Tobruk, navi da guerra italiane nel nostro mare. La Difesa nega

Pubblicato il 01 novembre 2015 da redazione

(ARCHIVIO) La nave San Giorgio vista della Fregata Espero il 30 aprile 2014 nel mar Mediterraneo. ANSA/GIUSEPPE LAMI

(ARCHIVIO)
La nave San Giorgio vista della Fregata Espero il 30 aprile 2014 nel mar Mediterraneo.
ANSA/GIUSEPPE LAMI

ROMA. – Da Tobruk il governo libico attacca l’Italia, accusata di aver violato le acque territoriali con le sue “navi da guerra”. Roma nega, ma la tensione sale alle stelle anche a Tripoli, dove si è verificata l’ennesima profanazione del cimitero cattolico italiano, condannata come “vile e barbara” dalla Farnesina.

E’ Tobruk ad accendere le polveri di una giornata ad alta tensione: sabato, denuncia in comunicato, “tre navi da guerra italiane sono arrivate nei pressi delle coste di Bengasi, a Daryana”, circa 55 km a est della città, e poi si sono spostate verso Derna.

Il governo libico, espressione dell’unico Parlamento del Paese riconosciuto dalla Comunità internazionale, avverte che “non esiterà a ricorrere a tutti i mezzi che gli consentano di proteggere le sue frontiere e la sua sovranità territoriale”.

La replica del ministero della Difesa è altrettanto netta: “La notizia è falsa”. “Tutte le navi militari italiane presenti nel Mediterraneo operano in acque internazionali rispettando i limiti stabiliti dai trattati”.

In serata Tobruk insiste: fonti libiche spiegano che “la violazione è stata tracciata, e verificata anche dai nostri caccia”, levatisi in volo nella serata di sabato per “monitorare i movimenti delle tre navi” fino a quando, “dopo aver ricevuto un avvertimento, non sono tornate nelle acque internazionali”. I militari arrivano a ipotizzare che “sia stato un tentativo per testare le nostre capacità di difesa”.

A Roma, fonti qualificate smentiscono con forza: “Le navi militari italiane erano a 60-70 miglia dalla costa”, le accuse partite da Tobruk “forse sono un nuovo tentativo per far saltare l’intesa sul nuovo governo da parte di chi non la vuole”.

Il riferimento è duplice: il primo alla nuova convocazione del Parlamento libico, che dovrebbe approvare il governo di unità mediato dall’inviato speciale dell’Onu, Bernardino Leon, mentre secondo altre tesi si limiterà a “nominare un nuovo team negoziale”, anche se lo stesso Leon e il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni nei giorni scorsi hanno ribadito chiaramente che l’intesa sul tavolo “non è più negoziabile”.

Il secondo riferimento è quello alle accuse lanciate contro l’Italia il 26 settembre scorso, questa volta dal presidente del ‘Parlamento’ di Tripoli (il Gnc), non riconosciuto internazionalmente ma al potere de facto nella capitale libica.

In quell’occasione Nuri Abu Sahmain, accusò le “forze speciali italiane” di aver ucciso Salah Al-Maskhout, il presunto capo di una milizia di Zuwara considerato vicino allo stesso Sahmain e indicato dai media libici come il boss degli scafisti nella città portuale dalla quale partono i barconi carichi di disperati diretti in Italia. La stessa città che ha le spiagge intrise del sangue di centinaia di profughi, compresi tanti bambini, naufragati in questi mesi.

C’è poi l’elemento propagandistico da non sottovalutare: sia a Tripoli che a Tobruk, in particolare per bocca del suo ‘falco’, il generale Khalifa Haftar, chi osteggia il governo di unità paventa che esso porterà “ad un intervento militare straniero”.

In queste ore di alta tensione, l’Onu ha intanto ufficializzato chi sarà il successore di Bernardino Leon alla guida di Unsmil: il tedesco Martin Kobler, che ha guidato la Monusco, la missione di peacekeeping nella travagliata e insanguinata Repubblica democratica del Congo.

Il mandato di Leon potrebbe essere esteso oltre la scadenza del 6 novembre. Oppure potrebbe arrivare Kobler, un diplomatico che ha alle sue spalle anche il ruolo di rappresentante speciale in un Paese ancora alla ricerca della pace, l’Iraq, e numero due dell’Onu in Afghanistan.

Chi soffia sul fuoco ha intanto aizzato il sentimento anti-italiano: il cimitero di ‘Hammangi’ a Tripoli è stato di nuovo devastato. La denuncia è arrivata dall’Associazione Italiana Rimpatriati dalla Libia (Airl). Le foto inviate all’Ansa testimoniano lo scempio, “un atto di inciviltà che completa il quadro tragico della Libia”, dice l’Associazione.

(di Claudio Accogli/ANSA)

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