dicembre tornano ad essere il “leit-motive” del dibattito politico. E, con esse, anche le dichiarazioni bizzarre di alcuni candidati in cerca di notorietà. Tale è il caso, ad esempio, del Governatore dello Stato Bolìvar, Francisco Rangel Gòmez, che, nel corso del suo programma radio, ha rimproverato i cittadini per le critiche alla mancanza di prodotti nei supermarket e per l’insofferenza mostrata durante le lunghe file davanti alle porte dei generi alimentari.

Carenza e irritazione che, ritiene, siano il prodotto della presunta “guerra economica”, mentre con tono velatamente intimidatorio, ha affermato, che il “chavista” è “capace di mangiare due pietre fritte” e non lo “piega niente e nessuno”.

Le stravaganti dichiarazioni di alcuni leader, o presunti tali, sono parte di una campagna elettorale che prosegue senza esclusione di colpi. Quella tra Governo e Opposizione è una partita a scacchi; una guerra di trincea che vincerà solo chi avrà più pazienza.

La politica, oggi, si muove lungo una linea delicata, ogni movimento è il risultato di calcoli strategici.

Botta e risposta. Piccole scaramucce. Si avanza verso il 6 dicembre con nervosismo, inquietudine e tensione. La prestigiosa rivista inglese, “The Economist” nell’ultima edizione ha dedicato un lungo articolo al Venezuela dal titolo: “The Muddled, yet united”. Nella sua analisi, l’articolista dell’Economist, rileva come la “Mesa de la Unidad Democratica” ancora oggi conserva la migliore opzione di trionfo.

Ed evidenzia, tra l’altro, come la Mud, nonostante le numerose difficoltà che quotidianamente deve superare e le prove difficili alle quali è chiamata a far fronte ogni giorno, riesca a mantenersi unita.

Alle gelosie, alle trame interne, alla lotta per il potere devono sommarsi i trabocchetti posti dal Governo e gli “escamotage” a volte celati da provvedimenti che non mostrano l’inganno. Cavalli di Troia. Così, i provvedimenti del presidente Maduro – leggasi deportazione di cittadini colombiani e chiusura della frontiera con dichiarazione dello Stato di emergenza in alcuni Comuni limitrofi con la Colombia -, dopo la sorpresa e incredulità iniziale, sono oggetto di analisi più attenti.

E allora emergono particolari che, lo stupore iniziale si era incaricato di nascondere. Ad esempio, i candidati dell’Opposizione, nei circuiti elettorali interessati dallo Stato d’Emergenza decretato dal presidente Maduro – comuni che sono poi quelli in cui l’Opposizione ha più possibilità di trionfo o il Psuv è assai debole -, non possono organizzare manifestazioni di piazza senza violare la normativa stabilita dal decreto dello Stato d’emergenza: la proibizione di riunione. I candidati filogovernativi, dal canto loro, partecipano ai cortei e alle manifestazioni ufficiali organizzate a sostegno delle decisioni del presidente Maduro.

Alle scaramucce politiche, poi, si somma la realtà economica. Questa è sempre più preoccupante. Il presidente Maduro insiste sulla necessità di una “Cumbre dell’Opec” orientata a rivedere le quote di produzione in modo tale da rilanciare i prezzi del greggio.

Ha buone ragioni per una tale richiesta. L’economia venezuelana riposa, in un 95 per cento, sugli introiti frutto dell’esportazione petrolifera. La radicalizzazione dei controlli, sia nei prezzi sia nel tasso di cambio, non rappresenta uno stimolo agli investimenti privati.

Ancor meno lo sono le minacce latenti di espropri e il mancato pagamento dei debiti che il governo mantiene con i privati. Il tentativo di sostituire la produzione privata con la pubblica non ha ottenuto i risultati sperati. E l’incremento delle importazioni non ha fatto altro che aggravare la situazione.

Il Paese, il prossimo anno è condannato ad assumere le responsabilità che, per comprensibili motivi di convenienza politica ed elettorale oggi il governo non prende. Per questo il presidente Maduro ha bisogno urgente di rilanciare il prezzo del greggio.

La strategia del Presidente Maduro si scontra con la guerra tra sceicchi e cowboys. E’ in gioco la spartizione del mercato petrolifero. E lo scontro potrebbe essere anche acerrimo nei prossimi mesi. I produttori arabi, per non cedere quote di mercato a quelli americani dello Shale-oil, hanno preferito inondare il mercato di greggio e provocare la “caduta libera” del prezzo del barile di petrolio.

Il collasso americano non c’è stato. E forse non avverrà. Almeno non nei termini previsti dagli Emirati Arabi, ma neanche c’è stata la crepa nell’Opec, nonostante l’intransigenza di Riad. Anche i paesi come il Venezuela, che hanno bisogno di un barile di greggio vicino ai 100 dollari per far quadrare il bilancio, alla fine si son dovuti piegare alla strategia araba.

Sul piatto della bilancia, poi, pesa l’ingresso nel mercato del petrolio libico, che lentamente sta tornando ai ritmi di una volta, e del greggio dell’Iran. Il petrolio, il prossimo anno, potrebbe oscillare tra i 65 e 75 dollari il barile. Un prezzo, questo, che non dovrebbe permettere alle aziende del fracking di inondare il mercato. G

li esperti stimano che queste, per chiudere in pareggio i propri conti, dovrebbero vendere il barile ad almeno 80 dollari. Oggi, pur senza entrare in crisi profonda come era nella speranza dell’Arabia Saudita, le aziende del fracking si sono viste obbligate a ridurre la propria attività e, soprattutto, la perforazione di nuovi pozzi.

Il panorama che si presenta al presidente Maduro, in questi mesi che restano per concludere l’anno, è assai grigio. All’orizzonte vi è aria di tempesta; tempesta che potrebbe trasformarsi in uragano il prossimo anno. Nel frattempo, tutti gli sguardi sono rivolti alle elezioni del 6 dicembre.

L’opposizione, come accaduto già in passato, teme un nuovo colpo di reni del governo. Insomma, in un provvedimento a sorpresa di grande effetto propagandistico. Lo fu l’annuncio della creazione della “Misión Barrio adentro”, che determinò il trionfo del presidente Chávez nel “referendum revocatorio”; e quello del “dakazo”, che permise al presidente Maduro di riaffermarsi alla presidenza del Paese.

Che cosa accadrà, ora?

(Mauro Bafile/Voce)

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