La povertà irrompe nel dibattito elettorale. Il tramonto del kirchnerismo

Pubblicato il 23 novembre 2015 da redazione

Sobborgo (ranchos) di Caracas

Sobborgo (ranchos) di Caracas

In prima linea, comunque da protagonista. Il presidente della Repubblica, Nicolás Maduro, è sceso in campo e si sta dando un gran da fare. I sondaggi, che tuttavia devono essere presi con le pinze visto la frequenza con la quale sogliono illudere e deludere, mostrano una popolarità del capo dello Stato sempre in “caduta libera”. In detrimento di quella dei candidati del Psuv alle parlamentari.
L’attività del presidente Maduro è frenetica.

Da un lato all’altro del Paese. Incontri con settori della comunità e riunioni con operai, professionisti, giovani; inaugurazione di opere pubblichee firma di contratti collettivi; richiamo agli elettori su cosa potrebbe accadere, a suo avviso, qualora dovesse trionfare l’opposizione e denunce di una ipotetica e non ben precisata “guerra economica”. Tutto trasmesso a reti unificate.

L’Opposizione reclama per il presunto uso delle risorse degli enti pubblici a favore della campagna elettorale dei candidati del Psuv. Nulla di cui sorprenderci. D’altronde è sempre stato così. Lo è stato durante la “quarta Repubblica” e lo è oggi.

La campagna elettorale per il rinnovo delle cariche parlamentari procede secondo copione. Ad esempio, lo squilibrio informativo, che l’Opposizione prova a colmare attraverso il tam-tam nei social-network. La maggior parte dei mass media, dai quotidiani alle Tv, è palesemente in mano a settori filo-governativi.

E’ ovvio che i candidati del Psuv ne siano favoriti. Non che non si conceda spazio ai candidati dell’Opposizione. Ma a questi si riservano spazi limitati nei giornali e, orari lontani dalle fasce di maggior ascolto nelle radio e nelle Tv.

Per quel che riguarda, poi, i manifesti elettorali, lo squilibrio diventa ancora più evidente. I costi di stampa sono proibitivi. E comunque la mancanza di carta è determinante. Il finanziamento ai partiti, poi eliminato dal governo del presidente Chávez, aveva lo scopo di ridurre il gap tra partiti grandi e piccoli, tra chi è al governo e chi, invece, all’opposizione.

Sui candidati della Mud più che il gap economico e lo squilibrio informativo pesa forse la mancanza di coerenza nel messaggio e la proposta elettorale. L’assenza di un programma comune non permette ai singoli candidati di esprimere offerte elettorali, chiare, coerenti e mirate. Le proposte, oggi, non riflettono un “modello-paese” ma semplicemente l’“antichavismo”, a volte viscerale e irrazionale, che è riuscito a cementare una grossa porzione della popolazione. La maggioranza, se diamo credito ai sondaggi.

La polemica non cede. E il Consiglio Nazionale Elettorale è sempre nell’occhio dell’uragano. Si comincia a far luce sulle delegazioni che potranno recarsi in Venezuela per “accompagnare” il processo elettorale. Il Cne non ne ha mai ha fatto segreto. E’ contraria alla presenza di delegazioni straniere nel Paese durante le elezioni.

E ha giustificato questa sua posizione sottolineando che si tratta di ingerenza negli affari interni del Paese; ingerenza che ha il sapore di colonialismo. Non potendo evitare, comunque, la loro presenza ha trasformato la loro funzione.

“Acompañamiento” e “observación”. Non è semplice problema di semantica. Infatti, gli “accompagnanti” solo potranno seguire il processo elettorale il 6 dicembre. Inoltre, non hanno indipendenza logistica, tecnica e politica. E, soprattutto, non potranno rendere pubbliche le raccomandazioni o le opinioni.

Non così gli “osservatori”. Il loro lavoro inizia con la campagna elettorale e finisce con la proclamazione dei vincitori. Il loro rapporto, che tradizionalmente è reso noto attraverso una conferenza stampa, è consegnato alle istituzioni di appartenenza e al Cne solo come un gesto di cortesia. È ciò che vorrebbe l’Opposizione: osservatori di istituzioni e organismi indipendenti, come ad esempio l’Unione Europea o l’Organizzazione degli Stati Americani, con esperienza, capacità, indipendenza logistica e tecnica. E, soprattutto, autorità.

Sono in tanti, e non solo i militanti nelle file dell’Opposizione, a chiedersi perché il Consiglio Nazionale Elettorale è contrario alla presenza di “osservatori” stranieri. In un Paese che si reputa all’avanguardia della democrazia in America Latina, le istituzioni non dovrebbero avere nulla da temere, nulla da nascondere. Al contrario, dovrebbero stimolarla per così dimostrare che il processo elettorale è stato trasparente, libero. Espressione di una democrazia ormai parte della cultura del Paese.

Mentre la campagna elettorale si concentra sulla crisi economica e la mancanza di prodotti nei supermarket, il rapporto “Encuesta de Condiciones de Vida 2015” (Encovi), realizzato dalle università più prestigiose del Paese – leggasi Università Centrale del Venezuela, Università Simón Bolívar e Università Cattolica Andrés Bello -, propone un nuovo tema di dibattito: la povertà. Un ingrediente polemico. “Encovi” trasforma in numeri quella che per i semplici cittadini è una percezione.

Luis Pedro España, sociologo di prestigio ed ex direttore del “Centro de Investigación Económica” dell’Università Cattolica Andrés Bello, sostiene che il potere d’acquisto delle popolazioni ha sofferto la maggiore contrazione nella storia del Paese. Un fenomeno dai riflessi preoccupanti sui livelli di povertà.

In effetti, secondo Encovi, il 73 per cento delle famiglie venezuelane e il 76 per cento dei venezuelani vive oggi nella miseria. Nel 2014, in condizione di indigenza viveva il 48,4 per cento delle famiglie e il 52,6 per cento dei venezuelani. Un salto, quindi, del 24 e 23 per cento. La “povertà estrema”, poi, si calcola attorno al 49 per cento.

Peseranno in questo processo elettorale anche i risultati delle presidenziali in Argentina. Dopo anni di kirchnerismo, il paese australe ha voltato pagina. E’ stato un giro di boa; un giro di boa che non ha messo in pericolo le istituzioni democratiche. E che mostra un Paese maturo con istituzioni forti.

Una lezione di organizzazione elettorale e di spirito democratico. La “Comisión Nacional Electoral” ha reso noti i primi risultati poco dopo la chiusura dei seggi. D’altro canto, Scioli, senza attendere i risultati ufficiali, una volta convinto della tendenza irreversibile riflessa dalle urne ha riconosciuto pubblicamente la sconfitta augurando a Macri il successo. Un gesto che, speriamo, i candidati sconfitti sappiano imitare in Venezuela il prossimo 6 dicembre.

Il tramonto del kirchnerismo in Argentina, potrebbe segnare l’inizio di un processo di trasformazione globale della società latinoamericana; un processo che, avendo come punto di riferimento il rispetto per le istituzioni e il consolidamento dell’indipendenza dei poteri, permetta di consolidare la democrazia nel Continente e il rispetto per i Diritti Umani.

(Mauro Bafile/Voce)

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