Carson-Trump, l’antipolitica s’impone. Via libera alla leadership di Clinton

Pubblicato il 28 ottobre 2015 da redazione

 Democratic 2016 presidential candidate and former US Secretary of State Hillary Clinton shakes hands with supporters after delivering a speech on economic policy at the New York University Leonard N. Stern School of Business in New York, New York, USA, 24 July 2015. Clinton discussed raising the capital-gains tax rate and corporate earnings.  EPA/JUSTIN LANE

Democratic 2016 presidential candidate and former US Secretary of State Hillary Clinton shakes hands with supporters after delivering a speech on economic policy at the New York University Leonard N. Stern School of Business in New York, New York, USA, 24 July 2015. Clinton discussed raising the capital-gains tax rate and corporate earnings. EPA/JUSTIN LANE

Da outsider a favorito. Ora la sua candidatura fa paura. Era considerata all’inizio una bolla di sapone. E, come tale, si pensava fosse condannata a svanire nel nulla dopo una rapida ascesa nei consensi dell’elettorato. Ora, però, si presenta come una solida realtà. Ha rotto argini e condannato al ruolo di gregari tutti gli altri “competitors ”.

Anche quelli, fino a ieri, forti candidati alle primarie. Di Donald Trump, il magnate del mattone, piacciono la sincerità, la chiarezza, l’espressività. Incarna l’antipolitica, in gran voga di questi tempi un po’ ovunque.

Non c’è dubbio. E’ stata un’estate politica estremamente calda. Caratterizzata, nell’ambito internazionale, da avvenimenti– leggasi riapertura dell’ambasciata americana a Cuba, accordo sul nucleare con Iran, solo per nominarne alcuni – destinati a far storia. E, in quello interno, dal fenomeno politico chiamato “Trump”.

Un fenomeno che irrompe nella scena politica americana con la forza di uno tsunami. Spregiudicatezza, disinvoltura, aggressività. Donald Trump ha costretto i suoi avversari a giocare in difesa. Messi all’angolo, oggi, risentono dei colpi inferti senza batter ciglio dal “magnate del mattone”.

Trump interpreta i sentimenti della corrente più conservatrice e radicale dei Repubblicani. Con i suoi costanti attacchi all’emigrazione latinoamericana, sollecita il nazionalismo gretto di settori che hanno, nei ”Tea Party” la loro massima espressione.

Fino ad oggi Donald Trump è stato il “domino” tra i candidati repubblicani. Anche se nella corsa alla Casa Bianca, per la prima volta da quando è iniziata la campagna elettorale in vista delle primarie repubblicane, non è più in vetta nei sondaggi, rappresenta il candidato con maggiori possibilità di trionfo.

A superare il “magnate del mattone” nei sondaggi a livello nazionale è stato l’ex neurochirurgo afroamericano Ben Carson. Ma bisognerà attendere i risultati del dibattito televisivo tra i candidati repubblicani. Il sorpasso del neurochirurgo era nell’aria.

Molti sondaggi lo davano in testa in Stati chiave come lo Iowa. E’ da qui che partiranno le primarie a febbraio. Trump, fino ad oggi, è sempre riuscito a imporsi nei dibattiti e nell’opinione pubblica. Nonostante le tante gaffe. Ultima infelice battuta è stata quella in cui ha sostenuto che il burqa serva alle donne per evitare di truccarsi.

L’elettorato ammira (e, perché no, invidia) in Trump anche il suo successo. Ed è questo uno strano fenomeno. Infatti, come si ricorderà, Mitt Romney, candidato nel 2012, non riuscì a scrollarsi di dosso lo stigma del milionario. E, come tale, l’immagine del candidato lontano anni luce dalla gente di strada. Fu questo uno degli elementi che ne frenarono la corsa alla Casa Bianca.

Se l’opinione pubblica, espressa dai sondaggi, mostra la fotografia di un elettorato propenso a definirsi a favore di Trump; una grossa fetta d’intellettuali di destra ha già manifestato la speranza che, alla fine, sarà capace di non farsi ingannare dal “canto delle sirene”. Ma non pare, questo, un argomento valido. L’antipolitica, oggi, pare farsi spazio nella scena politica in quasi tutti i Paesi. Beppe Grillo, Alexis Tsipras, Pablo Iglesias, Jimmy Morales sono i migliori esempi.

Confusione, perplessità, stupore. Carson e Trump, senza alcuna connessione diretta col partito repubblicano, hanno costretto i “candidati della politica” a inseguirli, a ballare al loro ritmo, a chiedersi cos’è che non va. Bush, Cruz, Rubio e tutti gli altri sono in grosso affanno. Insomma, gli outsider hanno sparigliato le carte in tavola.

Dopo la coppia Carson-Trump (rispettivamente 26 per cento e 22 per cento negli ultimi sondaggi), gli altri candidati. Ma tra i primi due e il resto degli aspiranti vi è un abisso. Al terzo posto, Marco Rubio, il senatore latinoamericano della Florida, con l’8 per cento delle preferenze. Meglio di Joe Bush e di Carly Fiorina, ambedue col 7 per cento. Quindi, col 4 per cento delle preferenze nei sondaggi, Ted Cruz, esponente dei Tea Party; Rand Paul, senatore del Kentucky, e Mike Huckabee, ex governatore dell’Arkansas.

Sorpresa, stupore. La candidatura di Joe Bush non decolla. Il candidato con più fondi di tutti per affrontare la campagna elettorale è appena a un 7 per cento nei sondaggi. Dietro a Trump, dal quale lo separa un abisso, ma anche dietro a Marco Rubio. In campo, per aiutare la sua candidatura, è sceso il fratello, George W. Bush, che lo ha definito “un candidato forte, un ponte con gli elettori latini, un politico che sa come gestire un’amministrazione”.

Tornando a Trump, questi si è detto subito sorpreso dai sondaggi che mostrano il sorpasso di Carson.
– Alcuni sondaggi – ha affermato polemico durante un’intervista a Msnbc – proprio non li capisco.

Il panorama è meno complicato tra i democratici. Causa ed effetto. La decisione di Joe Biden di non partecipare alla corsa alla Casa Bianca ha messo le ali alla candidatura di Hillary Clinton.

Clinton, così, può tirare un sospiro di sollievo. La presenza di Biden nella rosa dei candidati avrebbe senz’altro insidiato la sua leadership nella corsa alle primarie. Biden sicuramente si sarebbe presentato come l’erede naturale di Barack Obama. Biden e il “socialista” Bernie Sanders avrebbero potuto erodere consensi.

Ma l’attuale vice-Presidente, vista l’ultima performance dell’ex First lady nel dibattito televisivo, ha considerato di non avere le forze, dopo il grosso dolore per la perdita recente del figlio, di assumere la responsabilità di una campagna elettorale che richiede tanto impegno e concentrazione.

Dopo il dibattito, in cui il senatore “rosso”, Bernie Sanders, è uscito a testa alta, ma non all’altezza della grinta di Clinton, e la decisione di Biden, la candidatura dell’ex responsabile del Dipartimento di Stato pare volare. Il potenziale bacino elettorale di Biden, ora, si rivolgerà a Hillary o resterà con Hillary. Difficilmente si sposterà verso Sanders.

Se Hillary Clinton continuerà con quest’andamento e non commetterà errori grossolani, la candidatura democratica sarà sua. Certo, potrebbero esserci sorprese. Specialmente se la candidata democratica dovesse fare una brutta scivolata nelle prossime audizioni sull’attentato di Bengasi. Ma non pare questa una probabilità certa.

Sanders, stando ai sondaggi, è avanti nei primi due Stati in cui si voterà. Ovvero, nello Iowa e nel New Hampshire. Ma nonostante l’effetto psicologico che un risultato avverso a Clinton potrebbe avere nell’elettorato, in pochi pensano che il candidato “rosso” possa insidiare la candidatura dell’ex First Lady nel resto del Paese. L’unica capace di affondare Clinton, a questo punto, è solo la stessa Clinton. La sua corsa a Philadelphia, quindi, pare ormai sgombra.

Trump e Hillary, se appunto Carson e Senders non metteranno i bastoni tra le ruote. Questi dovrebbero essere i candidati, repubblicano il primo e democratico il secondo, a contendersi la Casa Bianca. C’è ancora tanta strada da percorrere ma, se è vero che il buongiorno si vede dal mattino…

Una cosa, però, è certa, a prescindere dai candidati, questa sarà una campagna elettorale aggressiva e senza esclusione di colpi.

(Mariza Bafile/Voce)

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