Lega, truffa rimborsi: Bossi contro Maroni e Salvini

Pubblicato il 02 novembre 2015 da redazione

26/02/2013 Milano, via Bellerio sede Lega Nord, conferenza stampa di Roberto Maroni candidato alla presidenza della regione Lombardia con Umberto Bossi e Matteo Salvini

26/02/2013 Milano, via Bellerio sede Lega Nord, conferenza stampa di Roberto Maroni candidato alla presidenza della regione Lombardia con Umberto Bossi e Matteo Salvini

GENOVA. – La telenovela giudiziaria della Lega Nord e della truffa sui rimborsi riserva ancora colpi di scena. E con l’ultimo coup de theatre nel processo sulla truffa ai danni dello Stato per i rimborsi elettorali spesi dal Caroccio per fini non istituzionali, il senatur Umberto Bossi tenta di coinvolgere i segretari che gli sono succeduti alla guida del Carroccio, gli attuali segretario Matteo Salvini e presidente della regione Lombardia Roberto Maroni.

Una disputa giudiziaria che ha immediate ricadute politiche. Pd, Sel e M5s attaccano Salvini, irridono il Carroccio e chiedono chiarezza. “Salvini che sta sempre in Tv ora cosa dice?”, domanda provocatoriamente Arturo Scotto che si chiede anche che “fine hanno fatto tutti quei soldi” e “perchè non li restituisce”.

Il segretario federale della Lega risponde a muso duro minacciando querele: “Chi mette in dubbio la mia onestà, la mia trasparenza e la mia correttezza ne risponderà ai cittadini e in tribunale”.

A puntare il dito contro Salvini e Maroni è il padre del partito, Umberto Bossi. Nel processo che si celebra a Genova, tramite il suo legale Matteo Brigandì, il senatur ha depositato nuovi documenti: l’Avvocatura dello Stato ha chiesto alla Lega di restituire 59 milioni di euro, 19 in più rispetto a quelli contestati dalla procura.

Quei soldi sarebbero stati dati a Maroni prima e a Salvini, secondo la difesa del senatur, dopo la cacciata di Bossi (avvenuta dell’aprile 2012), e spesi dal partito. In pratica, sostiene Brigandì, se truffa allo Stato ci fu, ne hanno ‘beneficiato’ anche i segretari successivi.

Non solo. Brigandì spiega di avere scritto alcune lettere a Salvini nelle quali sosteneva che Bossi aveva lasciato un bilancio in attivo di 41 milioni di euro. “Quei soldi – scrive il legale – sono da te indicati come corpo di reato della truffa. Per questo ti diffido dallo spenderli”.

All’udienza sono state ammesse come parti civili la Camera e il Senato, e anche un privato cittadino tesserato del partito che ha chiesto di essere risarcito per il danno patito. I difensori hanno sollevato una eccezione di competenza territoriale sostenendo che il processo non debba essere celebrato in Liguria ma a Roma, sede dove si sarebbe consumata la truffa.

L’inchiesta vede coinvolti oltre a Bossi anche Francesco Belsito, ex tesoriere e amministratore del Carroccio, i tre ex membri del comitato di controllo dei bilanci Stefano Aldovisi, Diego Sanavio e Antonio Turci, e gli imprenditori Paolo Scala e Stefano Bonet.

I primi cinque sono accusati di truffa ai danni dello Stato poiché chiesero e ottennero dal Parlamento 40 milioni di euro che avrebbero usato per scopi personali. Scala e Bonet sono accusati insieme a Belsito di riciclaggio, perché avrebbero collaborato al trasferimento oltreconfine di parte dei soldi ottenuti. Al solo Belsito viene contestata l’appropriazione indebita.

L’udienza è stata rinviata al prossimo 30 novembre.

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