Pensioni: l’Ocse bacchetta l’Italia, servono altri sforzi

Pubblicato il 01 dicembre 2015 da redazione

A young protestor gestures as he marches during a demonstration  (AP Photo/Andres Kudacki)

A young protestor gestures as he marches during a demonstration (AP Photo/Andres Kudacki)

ROMA. – L’Italia ha fatto importanti riforme del sistema previdenziale in direzione dell’aumento dell’età di uscita dal lavoro e della riduzione della spesa futura ma perché il sistema sia finanziariamente sostenibile sono necessari “ulteriori sforzi negli anni a venire”. Il rapporto Ocse “Pensions at a glance 2015″ presentato oggi dà atto al nostro Paese di aver intrapreso un cammino virtuoso ma sottolinea che quanto fatto finora non basta.

Un intervento di riequilibrio, invece, chiede il presidente dell’Inps Tito Boeri che fotografa la realtà creata dalle recenti riforme e racconta il paradosso che vivrà la generazione nata negli anni ’80: andrà a riposo più tardi, a 70 anni, con una pensione più povera del 25% rispetto ai settantenni di oggi. L’Ocse guarda ai dati macro.

Il nostro Paese ha la spesa previdenziale più alta dopo la Grecia rispetto al Pil (15,7% nel 2013 a fronte dell’8,4% medio nell’Ocse) e contributi previdenziali sul lavoro dipendente rispetto alla retribuzione al 33%, percentuale top tra i Paesi Ocse. I pensionati attuali – emerge dal Rapporto – hanno tassi di sostituzione netta rispetto al salario medio, vicini all’80% a fronte del 63% medio dei paesi più sviluppati e assegni in media largamente superiori ai contributi versati.

Con la riforma del 2011 – spiega l’Ocse – sono state adottate importanti misure per ridurre la generosità del sistema, in particolare attraverso l’aumento dell’età pensionabile e la sua perequazione tra uomini e donne ma l’invecchiamento della popolazione continuerà ad esercitare pressioni sul finanziamento del sistema”.

L’Ocse sottolinea che la sentenza della Corte Costituzionale sulla mancata perequazione nel 2012-13 per le pensioni superiori a tre volte il minimo e i rimborsi decisi dal Governo ”avranno un impatto sostanziale sulla spesa pubblica”.

Nel breve periodo vanno cercate risorse per ridurre al minimo l’impatto della sentenza mentre nel lungo periodo bisognerà stimolare la partecipazione dei lavoratori anziani al mercato del lavoro. Se infatti il tasso di occupazione degli over 55 in Italia è aumentato di 15 punti (dal 31% al 46%) negli ultimi 10 anni è anche vero che questo è ancora di molto inferiore alla media Ocse (57%).

Gli anziani inoltre – secondo quanto ha spiegato il presidente Inps, Tito Boeri presentando il Rapporto – sono stati colpiti dalla crisi economica in misura minore rispetto alle altre fasce di età. Oggi vivono in una situazione di povertà relativa il 9,3% degli over 65 contro il 12,6% medio della popolazione totale. Il rischio di povertà – sottolinea il Rapporto – si è trasferito dagli anziani ai giovani. Il 15% delle persone tra i 18 e i 25 anni sono povere”.

E la situazione di chi è giovane oggi rischia di essere difficile anche in futuro. La pensione di chi è nato nel 1980 – si legge in una simulazione Inps – sarà del 25% inferiore a quella che percepisce chi è nato nel 1945 e oggi ha 70 anni, tenendo conto anche del fatto che l’assegno sarà percepito per molto meno tempo. Circa tre su 4 dei pensionati nati nel 1945 è uscito dal lavoro prima dei 60 anni. Per chi è nato nel 1980 le proiezioni dicono che sarà possibile andare in pensione prima dell’età di vecchiaia (70 anni nel 2050) in meno del 40% dei casi.

I sindacati ribadiscono il no a nuovi interventi di ‘stretta’ sul sistema previdenziale. ”La tenuta finanziaria del nostro sistema previdenziale – dice il segretario confederale Cgil Vera Lamonica – non è a rischio, di certo lo è l’entità delle prestazioni per ampie fasce della popolazione: basta riforme per fare cassa, si restituisca equità e solidarietà al sistema.

“L’Italia – avverte il segretario confederale Cisl Maurizio Petriccioli – è il Paese che più di ogni altro, fra quelli dell’area Ocse, ha realizzato, negli ultimi 20 anni, interventi legislativi che hanno messo in sicurezza la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico, trascurandone semmai la sostenibilità sociale”. Il rapporto Ocse – afferma il segretario confederale Uil Domenico Proietti – “continua a perseverare nell’errore di quantificare la spese per le pensioni al 15,7%, non tenendo conto che questo dato somma la spesa previdenziale con quella assistenziale”.

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