Birmania, la partita per la democrazia inizia ora

Pubblicato il 10 novembre 2015 da redazione

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RANGOON. – Solo un diluvio poteva interrompere (brevemente) la festa dei sostenitori di Aung San Suu Kyi: e così è successo, con un acquazzone monsonico a Rangoon proprio all’annuncio dei primi successi del suo partito. Dopo un’ora le strade erano completamente allagate e c’era un black out totale di Internet e segnali telefonici.

Certe cose, insomma, nella disastrata Birmania da mezzo secolo di mala gestione militare, non sono cambiate. Ma nell’assetto del potere, dopo il trionfo di Suu Kyi, per il regime sarà difficile mantenere tutto come prima.

L’esercito, al potere in un modo o nell’altro dal 1962, occupa di diritto un quarto dei seggi in ogni organo legislativo e ha un sostanziale potere di veto sui cambiamenti alla Costituzione che ne sancisce la posizione di enorme influenza.

Il problema è che sembra tramontata l’ipotesi di una vittoria della ‘Lega nazionale per la democrazia’ (Nld) non sufficiente per avere la maggioranza. Suu Kyi non può diventare presidente perché così recita una clausola della Carta. Ma potrebbe avere i numeri per piazzare un suo uomo di fiducia a capo di Stato, e prima del voto aveva dichiarato di voler essere “sopra il presidente”.

Si preannunciano mesi di trattative, dato che il nuovo capo di Stato entrerà in carica solo a fine marzo e uscirà da un terzetto di candidati: uno a testa dalle due Camere del Parlamento, che con ogni probabilità sarà controllato dall’Nld, e uno dall’esercito.

I due sconfitti faranno da vice al nuovo leader, quindi in un modo o nell’altro i militari faranno parte dell’esecutivo. Inoltre, sceglieranno tre ministri chiave – Difesa, Interni e Affari di confine – e potranno sopravanzare il governo in caso di non meglio definite “minacce alla sicurezza nazionale”.

Nel 1990, la vittoria a valanga di Suu Kyi fu semplicemente ignorata dalla dittatura, che tirò avanti per altri due decenni. Ma l’impressione è che l’esercito abbia imparato la lezione: quel sopruso portò ad oltre 15 anni di pesanti sanzioni economiche occidentali, e si crede che le aperture dal 2010 a oggi siano nate proprio dal desiderio di aprirsi agli investimenti stranieri, senza finire nell’abbraccio soffocante della Cina.

Un governo di Suu Kyi, o chi per lei, darebbe il via a un’ondata di denaro straniero, dopo che gli iniziali entusiasmi del 2011 si erano raffreddati man mano che gli investitori si scontravano con l’arretratezza delle infrastrutture e le opache regole degli affari nel Paese. Questi passano gioco forza da degli oligarchi che hanno fatto le fortune grazie alla vicinanza ai militari.

E ci sono già segnali che questi ‘cronies’ – come vengono chiamati – stiano cercando di ripulirsi l’immagine. Molto dipenderà dai nuovi equilibri che Suu Kyi e i suoi ex carcerieri sapranno trovare.

La fiducia tra le parti è stata tradizionalmente bassa, e lo stesso piglio decisionale della ‘Signora’ ha già fatto capire che è più brava a mantenere le sue posizioni che a negoziare. Se vorrà davvero cambiare il Paese, dovrà dirottare risorse che per decenni hanno arricchito loschi personaggi e destinarle allo sviluppo di tutto: educazione, sanità, infrastrutture, giustizia.

E’ un compito improbo, anche se glielo lasciassero portare avanti. Ma i semi sono stati gettati ieri. Se matureranno, si inizierà a vederlo già nei prossimi mesi.

(di Alessandro Ursic/ANSA)

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