Londra s’inchina a Xi Jinping. Bandiere rosse a Buckingham Palace

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LONDRA. – Le bandiere rosse sventolano lungo il Mall, accanto ai vessilli con l’Union Jack, fino a Buckingham Palace. Simbolo visibile del tappeto di velluto che la Gran Bretagna ha steso da ieri, e per quattro giorni, ai piedi del presidente cinese Xi Jinping: leader di una potenza, ormai a un tempo comunista e capitalista, ricevuto con tutti gli onori all’insegna di una nuova stagione di affari miliardari che non manca di suscitare qualche critica e qualche riserva. Soprattutto da parte del grande fratello americano.

Ospite a palazzo della regina – con l’appariscente moglie Peng Liyuan – Xi si è fatto precedere da una nota trionfale in cui già si annuncia la nascita di “un periodo d’oro” nelle relazioni con Londra. E in effetti i contratti e gli investimenti in ballo (inclusi settori strategici come il nucleare civile) sono potenzialmente da capogiro: si parla di un flusso di denaro cinese verso l’isola in grado di toccare i 100 miliardi di sterline in 10 anni.

Ma sull’altro piatto della bilancia pesano le accuse al governo Cameron – che ha arruolato di recente fra i suoi consulenti pure Jack Ma, il ‘Bill Gates cinese’ – di condiscendenza sul fronte dei diritti umani e i timori legati a una scelta geopolitica non troppo gradita a Washington in una fase di fibrillazione nei rapporti sino-americani: tanto sul terreno dell’economia, quanto su quello delle rivendicazioni territoriali di Pechino nel Pacifico (ricordate oggi stesso senza imbarazzi dall’entourage di Xi).

Secondo il Financial Times, “fonti diplomatiche occidentali” esprimono apertamente un certo malumore dinanzi al giro di valzer che il Regno Unito sembra pronto a concedere al dragone rosso. Mentre all’interno, il nuovo leader dell’opposizione laburista, Jeremy Corbyn, denuncia il silenzio di Downing Street sugli aspetti più repressivi del regime cinese e fa sapere d’essere deciso a sollevare lui il tema, se necessario, nel grande banchetto offerto a palazzo da Elisabetta II in onore dell’ospite d’Oriente.

Come se non bastasse, anche il principe William fa sentire la sua voce, tornando a parlare del traffico di avorio verso la Cina, in difesa di rinoceronti ed elefanti. Ad evitare che le polemiche possano guastare la festa, il premier David Cameron si è premurato di assicurare per bocca di una portavoce – con un vago riferimento ai “diritti umani” – che con Xi si discuterà “di tutto”: con “reciproco rispetto”, come usa tra amici.

Poi, alla Camera dei Comuni, ha citato in forma esplicita la questione del ‘dumping cinese’, che secondo molti incide sulla crisi mortale delle acciaierie britanniche, e quella del cyber-spionaggio, tanto temuto dalla Casa Bianca.

Intanto gli stessi servizi segreti britannici, stando al Times, pongono qualche problema di sicurezza nazionale rispetto alle prospettive di cooperazione nucleare con Pechino, a partire dall’annunciato progetto da 2,75 miliardi di sterline iniziali – con la partecipazione di due società cinesi – per lo sviluppo della centrale di Hinkley Point, nel sud dell’Inghilterra.

Gli investimenti del gigante asiatico, tuttavia, e malgrado il rallentamento della crescita in Cina, fanno gola in modo irresistibile a un’economia come quella britannica: in discreta salute, squilibri sociali a parte, ma fortemente condizionata dalla finanza e dall’afflusso di capitali dall’estero.

Non è un caso che la visita di Xi Jinping – al quale si spalancano ora persino le porte di Westminster, per un inedito intervento dinanzi alle Camere riunite – sia stata preceduta da un missione operativa a Pechino di una delegazione di businessmen del regno capitanata dal ministro del Tesoro di Cameron, il cancelliere dello Scacchiere George Osborne, e incaricata di metter le carte in tavola.

In un clima in cui i diritti umani (“un’interferenza” da lasciare sullo sfondo, nelle parole dell’ambasciatore di Sua Maestà a Pechino) appaiono al massimo un dettaglio.

(di Alessandro Logroscino/Ansa)