Terrorismo: Ros stronca la rete del mullah Krekar, 17 arresti

Najumuddin Faraj Ahmad (front), better known as Mullah Krekar, pictured praying on an icy road after he was released from Kongsvinger prison 25 January 2015, Kongsvinger, Norway. EPA/AUDUN BRAASTAD NORWAY OUT
Najumuddin Faraj Ahmad (front), better known as Mullah Krekar, pictured praying on an icy road after he was released from Kongsvinger prison 25 January 2015, Kongsvinger, Norway.  EPA/AUDUN BRAASTAD NORWAY OUT
Najumuddin Faraj Ahmad (front), better known as Mullah Krekar, pictured praying on an icy road after he was released from Kongsvinger prison 25 January 2015, Kongsvinger, Norway.
EPA/AUDUN BRAASTAD NORWAY OUT

ROMA. – Dal carcere di Kongsvinger, a Oslo, il mullah Krekar impartiva ordini, incitava aspiranti ‘martiri’, dispensava pillole di odio jihadista. “Direttive” raccolte dai familiari ammessi ai colloqui e che poi, via chat, venivano smistate ad una rete virtuale – diffusa in mezza Europa, Italia compresa, con una cellula basata in un anonimo condominio di Merano – ma pronta a passare ai fatti: attentati in Norvegia e rapimento di diplomatici, come ritorsione per l’arresto del leader; proselitismo, reclutamento e sostegno logistico di aspiranti terroristi, disposti anche a “saltare in aria”, da inviare in Siria e in Iraq.

E’ quello che hanno scoperto i carabinieri del Ros, al termine di cinque anni di indagini: 17 le ordinanze di custodia cautelare emesse dalla magistratura di Roma ed eseguite in Italia, Gran Bretagna, Norvegia, Finlandia e Svizzera. Tra i destinatari – 16 curdi e un kosovaro – lo stesso mullah Krekar e alcuni terroristi morti all’estero combattendo con l’Isis. L’accusa, per tutti, è quella di associazione con finalità di terrorismo internazionale.

Perquisizioni sono state compiute nelle province di Bolzano, Parma e Brescia, oltre che nei Paesi dove sono stati eseguiti gli arresti e in Germania. La maxi-inchiesta del Ros parte nel 2010, dal monitoraggio del sito ww.jarchive.com di connotazione jihadista.

Tra i ‘navigatori’ i carabinieri individuano due utenze dall’Italia: una riconducibile ad Abderrahim El Khalfi, marocchino arrestato lo scorso luglio, e quella del curdo iracheno Nauroz Abdul Rahman. Proprio quest’ultimo, residente a Merano, si rivelerà il capo – sostengono gli investigatori – di una “cellula italiana dedita al reclutamento e alla radicalizzazione dei militanti, soprattutto attraverso il web”.

Insieme a lui, altri cinque curdi iracheni e un kosovaro – tutti residenti tra Bolzano (due), Renon (uno) e Merano (quattro) – avrebbero fatto parte della cellula, considerata un’articolazione di ‘Rawti Shax’, l’organizzazione facente capo al mullah Krekar.

Il mullah, fondatore nel 2001 di Ansar al Islam, il gruppo terroristico attivo in Iraq e stroncato dalle forze della Coalizione, è la figura-chiave dell’inchiesta. Fuggito dall’Iraq, ha ottenuto asilo politico in Norvegia, dove però è stato arrestato nel 2012 e condannato per istigazione all’odio e alla violenza.

Ma ad Oslo, dentro e fuori dal carcere, Krekar progetta una nuova organizzazione: più impenetrabile di Ansar al-Islam, distribuita in vari Paesi e finalizzata a “sostenere una rivolta violenta contro i regimi infedeli che governano nelle aree curde”. Tutto questo grazie al web e ad un uso accorto degli strumenti informatici, che hanno “consentito – affermano i carabinieri – di annullare le distanze tra gli associati, mantenere una forte coesione, rimanere in contatto con la loro guida spirituale”.

Il mullah Krekar, infatti, anche dal carcere (dove è stato intercettato dal Ros), manteneva la direzione ideologica e strategica dell’organizzazione, ormai allineatasi all’Isis. “Rawti Shax” è diventata ben presto una rete di arruolamento di volontari per l’Iraq e per la Siria.

In questa attività è risultato “particolarmente attivo”, affermano i carabinieri, proprio Nauroz Abdul Rahman, sia attraverso internet sia attraverso “lezioni” che teneva nel suo appartamento di Merano, “luogo di riunioni segrete e crocevia di aspiranti jihadisti”.

Lo scopo era quello di convincere i suoi allievi a partecipare ad azioni terroristiche, anche suicide: è il caso di Jalal Hasan Saman, la cui intenzione non si è però mai concretizzata. Ma non è stato così per altri membri di “Rawti Shax”, che hanno raggiunto le zone di guerra, dove alcuni sono stati uccisi. Secondo gli inquirenti, sono almeno cinque i membri dell’organizzazione partiti per la Siria, due dei quali morti.

Per quanto riguarda l’Italia, l’inchiesta ha ricostruito la vicenda del kosovaro Eldin Hodza (arrestato): Nauroz Abdul Rahman lo aiuta a partire per la Siria (due membri dell’organizzazione gli forniscono i 780 euro del biglietto aereo per Istanbul). Il kosovaro riesce quindi a passare il confine e viene accolto in un campo di addestramento “sotto la bandiera nera” dell’Isis.

A metà febbraio 2014, un mese e mezzo dopo la partenza, Hodza rientra però precipitosamente in Italia: qui matura l’intenzione di partire nuovamente e condivide con la cellula italiana la sua “esperienza terroristica sul campo” e diventa, annotano gli investigatori, “esempio da seguire”.

Plauso per l’operazione antiterrorismo da parte del ministro dell’Interno: “siamo un Paese esposto al rischio, ma la prevenzione funziona”, ha detto Angelino Alfano.

(di Vincenzo Sinapi/ANSA)

Lascia un commento