Telecom, Eni e banche: il tricolore a rischio

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ROMA. – C’era un tempo in cui i grandi gruppi industriali italiani avevano una presenza ragguardevole. Da una parte le partecipazioni statali dell’Iri, dell’Eni, dell’Efim. Dall’altra le attività delle famiglie più prestigiose del capitalismo, quelle che avevano come riferimento Agnelli e Pirelli.

In mezzo regnava la Mediobanca di Enrico Cuccia, centauro posseduto dal pubblico ma in cui contavano di più i privati.

Venticinque anni dopo, peraltro trascorsi in un lampo, quel mondo si è dissolto. C’è chi lo rimpiange e chi no. Tutti devono, e ancora di più dovranno, fare i conti con l’ultima conseguenza: una dopo l’altra sulle grandi aziende sopravvissute vengono alzate bandiere diverse da quella italiana.

Pirelli è passata ai cinesi, Italcementi è stata venduta dai Pesenti a un gruppo tedesco, AnsaldoBreda e Ansaldo Sts (un vero gioiello dell’alta tecnologia) sono finite ai giapponesi, Telecom Italia è controllata con il 35% del capitale dai francesi.

Nei giorni scorsi l’imprenditore Xavier Niel, a cui fa capo Free, che in Francia ha fatto tremare le compagnie telefoniche tradizionali tagliando i prezzi dei servizi, è arrivato a quota 15%, con la Vivendi del finanziere bretone Vincent Bolloré al 20%. La sensazione è che entrambi, a cui non mancano le risorse, abbiano quote ancora più rilevanti, pronte per essere dichiarate.

Di sicuro, comunque vada a finire tra loro, Telecom Italia è diventata francese. E questa non è una buona notizia perché le telecomunicazioni sono strategiche e, con l’arrivo dei francesi, finisce oltre confine il controllo dell’ultima società del settore rimasta italiana.

Vodafone è una public company inglese, Fastweb è svizzera, Wind fa capo a una holding russa e norvegese, H3 è cinese. Al contrario, nel resto d’Europa, i Paesi più forti non mollano la presa sulle compagnie telefoniche leader.

Orange, la ex France Telecom, è controllata da capitale pubblico. Deutsche Telekom anche. Telefonica ha azionisti privati, soprattutto banche, ma è saldamente in mano a un nucleo ristretto di società spagnole.

Soltanto l’Italia fa eccezione, nonostante che Telecom abbia tra le partecipazione Telecom Sparkle, che governa una rete internazionale di cavi telefonici posati sotto il Mediterraneo, snodo cruciale dei collegamenti tra l’Europa e zone strategiche come Nord Africa e Medio Oriente.

Ma l’aspetto più clamoroso è che la rete a banda larga in fibra ottica, definita dal presidente del Consiglio Matteo Renzi vitale per le imprese e strategica per il Paese sarà in buona parte controllata dai francesi.

La verità è che l’attivismo di Renzi, molto forte a livello internazionale, ha permesso l’approvazione di un discreto pacchetto di provvedimenti a tutto campo rompendo immobilismi e tabù ma, almeno per il momento, ha fallito su un punto fondamentale: trasmettere fiducia agli imprenditori, premessa fondamentale affinché ritrovino la voglia d’investire in Italia.

Non solo. Il rischio è che il passaggio del controllo di grandi aziende italiane in mani estere continui. Quale sarà la prossima? Un’attenzione particolare merita l’Eni.

Prima l’Unione europea ha imposto la rinuncia ai gasdotti internazionali del gruppo, poi il governo Monti ha preteso la vendita della Snam, nelle settimane scorse è stato avviato il deconsolidamento dell’impiantistica Saipem, la chimica e altre attività sono in vendita.

L’obiettivo, dichiarato dall’amministratore delegato Claudio Descalzi è di trasformare il gruppo in una oil company pura. Esattamente come le altre società petrolifere internazionali e mettendo definitivamente in soffitta il modello diversificato, e originale, costruito da Enrico Mattei nel dopoguerra.

A quel punto l’Eni sarà pronta per una bella fusione, magari con la francese Total, che da tempo la corteggia (aiutata, per esempio, dalla banca d’affari francese Lazard). Così, addio anche all’Eni. Il periodo si presta perché le grandi fusioni, nel petrolio, vengono fatte proprio in periodi come quello attuale, in cui crolla il prezzo della materia prima petrolifera.

Il colpo finale sarebbe se finissero sotto attacco anche le banche maggiori del Paese, con la possibilità di cominciare dal Monte dei Paschi di Siena e dalle Popolari che, dopo la riforma, saranno sul mercato.

In questo scenario il convitato di pietra è la Cassa depositi e prestiti, il cui intervento è richiesto sempre più spesso: nelle telecomunicazioni come per l’Ilva, in Saipem come per il fondo di rilancio delle aziende strategiche in crisi.

Il problema però, come ha spiegato nelle settimane scorse il nuovo presidente Claudio Costamagna a Renzi, è che le casse sono quasi vuote. E vale la famosa massima di Cuccia: “Articolo quinto chi ha il denaro ha vinto” (e chi non ne ha è sicuro sconfitto).

(di Fabio Tamburini/ANSA).

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