Francia, l’orrore del terrorismo. Venezuela, tra droga, povertà e speranza

Pubblicato il 16 novembre 2015 da redazione

Members of some Spanish trade unions hold up banners that reads, ''November 16. We Are All  Paris'' as they stand during a minute of silence for the victims in Friday's attacks in Paris  in Pamplona, northern Spain, Monday, Nov. 16, 2015. (ANSA/AP Photo/Alvaro Barrientos)

Members of some Spanish trade unions hold up banners that reads, ”November 16. We Are All Paris” as they stand during a minute of silence for the victims in Friday’s attacks in Paris in Pamplona, northern Spain, Monday, Nov. 16, 2015. (ANSA/AP Photo/Alvaro Barrientos)

Terrorismo, droga, elezioni. Sono questi temi, oggi, a tener banco. Di stringente attualità, sicuramente saranno argomenti di polemica e di discordia; di dibattito e di dissenso. Insomma, di forte contrasto. Sgomento, orrore, paura. Dopo la strage a Parigi, cresce la consapevolezza che è in gioco un modo di interpretare la vita, la società, la libertà.

L’eccidio in Francia, eseguito con incredibile freddezza e determinazione, ripropone il tema del terrorismo, legato ora a quello dell’ondata crescente di migranti che fuggono dagli orrori della guerra in Siria. E’ la nostra cultura, sono i sentimenti di solidarietà che fanno parte del nostro essere, che si contrappongono alla crudeltà della Jihad e alla Guerra Santa.

Cedere oggi alla violenza irrazionale del fanatismo islamico, creare un muro per non permettere ai rifugiati di cercare in Europa la pace che il loro paese non garantisce, non offrire assistenza a chi fugge dalla guerra, significherebbe ammettere la sconfitta della nostra cultura e alimentare i movimenti xenofobi sinonimo di retrocesso e arretratezza.

Il terrorismo, con i suoi gesti assurdi, minaccia un modo di interpretare la vita, una maniera di intendere la libertà. Non è lo scontro tra civiltà. La storia insegna che civiltà, ideologie, religioni possono convivere rispettando i propri spazi.

E’ la lotta tra la barbarie che ha il solo scopo di annientare e distruggere senza proporre alternative e un modello di vita che, al trasformarsi in consuetudine e quotidianità, si considera erroneamente un “diritto acquisito” e il cui valore emerge solo quando si ha la consapevolezza del pericolo di perderlo.

In pericolo sono la libertà di incontrarsi in un bar, recarsi al teatro, ascoltare un concerto, passeggiare o semplicemente assistere a una partita di calcio. Soprattutto la libertà di scegliere, senza imposizioni, coloro che governano e di poterli castigare o premiare col voto, certi che il risultato delle urne verrà rispettato.

Assai diverso è il terrorismo inconsulto della Jihad da quello che mortificò l’Europa negli anni ‘70. In Italia li ricordiamo come “gli anni di piombo”. Allora le Brigate Rosse, e non solo queste, avevano un obiettivo: cambiare il sistema. Attaccavano personalità emblematiche della “classe dirigente”. Proponevano, nello scacchiere internazionale, un assetto diverso della società. Li sosteneva un costrutto ideologico e non fanatismo religioso. Non era loro proposito distruggere in modo cieco, ma cambiare la società. Buone intenzioni che annegarono in un oceano di violenza.

Il fanatismo islamico, al voler distruggere in maniera cieca, manifesta le proprie limitazioni. E ripropone all’Europa la necessità di un’unione federale capace di costruire politiche comuni e coerenti e al mondo occidentale l’esigenza di una solida alleanza per combattere e sconfiggere i protagonisti di una guerra, a questo punto, “sui generis”. L’obiettivo è anche evitare di alimentare le frange xenofobe. Di dare loro nuovi argomenti che possano mettere in pericolo la democrazia.

Stare accanto all’America delle “Torri Gemelle” e alla Francia del “Teatro Bataclàn”, oggi, non può avere solo un significato simbolico. Ciò che più fa paura al terrorismo islamico sono la nostra libertà, le nostre democrazie. E queste vanno difese perché sono patrimonio di tutti.

Anche in Venezuela, l’attacco al cuore della Francia, è stato vissuto con orrore. Le drammatiche immagini di Parigi, sotto shock dopo il barbaro assalto a luoghi frequentati da turisti, giovani, gente qualunque, sono riuscite a far dimenticare, per alcuni istanti, l’indignazione per le notizie provenienti dagli Stati Uniti: l’arresto per presunto traffico di droga di parenti della famiglia presidenziale.

Tutti sono innocenti finché non si dimostra il contrario. E’ giusto che sia così. Ma in Venezuela la società già è divisa. Le correnti radicali del “chavismo” e dell’Opposizione si confrontano aspramente, coinvolgendo anche i settori meno estremi.

Innocentisti e colpevolisti. I primi accusano gli Stati Uniti di una “guerra brutale” contro il Governo. “Guerra” condotta con estrema accuratezza e il cui obiettivo sarebbe distruggere la “rivoluzione”. Dalla “guerra economica” alla proibizione a esponenti del governo, accusati di violazioni ai diritti umani, di recarsi agli Stati Uniti. E ora l’arresto dei parenti del capo dello Stato.

Una trama ordita per mettere in ginocchio un paese che ha deciso di seguire il cammino economico e sociale tracciato dall’estinto presidente Chávez. Gli altri, reclamano al governo una spiegazione. Accusano le alte sfere del “chavismo” e del “madurismo” di arricchimento illecito, di traffico di stupefacenti, di corruzione e di aver ceduto il Paese ai cartelli della droga e alla guerriglia colombiana mentre la popolazione è costretta a lunghe file, sotto il cocente sole tropicale, per rimediare un chilo di farina, un pacchetto di pasta o medicine.

La famiglia presidenziale, dicevamo, mantiene il massimo riserbo. E’ una riservatezza giustificata. Meno giustificate, invece, le lussuose proprietà all’estero della coppia presidenziale, qualora dovessero corrispondere a verità le notizie battute dalle agenzie di stampa di tutto il mondo. Risulterebbe assai difficile giustificare agi e lussi all’estero, mentre s’impongono sacrifici alla popolazione, nel nome di una “rivoluzione” che ancora non riesce a decollare.

Intanto, come la polemica anche le lunghe file di consumatori in cerca di beni di consumo continuano ad essere il “pane quotidiano”. Ma lo è, ora, anche la carenza di posti di lavoro. Impossibile, con i prezzi del barile di petrolio sempre più bassi, finanziare ulteriori incrementi della burocrazia.

Ministeri, misiones, nuovi dipartimenti, aziende dello Stato. Fino a ieri sono stati capaci di fungere da aspiratrice della mano d’opera liberata dalle aziende private che chiudono definitivamente la propria saracinesca. Ora non più. E allora cresce il numero dei “buhoneros”, un mix tra rivenditori ambulanti e “vu’ cumpra’”, di “moto-taxi” e di taxi illegali.

Chi può, si ingegna; mentre cresce la micro-criminalità, sempre più micro e più criminale. Sono giovani adolescenti che si dedicano non allo scippo, ma alla rapina a mano armata, sicuri dell’impunità. Se poi ci scappa il morto, pazienza. Anche fare la fila alla porta dei supermarket, è diventato pericoloso. Si è esposti alle bande di “motorizados” che si dedicano a rapine di gruppo.

Oggi, in Europa, il terrorismo mette a repentaglio la libertà; in Venezuela è in pericolo l’intera struttura democratica, costruita con grande sacrificio.

Sul futuro del Venezuela, stando a quanto affermano con insistenza attenti analisti dei fenomeni politici e sociali, peseranno anche le prossime elezioni presidenziali in Argentina. Dopo il dibattito di domenica scorsa, il trionfo di Macri sembra ormai irreversibile. Effetto dominò. Una sua vittoria alle urne potrebbe avere l’effetto di uno tsunami e per l’America Latina rappresentare l’inizio di una nuova era.

Per il Venezuela, la possibilità di un cambiamento profondo che dovrebbe riuscire a imprimere nuovo vigore all’economia senza distruggere le conquiste sociali dei venezuelani meno abbienti.

(Mauro Bafile/Voce)

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