Venezuela: 6D, sarà il trionfo dell’Opposizione?

Pubblicato il 02 novembre 2015 da redazione

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Contraddizioni, molto più che semplici contraddizioni. Avanti e indietro, come onda in una spiaggia. Il discorso politico del presidente della Repubblica, Nicolás Maduro, degli ultimi giorni, ha lasciato un clima di grande incertezza. Si prospetta un cammino lastricato di sorprese, sospetti e dubbi.

Luci delle telecamere e lampeggiare dei flash. Un concitato via-vai di giornalisti. Il Consiglio Nazionale Elettorale, lunedì scorso, è stato in primo piano. Il capo dello Stato vi si è recato per firmare, alla presenza di Tibisay Lucena, Sandra Oblitas, Socorro Hernández e Luis Emilio Rondón, un documento in cui si impegnava a rispettare i risultati delle prossime elezioni, quelle parlamentari del 6 dicembre. Insomma, ha abbracciato la causa della democrazia e dato il primo passo per rassicurare l’elettorato.

– Non è un protocollo – ha affermato il presidente Maduro –. Questa firma non fa parte della strategia di una campagna elettorale. No. E’ – ha sottolineato – un impegno a rispettare la volontà popolare. Chi vince, ha vinto. E chi perde, ha perso.

La firma del documento, e l’invito implicito all’Opposizione a fare altrettanto, non ha contribuito a dissipare i dubbi e a far luce sulle tante ombre che ancora avvolgono le elezioni del 6D. E, infatti, non ci sarebbe nulla da ridire sull’iniziativa del capo dello Stato, anzi sarebbe da applaudire, se non fosse perché il rispetto dei risultati dovrebbe essere intrinseco in ogni processo elettorale.

E’ parte del “gioco democratico”. Nel momento stesso in cui si partecipa, si sa che si può trionfare o perdere. E in ogni caso, il verdetto delle urne, qualunque esso sia, è irremovibile e senza appello, se, come si spera, tutto si è svolto in maniera trasparente.

E poi, la firma di un documento, nel corso di una cerimonia solenne, non rappresenta una garanzia. Troppe volte si è assistito in passato a impegni presi con giuramenti solenni e poi non rispettati

Dopo appena pochi giorni dalla firma, il capo dello Stato è tornato a far notizia. Ma, in quest’occasione, per dichiarazioni in aperta contraddizione con la filosofia intrinseca nel documento sottoscritto nel solenne scenario del CNE. In uno dei suoi interventi, ha sottolineato che nel caso ipotetico di un trionfo dell’opposizione il 6 dicembre, “non consegnerà la rivoluzione” e continuerà a governare sostenuto da un’alleanza civico-militare.

Dichiarazioni ambigue, che sono suonate comunque come un campanello d’allarme. Ora l’opinione pubblica è preoccupata. Lo è, in particolare, l’Opposizione. Quanto affermato dal presidente Maduro, a ragione o no, è stato interpretato come una “Dichiarazione di Guerra”, e come l’ammissione di una vocazione autoritaria.

Pesa, in questa campagna elettorale, lo squilibrio informativo. Il “chavismo” e il “madurismo”, con grande abilità, sono riusciti a costruire – complice la debolezza dell’Opposizione fino a ieri impegnata a superare le proprie contraddizioni e a sopravvivere alle lotte interne per il potere -, una vasta rete di mass-media che fungono da cassa di risonanza agli slogan governativi.

I pochi quotidiani e stazioni radio ancora indipendenti hanno ormai una diffusione limitata a causa della mancanza delle materie prime e delle limitazioni tecnologiche. L’Opposizione, quindi, ha poco spazio per far arrivare le sue proposte.
Democrazia è fair-play. E’ essere coscienti dell’alternabilità al potere e del rispetto per l’avversario. Significa accettare le critiche e far tesoro di esse.

Torna alla mente la sentenza di Voltaire:
“Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo”.

Permettere agli avversari di avere spazio e mezzi per diffondere proposte, idee, iniziative. Il nesso tra democrazia e libertà, da un lato, e informazione dall’altro, è di vecchia data. Già Aristotele aveva rilevato che l’esercizio della libertà richiede necessariamente di conoscenza. E questa deriva dall’informazione.

Una stampa libera, nei nostri giorni, è una condizione “sine qua non” per la partecipazione democratica alla vita politica. E’ uno degli strumenti che permettono l’accesso ai meccanismi di controllo sociale e del potere.

Liberali inglesi, cominciando da John Locke, e illuministi francesi, da Diderot in avanti, hanno poi sottolineato come il semplice accesso all’informazione non sia sufficiente. Importante è l’utilità delle notizie, la tempestività con la quale si ottengono, i modi e le forme di trasmissione. Soprattutto, la chiarezza del messaggio.

Molto è cambiato da allora. Ma, nel fondo, il principio resta inalterato. Le innovazioni tecnologiche, e lo stato democratico, hanno permesso lo sviluppo dei mass-media. E, così, l’accesso diretto all’informazione. Oggi, il cittadino vive una condizione privilegiata, specialmente grazie all’internet. In parte, sembrerebbe essersi realizzato l’ideale aristotelico del libero accesso del cittadino all’informazione, all’agorà digitale che garantisce la piena partecipazione alla vita democratica della Polis.

Ma anche nell’era digitale le limitazioni sono tante. Non solo a causa dell’accesso alla tecnologia, indispensabile per ricevere messaggi inviati attraverso la rete come accade per esempio in paesi come la Cina dove la classe dirigente ne ha il monopolio e di conseguenza può filtrare i messaggi. Non è il caso del Venezuela. Qui non c’è palese censura, ma azione di disturbo. Non oscuramento ma difficoltà nell’accesso a quei “siti” che diffondono i messaggi dell’Opposizione e danno voce al dissenso.

I sondaggi, oggi, insistono nel fotografare un governo in difficoltà, come un pugile spinto verso l’angolino del ring. Secondo quanto riferisce l’agenzia Datingcorp, l’Opposizione, il prossimo 6 dicembre, potrebbe ottenere il 56 per cento dei voti.

Dal canto suo, Datanálisis, in uno dei suoi ultimi sondaggi, ha rilevato che circa il 70 per cento dell’elettorato avrebbe un’opinione negativa sulla gestione di governo del presidente Maduro. In ultimo, l’agenzia demoscopica “Varianzas” ha collocato l’Opposizione al primo posto con un 49 per cento delle preferenze, nelle prossime elezioni parlamentari, contro il 41 per cento del Psuv.

I sondaggi, comunque, spesso ingannano. E l’ultimo verdetto spetta alle urne.

Molto potrebbero incidere sulle elezioni del 6D, i risultati delle elezioni in Argentina. Il successo ottenuto da Maurizio Macri pare segnare l’inizio del tramonto della dinastia Kirchner. Dal ballottaggio tra il candidato del centro-sinistra, Daniel Scioli, e del centro-destra, Maurizio Macrì potrebbe prendere il via un riassetto delle forze politiche in Argentina e, di riflesso, nel nostro emisfero.

Probabilmente non si tratterà di una svolta a destra ma di un cambiamento nel modo di intendere i principi istituzionali. Ad esempio, la separazione dei poteri. L’esperienza che l’Argentina vive oggi dopo 12 anni di “kirchnerismo” non può essere sottovalutata dal governo del presidente Maduro. Il 6 dicembre sono in gioco il proprio futuro e la propria libertà di azione.

Oltre alla politica, in scena anche l’economia. La crisi continua a essere protagonista. E l’opinione pubblica sempre più sensibile a ogni annuncio del Governo o alle critiche dell’Opposizione.

Ha fatto discutere la notizia del “via libero” del governo del presidente Maduro all’acquisto di 12 nuovi Sukhoi, gli aerei di combattimento russi in dotazione alla nostra aviazione, e dei pezzi di ricambio per il potenziamento di quelli già acquistati. Si tratta di ben 480 milioni di dollari.

La decisione, come era prevedibile, ha suscitato irritazione nei consumatori che quotidianamente sono costretti a lunghe file alle porte dei supermarket e all’umiliazione di porre la propria impronta digitale – come fanno i delinquenti nelle Stazioni di polizia – per acquistare un chilo di farina o una saponetta.

(Mauro Bafile/Voce)

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