Nobel per la Pace alla democrazia tunisina

Pubblicato il 09 ottobre 2015 da redazione

A young boy holds a scarf with Arabic inscription reading Tunisia during a demonstration against the visit of Tunisian President Moncef Marzouki on the second anniversary of the Tunisian revolution, in Sidi Bouzid, south Tunisia, 17 December 2012.  ANSA/STR

A young boy holds a scarf with Arabic inscription reading Tunisia during a demonstration against the visit of Tunisian President Moncef Marzouki on the second anniversary of the Tunisian revolution, in Sidi Bouzid, south Tunisia, 17 December 2012. ANSA/STR

ROMA. – “Per il suo contributo decisivo alla costruzione di una democrazia pluralista in Tunisia dopo la ‘rivoluzione dei gelsomini’ del 2011”. E’ una delle motivazioni con le quali a Oslo il comitato norvegese ha attribuito il Nobel per la Pace al Quartetto per il dialogo nazionale tunisino, un insieme di organizzazioni creato nell’estate del 2013, “quando il processo di democratizzazione era sul punto di crollare sotto il peso di assassinii politici e di violenti disordini”.

Un premio all’unico Paese che è riuscito a uscire dalle “primavere arabe” senza dar vita a nuove dittature e senza precipitare nell’integralismo islamico jihadista; un incentivo a resistere e a non cedere alle derive estremiste comunque presenti nel Paese; un aperto “invito” a una ventina di Paesi arabi a guardarsi allo specchio e a meditare sulle loro modalità politiche, totalitarie o semi-dittatoriali che siano. E forse, anche, un impegno a “supportare” la Tunisia su una via di legalità e di rispetto dei diritti umani e politici, aiutando il presidente Beji Caid Essebsi e i suoi collaboratori a portare avanti la loro rivoluzionaria opera di stabilizzazione nell’area.

Le quattro organizzazioni della società civile premiate con il Nobel per la Pace 2015 raggruppano sindacalisti (Ugtt), imprenditori e industriali (Utica), attivisti per i diritti umani (Ltdh e Inoa), avvocati. Il Quartetto, continua la motivazione, “è riuscito a creare un processo politico pacifico in un momento in cui la Tunisia era sull’orlo della guerra civile. E così ha messo il Paese nelle condizioni di dar vita a una Costituzione e a un sistema di governo che può garantire i diritti fondamentali a tutto il popolo tunisino, indipendentemente dal genere, dal credo politico o dalla fede”.

Il premio Nobel per la pace, precisa il comitato, “è stato assegnato al Quartetto in quanto tale e non alle singole organizzazioni”. Perché tutte sono impegnate (e nessuna potrà essere esclusa se non pagando un altissimo prezzo) nel portare avanti l’opera che, a cominciare dal 2013, ha sottratto al caos il piccolo Paese che si affaccia sul Mediterraneo, a due passi dall’Italia. Dove la situazione non è comunque idilliaca.

La Tunisia sta oggi affrontando gravi difficoltà: crescita economica zero, disoccupazione di massa, alcune migliaia di giovani partiti per combattere con i jihadisti dell’Isis in Siria e in Iraq, il terrorismo interno che in marzo ha ucciso 22 turisti nel museo del Bardo della capitale e in giugno 38 bagnanti sulla spiaggia di Sousse.

Le belle parole, le visite di circostanza, i discorsi appassionati – è il messaggio arrivato da Oslo – non bastano. Le democrazie del mondo devono impegnarsi in modo concreto per supportare Tunisi e far sì che tutte le speranze diventino realtà. E di parole in quest’occasione ne sono arrivate tante.

Da organizzazioni mondiali come l’Onu, l’Unione europea e l’Unesco, da capitali estere come Roma, Parigi, Londra, Berlino, Washington, Copenaghen. Per tutti, l’ex presidente polacco e premio Nobel per la pace nel 1983, Lech Walesa: il comitato di Oslo, ha detto, “ha fatto la cosa giusta”.

(Rossella Benevenia/Ansa)

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